Arte e Fotografia

Utagawa Kuniyoshi e il mondo fluttuante giapponese

Ricordo che la professoressa di storia dell’arte, in quinta liceo, quando ci spiegò Gauguin, insistette su come aveva usato la diagonale. Disse che l’influenza delle stampe giapponesi sui pittori nostrani comportò delle evoluzioni per quanto riguardava composizione, colore e linea. Gli storici diedero a questo fenomeno il nome di Japonisme (giapponismo).

Fu nel 1858 che, ufficialmente, il Giappone riaprì i commerci con l’Occidente dopo due secoli di sakoku, ovvero la politica isolazionista che contraddistinse il periodo Edo. I Trattati di Amicizia e Commercio prima con gli Stati Uniti, poi con i Paesi europei, favorirono la diffusione di stampe giapponesi tra borghesia e artisti occidentali e presto diventarono una vera e propria moda.

La professoressa illustrava a una classe occidentale una storia dell’arte occidentale, quindi non approfondì l’altra faccia della medaglia: il punto di vista giapponese. I programmi scolastici non prevedono approfondimenti sull’arte orientale, per questo la mostra di Utagawa Kuniyoshi al Museo della Permanente è un’occasione per trattare l’argomento, come era avvenuto  l’anno scorso a Palazzo Reale con le mostre su Hokusai, Hiroshige e Utamaro, altri esponenti dell’ukiyo-e, la corrente artistica del mondo fluttuante.

Se è vero che nel 1600 l’inizio del sakoku interrompeva i  contatti con il Giappone da parte dell’occidente, non era  necessariamente vero il contrario. Nonostante la chiusura verso  il mondo esterno i giapponesi continuavano lo studio di scienze e tecniche occidentali. In particolare , grazie alle relazioni commerciali con l’Olanda, la penetrazione di cultura e arte dei Paesi Bassi fin da subito ha influenzato  l’arte ukiyo-e che consisteva prevalentemente in stampe silografiche. Queste opere rappresentavano il gusto di mercanti e artigiani: classi sociali che stavano lentamente acquisendo potere e di conseguenza si staccavano dalla  tradizione imperiale. I temi trattati erano vicini alla quotidianità degli abitanti della grande città di Edo (l’odierna Tokyo), specialmente quella degli Yoshimara, i quartieri del piacere. Lo stile di vita che li caratterizzava era disinibito, ispirato dal desiderio e dal godimento di piaceri effimeri, detti “fluttuanti”.

È proprio da qui che deriva il termine “ukiyo-e”: il mondo fluttuante dove si cercava di allontanare la malinconia della realtà per perdersi nel piacere.

Le raffigurazioni predilette erano beltà femminili (bijin-ga), che fioriscono anche nell’arte di Kuniyoshi e delle quali sono esposti splendidi esempi: i soggetti vengono rappresentati  non solo come cortigiane ma anche come donne e madri intente in azioni quotidiane. Altri soggetti erano attori kabouki, bambini, il rapporto con la natura e le vedute di Edo. Soprattutto per queste ultime l’influenza occidentale fu fondamentale: l’introduzione della prospettiva che nel XVIII secolo fece fare un salto in avanti nelle composizioni urbane.

Per Kuniyoshi l’arte olandese volle dire anche l’imitazione della resa dell’incisione da matrice di rame invece che di legno, uno dei particolari che lo contraddistingue da Hiroshige e Hokusai. Loro negli anni ‘30 dell’Ottocento, quando Kuniyoshi iniziò la sua carriera, erano ormai all’apice del successo; il suo fu sancito grazie alla realizzazione della serie sugli eroi del popolare Suikoden. Originariamente i protagonisti erano trentasei briganti cinesi, ma il loro numero aumentò grazie al successo che riscuotevano nella tradizione orale. La loro fama e trasformazione da briganti a coraggiosi difensori della giustizia furono confermate dal celebre romanzo cinese “Shui-Hu-Chuan”. La prima traduzione giapponese che si affermò fu quella del 1803 illustrata da Hokusai. A partire dal 1827 l’editore Kagaya commissionò a Kuniyoshi alcune stampe singole per la serie “Uno dei 108 eroi del popolare Suikoden” che diventarono presto ottocento. Queste pubblicazioni sancirono la popolarità dell’artista e vengono ancora oggi considerate le migliori rappresentazioni dei Suikoden. Ogni personaggio occupa l’intero spazio della composizione e, come vuole lo stile di Kuniyoshi, è infittito di particolari.

I ritratti colgono il carattere fisico e psicologico dell’eroe, che viene riconosciuto grazie al tatuaggio sul corpo che rimanda al suo soprannome. Probabilmente il successo popolare di questa serie è dovuto, oltre che alla bravura dell’autore, anche al declino del samurai come guerriero. Infatti, nei due secoli di dominazione Tokugawa, il periodo Edo, i samurai ricoprivano il ruolo di burocrati e la nobiltà del sacrificio e della dedizione alla causa attraverso la lotta era riservata al passato. Il nobile guerriero era sempre più fantastico e meno reale, perciò credo che il giapponese medio fu felice di ritrovarne i valori in quelle stampe irrealistiche. Un tipo di irrealismo che continuò ad accompagnare Kuniyoshi nella sua produzione artistica: ampia è la serie di raffigurazioni epiche ed eroiche. Sono ricche di elementi soprannaturali che trovano la loro efficacia in una rappresentazione realistica e, nonostante il gusto horror vacui che le percorre, gli eroi e i cattivi non sono davvero spaventosi: hanno un’aura di eleganza persino nelle espressioni malvagie, seppur quasi comiche, dei volti.

Tra le opere più famose del maestro si trovano invece caricature e parodie che si discostano dalla rappresentazione realistica. Sono infatti composte da giochi di ombre e personificazioni antropomorfe di animali, atte a circuire la censura dell’epoca che colpiva la satira e non voleva assolutamente vedere volti noti esistenti.

Sono proprio queste serie a far sì che gli venga attribuito il soprannome di Arcimboldo giapponese: agglomerati di corpi che formano facce, gatti-teschio e animali dalle ombre mostruose. Come ha sottolineato Ryohei Miyata, Commissario agli Affari culturali del Giappone, si può pensare a un filo invisibile che attraversa il mondo e che collega Italia e Giappone: in un’epoca in cui gli scambi commerciali e culturali erano praticamente pari a zero un artista nipponico dell’ottocento intraprese una strada simile a quella di un pittore italiano cinquecentesco.

A concludere il percorso espositivo ci sono alcuni esempi delle serie sui gatti, composti da trittici e stampe singole come per gli altri temi. L’artista era perennemente circondato da questi animali e gli aveva addirittura dedicato nella sua abitazione un altare funebre che, di solito, si usava per i defunti umani.

Tutto ciò gli valse l’appellativo di Maestro dei Gatti e, forse ironicamente, è proprio questa passione a connetterlo maggiormente al mondo occidentale odierno se si pensa alla moda dei gattini che imperversa sul web. Invito quindi tutti gli amanti dei felini, e non, a visitare il Museo della Permanente entro il 28 gennaio 2018, sperando che possa essere un’occasione di arricchimento culturale, di avvicinamento all’arte orientale e, perché no, di farsi due risate.

Chiara Azzollini

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Chiara Azzolini

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