Interviste

We Rise by Lifting Others | Dialogo con Marinella Senatore

Fino al 7 febbraio 2021 sarà possibile visitare presso Palazzo Strozzi a Firenze, We Rise by Lifting Others (Ci eleviamo sollevando gli altri), nuovo progetto dell’artista Marinella Senatore, invitata a proporre una nuova riflessione sull’idea di comunità, vicinanza e relazione in un’epoca in cui il concetto di distanziamento sociale sta condizionando la vita quotidiana di tutte le persone. A cura di Arturo Galansino, direttore generale della Fondazione Palazzo Strozzi, il progetto è costituito da una grande installazione per il cortile, ispirata alle luminarie della tradizione popolare dell’Italia meridionale, e da un programma di workshop partecipativi, appositamente creati dall’artista per la dimensione online e incentrati sull’idea di attivazione sociale e di costruzione di comunità attraverso la pratica performativa.

Conversazione a cura di Fabrizio Ajello

Dicembre è un mese particolare, in cui i movimenti del Sole sono soggetti a fasi alterne di decadenza e ascesa, comportando in moltissime culture di civiltà antiche pratiche e culti, intesi a celebrare questo momento fondamentale nel ciclo delle stagioni. Il Solstizio d’Inverno veniva percepito come una promessa celeste di rinascita e come un asse spazio temporale che invertiva il procedere del Sole, il Sol invictus, indicando l’approssimarsi di una mitica età di salute, ricchezza e prosperità. Un augurio, oggi più che mai necessario e salvifico, in tempi di pandemia.

Il lavoro di Marinella Senatore, We Rise by Lifting Others, ha un impatto magnetico e trascina in una fantasmagoria di merletti luminosi e riflessi screziati nel dialogo cangiante con le geometrie del cortile di Palazzo Strozzi e le variazioni diurne e serali di luce,  ma sarebbe riduttivo riferirsi esclusivamente alla parte installativa, senza considerare la complessità del progetto in questione. Un’invasione festosa ma rigorosa come i rituali che nel sud del pianeta continuano a ricordarci la nostra precarietà e la nostra interconnessione con le forze della natura, visibili e invisibili e con il sacro a cui, credenti o no, non si sfugge. Un portale che accende confronti e torna prepotentemente a mettere al centro del dibattito il concetto di arte pubblica e di coinvolgimento.

L’arte è sempre stata in qualche modo dialogo, scontro, incontro, inciampo, meraviglia, riparo,
viaggio. Cosa ci potrebbe rimanere della produzione artistica di questo periodo così cupo e confuso
anche e soprattutto dal punto di vista politico e comunitario?

M.S. Devo lamentare un’assenza: la voce degli artisti. Sicuramente in un periodo di grande difficoltà per tutti, non ho compreso, come le persone e gli addetti ai lavori, la chiusura ingiustificata, in molti casi, delle istituzioni museali. Inoltre non posso ritenermi, anche come pubblico, una persona soddisfatta, che si è sentita sollevata, curata dalla produzione artistica di questo ultimo periodo. E’ assolutamente comprensibile che gli artisti talvolta vogliano prendersi, come chiunque altro, momenti di riflessione, però per me è molto importante il ruolo sociale che l’arte e gli artisti ricoprono, ed essere così silenti in momenti del genere, per un lungo periodo, mi è sembrato un silenzio insostenibile e francamente adesso sta diventando insopportabile. Quindi, personalmente mi rimane molto poco dei mesi passati, se non per l’appunto il senso di assenza di contenuti e il tipico lamento del sistema dell’arte su tutti i disservizi, la mancanza di fondi e sui limiti imposti dall’emergenza. Situazioni di cui tutti ci lamentiamo, ma mi chiedo poi, perché non ragionare di più sulla cura del pubblico, proprio in questo momento, e soprattutto sul concetto della cura in se stessa, a mio avviso fondamentale: tutte queste mi sembrano istanze, tralaltro nemmeno nuove, che sono state quasi del tutto ignorate. Direi che non abbiamo attraversato un momento felice per la creazione contemporanea. Ci sono stati dei tentativi ministeriali che ho apprezzato, ai quali ho anche partecipato, ma da parte delle istituzioni e degli artisti sono state poche le iniziative, quasi nulla in merito a nuove strategie di lavoro, con le attuali condizioni e gli spazi che ci sono concessi in questo momento.

Marinella Senatore, We Rise by Lifting Others, Palazzo Strozzi, Firenze -2020
©photoOKNOstudio

Lavorare insieme è sicuramente entusiasmante, faticoso e talvolta non semplice. Come si riesce a trovare il giusto equilibrio? Equilibrio tra il proprio sentire, il proprio immaginario, la propria idea di partenza e quella di tutti i partecipanti? Questa è una delle questioni che mi ha sempre affascinato nei lavori di artisti, di cui mi sono interessato in passato come ad esempio Thomas Hirschhorn e Jeremy Deller.

M.S.Le nostre pratiche, le mie, quelle di Thomas e Jeremy, che conosco bene, solo in apparenza sembrano avere punti in comune, ma abbiamo dei goal molto diversi. Thomas continua sempre ad affermare, anche pubblicamente, nelle sue lectures, che lui rimane l’autore e che tutto ha a che fare con la sua centrale figura. Per Jeremy, invece, le persone sono costellazioni. Non possiamo parlare realmente di un arte partecipativa da un punto di vista concettuale. Nel mio caso, io non ho idee di partenza, non ho plot narrativi, non ho dei reenactment in mente da realizzare, come nel caso dei miei colleghi, quindi è proprio diversa la struttura di partenza, perché la partecipazione nel mio caso non è solo una modalità di lavoro ma è il focus stesso della mia ricerca. Inoltre in momenti come questi che stiamo vivendo, di pandemia, di distanziamento sociale, quando mi si chiede come riesca comunque a lavorare, rimango sorpresa da questa domanda, perchè noi non smettiamo di essere persone, non smettiamo di avere un corpo e il fatto di non poter fare aggregazione (molti ricordano le mie azioni in strada con migliaia di persone) non è l’unico approccio partecipativo possibile. La partecipazione, le strutture sociali, le dinamiche relazionali, le attivazioni, l’empowering, l’emancipazione, sono concetti che, anche in tempi non sospetti, io stessa ho indagato ampiamente e che restano fondamentali oggi come ieri, al di là dell’incasellare queste esperienze nell’ambito della performing art.
Inoltre io non sono una performer e non performo nemmeno! Le mie azioni non hanno niente a che vedere con la performance storicamente classificata. Io sono completamente coinvolta nei processi di attivazione, al di là dei contenuti estetici, che ovviamente mi interessano, ma provengono dalle comunità e dall’intersezione dell’incontro delle persone. Mi interessa certo, inserire delle dissonanze, perchè so che danno vita ad energie, e ho sempre dichiarato la mia volontà precisa di essere multidisciplinare, dal momento che innanzitutto il mio background è composto da studi d’arte, didattica, musica, cinematografia, pedagogia del movimento, scrittura, ambiti in cui mi muovo professionalmente, e che questi restano strumenti che mi permettono di creare delle connessioni. Credo di fare arte che talvolta può essere considerata politica, ma non sono una persona politicizzata, non sono un’artista politicizzata. Entro ed esco dal mainstream. Sono libera nelle decisioni, nelle collaborazioni, lo si vede nella scelta degli attivisti con cui collaboro per esempio, dai Balck Panters, Black Lives Matter o Young Lords alle Pussy Riot, da Dior ai teatri occupati. Soprattutto lavoro tantissimo sulla mia assenza all’interno dell’opera, perché per fare scaturire delle dinamiche è fondamentale anche fare dei passi indietro come artista durante il processo. Non mi piace essere definita regista o direttrice d’orchestra, perché il lavoro è un gioco di equilibri sottili, talvolta anche rischiosi, nei quali lavoro per sottrazione di queste figure.

Marinella Senatore, We Rise by Lifting Others, Palazzo Strozzi, Firenze -2020
©photoOKNOstudio

La tua è anche una pratica del tempo. Nel senso che i tuoi progetti affrontano tempi lunghi che non coincidono con i canonici standard di una parte del sistema dell’arte che pretende una produzione di opere da mettere in vendita. Nonostante questi tempi dilatati ma vissuti sicuramente con un coinvolgimento totale il risultato riesce a convincere e posizionarsi sempre in bilico tra folklore,
performance, laboratorio, azione politica, monumento temporaneo, giusto per citare alcune definizioni che molto probabilmente non rendono del tutto l’esperienza artistica in cui coinvolge i
partecipanti. Ma la questione che volevo appunto proporle come riflessione era il tuo rapporto col tempo.

M.S.Partirei dal 2010, anno in cui ho realizzato il lavoro NUI SIMU (That’s us) che è stato un pò una chiave di volta, presentato poi nel 2011 alla Biennale d’Arte di Venezia , Illuminations, curata per quell’edizione da Bice Curiger. Da lì, la vita ha cominciato a coincidere con il tempo del lavoro, una vita nomade: nell’arco di due, al massimo tre anni cambiavo Paese e la mia pratica è diventata talmente radicale da essere fusa completamente con scelte di vita conseguentemente radicali. Quindi il tempo che dedico ai progetti e alle persone coinvolte è il tempo necessario e sarà sempre così. Ho un rispetto totale per chi partecipa ai miei progetti e mi assumo tutta la responsabilità del processo in cui vengono coinvolti. Ho lavorato con più di sei milioni di persone e non è un dato recente, si può immaginare quante vite, quante storie, quante voci abbia ascoltato, mi sento in tal senso completamente fusa e integrata con la mia vita lavorativa. Nello stesso tempo ho un’estrema facilità di espressione con molteplici linguaggi, ed è sempre stato così sin da bambina, avevo bisogno di esprimermi, suonavo il violino, ho studiato al conservatorio, ho studiato arte, ho diverse lauree, e allo stesso tempo mi è sempre piaciuto produrre oggetti, come centro energetico di uno sforzo portato a termine, di esperienze concretizzate e vita vissuta. Mi sento multidisciplinare per vocazione, se non fosse così non ci sarebbe decompressione e sarebbe un enorme guaio per me. Questo inoltre fa di me un’insegnante molto versatile, curiosa, che si diverte ancora e nei contesti formativi riscontro di avere capacità e velocità completamente diverse.
La percezione del tempo infine sta cambiando col passare degli anni, e questo in particolare è stato un anno singolare, perchè ero abituata a prendere otto aerei al mese, dando per scontato che quella fosse la normale condizione della mia vita. Adesso queste cose non sono più così scontate, per cui sto potenziando anche altre piattaforme e modalità di lavoro che stanno creando un’energia nuova con le persone coinvolte. Credo proprio che sia questa la mia grande forza: l’energia e il saper attivare, non so neanch’io come, quella degli altri.

Marinella Senatore, We Rise by Lifting Others, Palazzo Strozzi, Firenze -2020
©photoOKNOstudio

Ha ancora senso oggi parlare di sacro? Sacro nell’accezione latina sakros ripresa dal termine che si trova addirittura nel Lapis Niger il più antico documento della latinità, con il significato di alterità, di diverso dall’ordinario, straordinario. Al di là delle credenze religiose e della fede, ci siamo smarriti qualcosa d’importante nella corsa generata da un progresso senza “spiritualità”, in cui al massimo possiamo percepire un’esotica attrazione per l’alterità? Oppure è una sorta di evoluzione necessaria e inevitabile?

M.S.Bisogna assolutamente ancora confrontarsi sul tema del sacro, dello straordinario, ma nell’accezione a cui fai riferimento. Come docente, ad esempio in alcuni momenti vivo delle frustrazioni enormi e talvolta anche io stessa per certi versi mi perdo, quindi direi di sì, che sarebbe proprio il caso di considerare e riconsiderare il sacro e l’alterità. La mia paura più grande è che alla fine di questo periodo così duro, che ci ha costretti a fermarci e a ripensare le nostre vite, dove si è parlato tanto di sentirsi uniti, sentirsi vicini anche se nella distanza, valori sicuramente importanti, questo supposto cambiamento non avverrà o sarà finto, tornando esattamente a come eravamo prima. Mettersi alla prova, come sta accadendo in questo momento storico, è un processo fondamentale da cui però possono emergere le migliori e le peggiori cose. Ho paura che tutto questo pensare e pensarsi non sia reale e possa farci risvegliare esattamente nel nostro stato precedente. Quindi in tal senso il sacro – qualunque cosa esso significhi per ciascuno – e il rapporto con l’alterità e l’altro sono sicuramente temi da riconsiderare seriamente.

Fabrizio Ajello 

In copertina: Marinella Senatore, We Rise by Lifting Others, Palazzo Strozzi, Firenze -2020 ©photoOKNOstudio

About the author

Fabrizio Ajello

Fabrizio Ajello si è laureato presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di Palermo, con una tesi in Storia dell’Arte Contemporanea.
Ha collaborato in passato attivamente con le riviste Music Line e Succoacido.net.
Dal 2005 ha lavorato al progetto di arte pubblica, Progetto Isole.
Nel 2008 fonda, insieme all'artista Christian Costa, il progetto di arte pubblica Spazi Docili, basato a Firenze, che in questi anni ha prodotto indagini sul territorio, interventi, workshop e talk presso istituzioni pubbliche e private, mostre e residenze artistiche.
Ha inoltre esposto in gallerie e musei italiani e internazionali e preso parte a diversi eventi quali: Berlin Biennale 7, Break 2.4 Festival a Ljubljana, in Slovenia, Synthetic Zero al BronxArtSpace di New York, Moving Sculpture In The Public Realm a Cardiff, Hosted in Athens ad Atene, The Entropy of Art a Wroclaw, in Polonia.
Insegna materie letterarie presso il Liceo Artistico di Porta Romana a Firenze.

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