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Viaggio immaginario nella vita dell’Arcimboldo contemporaneo

In un periodo storico in cui il cibo è idolatrato e feticizzato, come avrebbe operato colui che ha fatto proprio del cibo la componente primaria delle sue opere d’arte? Ecco un viaggio immaginario nella vita dell’Arcimboldo contemporaneo, tra alimenti sintetici, junk food, veganesimo, celiachia e crudismo.

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E’ sufficiente accendere la televisione in un giorno qualsiasi a un orario qualsiasi, per capire fino a che punto il cibo e tutte le professioni ad esso collegate stiano godendo di un periodo di straordinaria fama mediatica.
Gli chef sono ormai diventati superstar (per non parlare dei food–blogger), i ricettari sono diventati best sellers e in ogni Accademia di Fotografia sono nati corsi specializzati in food photography. Non si può, infine, non ricordare Expo 2015, la grande Esposizione Universale che aprirà tra poco a Milano, il cui focus ruota attorno  all’alimentazione.
Una moda ormai duratura che, se da una parte, cavalca il consumismo insito nella società occidentale, dall’altra richiama giustamente l’attenzione su un consumo consapevole e sulla diffusione di modalità nutrizionali sane, in accordo con la lotta all’obesità e ad altri disturbi alimentari intrapresa in molti Paesi, a partire dagli Stati Uniti.

Proprio mentre riempio il carrello, intenzionata a preparare ai miei amici una cena degna di Gordon Ramsay, vengo attirata dal banco della frutta e della verdura che nel supermercato vicino a casa mia è un tripudio di colori e di sapori. Immediatamente mi torna alla mente l’Arcimboldo, pittore manierista del Cinquecento che realizzava ritratti utilizzando elementi presi in prestito alle nature morte. I suoi visi, a metà tra il grottesco e il surreale, prendevano forma grazie alla sapiente composizione di frutta, verdura, fiori, ortaggi, ma anche uccellini e pesci.

La pittura di Arcimboldo nascondeva riflessioni filosofiche di matrice aristotelica ed era strettamente legata alla cultura del suo tempo che feticizzava ogni tipo di stranezza, come si può notare dalle raccolte delle Wunderkammer cinquecentesche. L’Arcimboldo parte da un’unità per creare un insieme, proprio come gli ingredienti compongono un’elaborata ricetta. Di questo insieme crea delle opere d’arte complesse, risultato di arditi incastri e sfumature di colore.
La realizzazione di un disegno unitario che emerge dalla studiata composizione di piccole parti, ritrova le sue radici nel mosaico classico e, passando per l’Arcimboldo, arriva fino all’arte contemporanea, per esempio nella ricerca di artisti come Vik Muniz. L’artista brasiliano, infatti, ha realizzato il progetto “Waste Land” ambientato nella più grande discarica del mondo, quella di Rio de Janeiro. Aiutato dai lavoratori della discarica, Muniz, ha composto, utilizzando la spazzatura stessa, enormi ritratti dei lavoratori, spesso atteggiati in modo da riproporre opere d’arte famose, è il caso per esempio de “ La morte di Marat” di Jacque Louis David.

vik muniz, la morte di marat

Una domanda sorge però spontanea: se Arcimboldo fosse vissuto oggi, che tipo di ritratti a base di cibi avrebbe realizzato? Dopotutto moltissimi prodotti che fanno parte delle nostre abitudini alimentari non esistevano nel ‘500, a partire dal cioccolato che all’epoca si utilizzava solo per realizzare una bevanda nemmeno troppo buona. Pensiamo alle caramelle, alle “merendine“, ai marshmallows, a tutti quegli alimenti dannosissimi che piacciono tanto ai bambini e sono un must della cultura pop come si può notare chiaramente dal videoclip  “California Girls” di Katy Perry, in cui la cantante attraversa un mondo di zucchero filato e dolciumi vari, indossando un reggiseno fatto di donuts.

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Ma non credo che Arcimboldo avrebbe ceduto a queste seduzioni: anche in un mondo contemporaneo, il suo spirito manierista lo avrebbe spinto a perseguire la pittura tradizionale e a difendere la buona tavola.

Innanzitutto, avrebbe acquistato le sue materie prime direttamente dai produttori: lo vedo andare in giro per campi e cascine a trattare sui prezzi sulla frutta e a selezionare personalmente i migliori esemplari per ottenere la massima resa pittorica. Dopo aver girato tutte le gallerie di Milano con i suoi ritratti sotto braccio e aver incassato tutta una serie di rifiuti, finalmente una giovane gallerista avrebbe accettato i suoi dipinti e organizzato una mostra, ma alla condizione che le opere fossero almeno il doppio di quelle presentate. Tornato a casa, ormai a corto di frutta, il nostro pittore avrebbe provato ad utilizzare come modelli i piccoli animaletti di cui sopra, uccellini, cacciati personalmente durante una gita bucolica in campagna, e poi pesci e frutti di mare, acquistati al grande mercato ittico di Milano, dove – narra la leggenda – si trova il pesce più fresco d’Italia.

All’inaugurazione della mostra, però, una delegazione di animalisti militanti avrebbe inscenato una protesta contro questo genocidio ingiustificato e questa esaltazione alla carneficina. Per sedare gli animi, la gallerista avrebbe promesso che Arcimboldo si sarebbe  fatto promotore dei diritti degli animali realizzando una più sana ed educativa versione vegan dei dipinti. Costretto quindi ad utilizzare seitan, germogli di soia e semi di sesamo, il pittore, si sarebbe fatto promotore di un tipo di alimentazione alternativa, facendo delle sue opere il vessillo di questa importante battaglia. Dopo aver venduto tutte le opere “cruelty free” quello di Arcimboldo avrebbe iniziato ad essere un nome conosciuto e, proprio per questo, avrebbe attirato l’attenzione di molti altri soggetti.

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L’Associazione Celiaci avrebbe  chiamato la gallerista per richiedere l’eliminazione del glutine dalle sue opere e così, per amore del politically correct, dai dipinti sarebbero spariti pasta, pane, pizza, ma anche i cereali allo stato primario e di conseguenza anche il seitan. Con ormai pochi elementi a sua disposizione, Arcimboldo, avrebbe perseverato con la sua poetica rivolgendo la sua attenzione verso i fiori, ma ecco dietro l’angolo apparire i fruttariani contrari all’estirpazione delle piante. La gallerista avrebbe ancora una volta ammonito il pittore chiedendogli di adeguare le sue opere alle richieste dell’associazione, nel frattempo cercando anche di non scontentare i crudisti. Il povero Arcimboldo, stanco di assecondare le pretese della gallerista, tutta intenta ad assicurarsi le vendite piuttosto che a tutelare il pittore, avrebbe intrapreso una sua battaglia personale, ricordando quella parte di mondo che vive ancora patendo la fame, l’artista avrebbe semplicemente smesso di giocare con il cibo.

Raffaella Carillo

About the author

Raffaella Carillo

Nata a Milano nel 1988 ha sviluppato il suo amore per l’arte fin da bambina. Oggi, in procinto di conseguire la laurea specialistica in Critica d’arte contemporanea, si appresta a fare della sua passione la sua professione, esplorando con curiosità tutti i territori della cultura contemporanea.

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