Arte e Fotografia

Wes Anderson incanta alla Fondazione Prada in veste di curatore

Lo spazio può essere la proiezione dell’estensione dell’apparato psichico.
S. Freud

Fondazione PradaMilano: 537 tra opere d’arte, manufatti e oggetti di varia natura, provenienti da 12 collezioni del Kunsthistorisches Museum e da 11 dipartimenti del Naturhistorisches Museum di Vienna, scelti e incastonati in uno spazio creato ad hoc proprio per l’evento dal regista Wes Anderson,  dall’illustratrice, designer e scrittrice Juman Malouf e dall’architetto Itai Margula. Una sorta di Wunderkammer/valigia di Duchamp, visitabile sino al 13 gennaio.

Allestimento della mostra Il sarcofago di Spitzmous e altri tesoripresso la Fondazione Prada – Foto di Licia Bianchi

Il progetto espositivo Il sarcofago di Spitzmouse e altri tesori è un dispositivo visivo immersivo, un sistema di potere, una camera ottica espansa che coinvolge in un’esperienza che supera la mera esposizione. Lo spazio in effetti funziona come un ambiente in bilico tra collezione intima ed estensione della percezione collettiva, per cui anche i visitatori si trasformano da esploratori in oggetti esposti, sorte toccata persino alle celebrità accorse alla preview del 18 settembre. Paradosso dell’essere in posa, in-cornice, mentre si è impegnati ad osservare. Una poetica dello spettatore assoluto che osserva ed è osservato a sua volta.

Allestimento della mostra Il sarcofago di Spitzmous e altri tesoripresso la Fondazione Prada – Foto di Licia Bianchi

L’innesco di questa operazione suntuosa e poliedrica è un sarcofago egizio in legno del IV sec. a.C. contenente la mummia di un toporagno (Spitzmous per l’appunto). L’operazione è in effetti una sorta di secondo atto, dal momento che si tratta di un secondo allestimento dopo quello realizzato al Kunsthistoriches Museum di Vienna. Ma alla Fondazione Prada i due curatori portano da 411 a 537 il numero delle meraviglie in mostra, rivedendo e riprogettando gli spazi, rifacendosi idealmente alla partizione dei giardini rinascimentali.

Il castello e il giardino di Ambras in una incisione di Matthaeus Merian

La forma è sostanza e in tal senso la costituzione di un vero e proprio scrigno in cui nulla è lasciato al caso, dalla posizione delle vetrine-ambienti-monoliti, alle partizioni cromatiche, ai giochi prospettici e riflessivi, alle allusioni degli accostamenti, alle altezze degli espositori, ai tendaggi e all’illuminazione cangiante dal morbido al tagliente, indica la cura del dettaglio e la grande sensibilità cinematografico/architettonica del trio Anderson/Malouf/Margula. Niente etichette, nessuna indicazione accompagna i singoli pezzi esposti. Questo per permettere una percezione assoluta, un’immersione in una vera e propria esperienza totalizzante, una sorta di passeggiata di pura meraviglia all’interno di un’eccentrica collezione. Ovviamente il libretto di sala, notevole nella cura dell’attenzione grafica, ricopre egregiamente il ruolo di guida attraverso questo vero e proprio giardino delle meraviglie.

Dettaglio di una delle opere in mostra – Foto di Fabrizio Ajello

Il toporagno, vero protagonista dell’intero progetto, al punto di essere anche un dolce che può essere assaporato presso il bar Luce della Fondazione stessa, rappresenta una doppia natura animale, quasi un essere immaginario e mitico, imbalsamato e racchiuso in un sarcofago di legno. Inoltre il potenziale evocativo dell’immaginazione scaturisce proprio dallo scrigno, dal tesoro invisibile e dalla intensa sensazione di stupore e calore emanato dalle ricchezze incastonata in geometrie simmetriche.

Allestimento della mostra Il sarcofago di Spitzmous e altri tesoripresso la Fondazione Prada – Foto di Licia Bianchi

Ma non si tratta qui di ricercatezza leziosa o di tronfio gusto per la raffinatezza, bensì siamo al cospetto di palpitazione dello spazio, immersione intima e prepotenza assoluta dello sguardo, nel gioco di chi guarda cosa e chi guarda chi. Soprattutto l’occhio delle immagini che si apre e chiude su di noi, per dirla con Didi-Huberman che nel suo L’immagine aperta afferma:

“il fatto è che l’immagine aperta attraversa il tempo secondo le modalità dell’impensato, del sintomo, della sopravvivenza: rimozioni e ritorni del represso, ripetizioni e rielaborazioni, tradizioni e anelli mancanti, movimenti tettonici e sismi di superficie.”

Dettaglio di alcune opere in mostra – Foto di Fabrizio Ajello

Nota di fondo: l’edizione limitata di un catalogo in sole 999 copie numerate, contenente alcune cartoline delle opere in mostra, due diapositive dei due spazi espositivi, una trascrizione dell’audioguida/intervista ai due curatori, una guida all’allestimento, un libretto esplicativo con dettagli dei singoli oggetti in mostra illustrato dalla Malouf, un poster, e la famosa ricetta del dolce Spitzmous. Tutto a soli 183 euro in mostra.

Fabrizio Ajello

About the author

Fabrizio Ajello

Fabrizio Ajello si è laureato presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di Palermo, con una tesi in Storia dell’Arte Contemporanea.
Ha collaborato in passato attivamente con le riviste Music Line e Succoacido.net.
Dal 2005 ha lavorato al progetto di arte pubblica, Progetto Isole.
Nel 2008 fonda, insieme all'artista Christian Costa, il progetto di arte pubblica Spazi Docili, basato a Firenze, che in questi anni ha prodotto indagini sul territorio, interventi, workshop e talk presso istituzioni pubbliche e private, mostre e residenze artistiche.
Ha inoltre esposto in gallerie e musei italiani e internazionali e preso parte a diversi eventi quali: Berlin Biennale 7, Break 2.4 Festival a Ljubljana, in Slovenia, Synthetic Zero al BronxArtSpace di New York, Moving Sculpture In The Public Realm a Cardiff, Hosted in Athens ad Atene, The Entropy of Art a Wroclaw, in Polonia.
Insegna materie letterarie presso il Liceo Artistico di Porta Romana a Firenze.

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