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Banksy | Welcome to Gaza!

Quando un intervento di Street Art diventa occasione per aprire a riflessioni attuali, scottanti.  Succede a Gaza: con tre nuovi pezzi – una giostra che ruota intorno a una torre di sorveglianza, un enorme gatto e una statua velata – Banksy si impegna a (ri)portare l’attenzione dell’occidente su una delle aree più torturate del pianeta.

L’occidente è afflitto da un pesantissimo deficit dell’attenzione e nonostante le ingenti quantità di ritalin consumate ormai ogni giorno da grandi e piccini, pare che il nostro cervello riesca a mantenere il focus solo su luminosi schermi di nuovissimi cellulari. Fortunatamente esistono ancora rari casi di persone poco assuefatte nel  mondo, che invece di fare il gioco delle tre scimmie, si aggirano per il globo cercando di svegliarci. Tra questi rientra Banksy, street-artist inglese ormai celebre che dal 2005, quando per la prima volta attaccò con gli stencil il cemento armato che separa Israele dalla Palestina, prova in tutti i modi a farci girare la testa verso l’orrore di quello che pare un conflitto eterno.

Il suo ultimo tentativo riguarda la striscia di Gaza da cui, dopo l’operazione di cinquanta giorni condotta da Israele quest’estate, tutti i magnanimi stati che avevano promesso aiuti per ricostruire le aeree bombardate, si sono cautamente allontanati in punta di piedi. Di dollari a Gaza ne sono arrivati 300 milioni, contro i 5,4 miliardi promessi durante gli incontri dei potenti al Cairo, e l’area è ancora ridotta a un cumulo di macerie.

Proprio su queste Banksy ha lasciato i suoi stencil, tre nuovi pezzi a decorare muri diroccati e una porta che si erge senza pareti a sorreggerla. C’è una figura col capo velato su quella porta, una mano a coprirle il volto, sembra piangere le 2000 vittime dei bombardamenti contro Hamas. È la prima foto visibile quando si apre il sito dell’artista, nessuna didascalia o spiegazione, solo la cruda immagine dello stencil di Gaza: per arrivare alla pagina web al momento, è obbligatorio passare per i post dedicati alla striscia. La seconda immagine è una torre di sorveglianza trasformata in giostra, racconto della prigionia ufficiosa che il popolo palestinese subisce entro i suoi confini: nulla entra o esce senza l’approvazione di Israele, nemmeno il cemento per ricostruire le case distrutte.

I bambini giocano tra le macerie che senza aiuti non possono essere rimosse, Banksy li ha ripresi durante il suo viaggio, come ha ripreso i tunnel segreti di accesso all’area, e ha poi montato un video costruito per le nostre menti televisive come lo spot di un villaggio vacanze. Così ci dà il benvenuto a Gaza, posto nascosto e fuori dalle normali mete turistiche, così radical e inesplorato, che nello sviluppo delle infrastrutture è un evidente esempio in tutto il mondo. È amara l’ironia di Banksy, ed è forse più amaro sapere che solo l’ironia funziona con una generazione che spessissimo si informa su 9gag.

L’ultimo pezzo è un enorme gatto bianco, con un grazioso fiocco rosa a decorargli il collo, che pare giocare con un gomitolo di ferri arrugginiti. Un signore palestinese sembra non capirlo fino in fondo, e nel video postato online dall’artista si chiede perché anche al felino è concesso giocare, mentre i bambini di Gaza non ne hanno più la possibilità. Il vero messaggio di Banksy è ancora più terribile a questo punto: il gatto è per noi, perché ormai l’unica cosa su cui riusciamo a concentrarci per più di un minuto, sono i video di mici su youtube.

Elena D’Angelo

About the author

Elena D'Angelo

Classe 1990, vive da sempre nell’hinterland milanese, e ha studiato
tra la Statale e Brera, dove al momento frequenta il corso di laurea
specialistica in Pratiche Curatoriali. Ha curato diversi progetti
legati al lavoro di artisti emergenti ed è l'editor per la versione
inglese del magazine online Juliet.

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