MEME TOPICS

Wabi-Sabi: elogio dell’imperfezione

Wabi-Sabi: la bellezza delle cose imperfette, o come una categoria dell’estetica giapponese potrebbe educarci a rileggere il modo in cui viviamo nel mondo e ci relazioniamo con l’altro.

Era una di quelle giornate in cui tra un minuto nevica. E c’è elettricità nell’aria. Puoi quasi sentirla… mi segui? E questa busta era lì; danzava, con me. Come una bambina che mi supplicasse di giocare. Per quindici minuti. È stato il giorno in cui ho capito che c’era tutta un’intera vita, dietro a ogni cosa. E un’incredibile forza benevola che voleva sapessi che non c’era motivo di avere paura. Mai. Vederla sul video è povera cosa, lo so; ma mi aiuta a ricordare. Ho bisogno di ricordare. A volte c’è così tanta bellezza nel mondo, che non riesco ad accettarla… Il mio cuore sta per franare (Sam Mendes, American Beauty).

In queste parole, Ricky Fitts, personaggio di uno dei film più iconici degli anni ’90, sembra sfiorare una visione del mondo che i giapponesi hanno trovato modo di definire. Quella sorta di epifania e bellezza che ci coglie mentre osserviamo il mondo, quella condizione di accettazione della nostra vulnerabilità e caducità. In Giappone, infatti, è andata nel corso dei secoli prendendo forma una categoria estetica che illustra proprio questo sentire.

Il wabi-sabi (侘寂) è una categoria estetica propria del Sol Levante che intende appunto, una modo di relazione con il mondo. Si potrebbe definirla come “la bellezza delle cose imperfette, temporanee e incompiute; la bellezza delle cose umili e modeste; la bellezza delle cose insolite” (Koren, 2015).
Per Andrew Juniper “se un oggetto o un’espressione può provocare dentro noi stessi una sensazione di serena malinconia e un ardore spirituale, allora si può dire che quell’oggetto è wabi-sabi”, secondo Richard R. Powell “nutre tutto ciò che è autentico accettando tre semplici verità: nulla dura, nulla è finito, nulla è perfetto”. L’etimologia della parola suggerisce una duplice origine.

Un giardino lungo il quartiere di Hanaka a Tokyo / © Chiara Francesca Rizzuti

Wabi () si riferisce generalmente alla solitudine della vita nella natura ed emerse come termine nel corso del XV secolo, dove indicava il tono emotivo con cui si praticava la cerimonia del tè. Lo troviamo nella più antica antologia di poesia giapponese, il Manyoshu (Raccolta di diecimila foglie, VIII secolo), formatosi nel periodo in cui andava costruendosi il senso di identità giapponese. La sua radice etimologica significa “chiedere profondamente e umilmente scusa” e, originariamente, aveva una connotazione più propriamente negativa ma, venendo utilizzato nella cerimonia del tè, iniziò ad assumere sfumature più poetiche e positive. Infatti, oggi indica una semplicità rustica, un’eleganza non ostentata e si può riferire a manufatti particolari perché caratterizzati da difetti o peculiarità.

Narcisi innevati in un giardino a Tokyo / © Chiara Francesca Rizzuti

Sabi (), “freddo”, “povero”, “appassito”, anch’esso vocabolo antico, si trova ancora nel Manyoshu, dove il sabi indicava un senso di desolazione. Successivamente, nel XIII secolo, inizia invece a costituirsi come termine critico e ideale artistico nella poesia, scivolando così in altre arti, come il teatro, la pittura o la letteratura. In questo modo, inizia a contemplare ciò che è sfiorito, la bellezza insita in ciò che è avvizzito. Ha quindi una componente più legata alla temporalità che incide sulla condizione e le caratteristiche dell’oggetto in sé. Curioso notare che sabi significa anche ruggine.  A grandi linee, possiamo riassumere la traduzione in una bellezza triste, oppure, una bellezza austera, malinconicamente racchiusa in sé stessa.

Miyajima, Hiroshima / © Chiara Francesca Rizzuti

Va riconosciuto che apprezzare la bellezza del Wabi-Sabi non è cosa alla portata di tutti, ma credo sia nell’interesse comune impedire al wabi-sabi di scomparire completamente. Il pluralismo culturale è una forma di ecologia certamente auspicabile, per fronteggiare la tendenza incalzante verso l’appiattimento digitale di tutte le esperienze sensoriali, in cui un lettore elettronico si frappone fra l’esperienza stessa e l’osservatore, e ogni manifestazione è codificata nella stessa identica maniera. […] In Giappone, dunque, impedire l’estinzione di un universo di bellezza non significa soltanto preservare, anche se con un grave ritardo, determinati oggetti o edifici, ma soprattutto mantenere viva un’idea estetica in tutte le sue espressioni. E poiché non è possibile ridurre il wabi-sabi a formule o slogan senza distruggerne l’essenza, la sua salvaguardia si prospetta un’impresa non facile. (Koren)

Il wabi-sabi può essere considerato come un sistema estetico completo, spaziando dalla metafisica, alla spiritualità, dal benessere emotivo alla moralità, affrontando fino l’aspetto delle cose e le sensazioni che esse ci procurano, comprende quindi gli spazi sottesi dell’esistenza. Un incontro casuale con la bellezza, quindi, come una sorta di epifania che rivela qualcosa di fondamentale nel modo in cui il mondo si manifesta a noi (Koren). Quindi si tratta di un elogio dell’imperfezione, dell’inafferrabilità e della caducità dell’esistenza.

Il wabi-sabi mi parve un paradigma estetico fondato sulla natura, capace di restituire all’arte di vivere una certa dose di saggezza e di equilibrio. Era la soluzione al mio dilemma artistico sulla maniera di produrre cose belle senza cadere nel deprimente materialismo che in genere pervade questo genere di attività creative. Il wabi-sabi è profondo, multiforme e sfuggente: sembrava l’antidoto perfetto all’idea di bellezza imperante -così fasulla, stucchevole e istituzionale- che a mio parere stava anestetizzando la società americana. Da allora sono giunto alla conclusione che il wabi-sabi ha un legame con molti dei movimenti antiestetizzanti più radicali che invariabilmente nascono dagli spiriti giovani, moderni e creativi: il beat, il punk, il grunge, o come si chiamerà il prossimo. (Koren)

Giardino zen Isuien a Nara / © Chiara Francesca Rizzuti

L’estetica giapponese, e di conseguenza anche la produzione artistica, è stata fortemente influenzata dallo Zen e dalla filosofia buddista Mahayana, in cui il Wabi-Sabi affonda le sue radici. Infatti, lo ritroviamo nella pratica dell’Ikebana, l’arte di disporre i fiori; nella cultura dei giardini giapponesi, Zen e bonsai; in poesia (haiku); nelle porcellane e, ovviamente, all’interno delle pratiche e dell’estetica della cerimonia del tè, in cui i valori di umiltà e modestia sono maggiormente evidenti. Perfetta metafora potrebbe essere il kintsugi: pratica in cui si saldano con l’oro o l’argento i frammenti di una ceramica rotta, in questo modo, non solo l’oggetto è economicamente più prezioso, ma, soprattutto, grazie all’intreccio dorato che ne impreziosisce la porcellana, acquista peculiarità, diventa un oggetto unico, appunto perché dall’imperfezione di una ferita può crearsi una forma ancor maggiore di perfezione estetica e interiore.

Ma il wabi-sabi non è evidente solo in oggetti e manufatti artistici, è qualcosa che riconosciamo come talmente fievole, leggero e delicato da essere, erroneamente, trascurato e considerato insignificante. Emerge quando il nostro mondo standardizzato di osservare le cose svanisce, quando la realtà ci smette di essere familiare. E’ un modo di guardare al mondo, una sorta di cura con cui educhiamo lo sguardo alla particolarità e alla peculiarità della cose.
Un gioco di riflessi sulla cresta di un lago, un cerbiatto che elegantemente si posa sull’erba, la luce che, filtrando attraverso gli alberi (komorebi), fa danzare le ombre delle foglie sulla porta a vetri di casa mia. C’è una certa delicatezza ed eleganza i questi momenti di istantanea bellezza, una pace ed un senso di accettazione di una temporalità entro cui l’esistenza delle cose si srotola.

In Occidente, soprattutto all’interno delle società che abbiamo costruito nel corso del secolo scorso, non siamo abituati a questo tipo di approccio verso la realtà.
Abbiamo sviluppato, anzi, una nausea: gli oggetti, di cui quotidianamente ci circondiamo, e che abbiamo accumulato nevroticamente, costituiscono un troppo, abbiamo concesso alle cose una tale pienezza e gonfiore da risultarci soffocanti. Il Wabi-Sabi ci può quindi aiutare a restituire a noi stessi la capacità di accettare la nostra condizione di precarietà su questo pianeta, insegnandoci a ritrovare quel rispetto per l’altro che abbiamo dimenticato.

Quanto gli manca di sé a colui che ha bisogno di tante cose?
Rikyu Hyakushu

Testo e fotografie di Chiara Francesca Rizzuti

BibliografiaLeonard Koren, Wabi Sabi. Per artisti, designer, poeti e filosofi, Ponte alle Grazie, 2002
Leonard Koren, Wabi-Sabi. Altri Pensieri, Ponte alle Grazie, 2015
Nyogen Senzaki e Paul Reps, 101 storie zen, Adelphi, 1973

About the author

Chiara Francesca Rizzuti

Cremona, 1991. Studia arte e cinema al DAMS di Bologna e approfondisce gli studi sull’immagine contemporanea al master di Fondazione Fotografia. Attualmente vive ancora a Bologna dove fotografa molto, lavora ancora di più e non studia abbastanza antropologia. Qualche volta scrive.

Nel rispetto della privacy raccogliamo dati statistici anonimi sulla navigazione mediante cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione acconsenti all’uso dei cookie. Info | Chiudi