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Gli “Ugly Renaissance babies” di Tumblr, tra storia dell’arte e ironia del web

In passato, le opere d’arte erano il mezzo più diretto per veicolare i complessi messaggi codificati principalmente nei testi biblici, accessibili solo agli eruditi e ai religiosi; l’arte, quindi, veniva insignita dell’alto compito di raggiungere i cuori e le menti delle masse di fedeli analfabeti, per educarli.

Oggi che l’analfabetismo si è drasticamente ridotto fortunatamente, sembriamo però assistere ad una sorta di inversione di tendenza, per cui quel patrimonio collettivo che sono (o che almeno dovrebbero essere) le opere d’arte, se non vengono prima opportunamente spiegate e studiate, rimangono spesso e volentieri mute e non sono in grado di far capire alcunché.

“Ma perché nel Medioevo si dipingevano solo Madonne e santi?”, “Come mai non sapevano disegnare?!”, “Perché sempre il fondo oro?”, “Dai, quest’artista non sapeva dipingere, guarda il Bambin Gesù: è orribile!!”: sono solo alcune delle giuste obiezioni mosse da visitatori profani, sicuramente non seriali, di musei, chiese, conventi, palazzi storici e cappelle, che di fronte a pale e tele dipinte, spesso e volentieri completamente decontestualizzate, non sanno che pesci pigliare.

n.1: L. Lotto, “Annunciazione di Recanati”, 1534, Museo civico Villa Colloredo Mels, Recanati
n. 2: dalla pagina “Sarai mejo te”

Nascono allora pagine web (cfr. immagini n.1,2,3 e 4) di scherno canzonatorio (“If art could talk”,”Se i quadri potessero parlare”, “L’arte spiegata ai truzzi”, che però è da considerare già più serio come progetto, e quei meme dissacranti con l’immagine della Madonna che viene fatta parlare in romanesco) che, ad un’”innocente” ignoranza, uniscono una più o meno acuta ironia, per arrivare quantomeno a porre la questione della difficoltà di lettura di opere d’arte soprattutto del Medioevo e del proto-rinascimento.

n. 3: J. Ducreux, “Autoritratto”, 1793 c., dalla pag. “Se i quadri potessero parlare”
n. 4: W.J. Watherhouse, “Eco e Narciso”, 1903, dalla pag. “If Art could talk”

È il caso, fra gli altri, del profilo tumblr sugli “Ugly Renaissance babies”, che offre un vasto campionario di bambini brutti (si tratta quasi sempre di Gesù) dipinti da artisti vissuti quattro, cinque o anche più secoli fa. I coloriti e fantasiosi commenti raccolti sulla pagina (come quello che paragona uno smanioso Gesù bambino di fine Trecento, uscito dalla mano di Cimabue, a Benjamin Botton, immagine n. 5) dimostrano quanto ci si possa scandalizzare, oltre che divertire, per la incomprensibile bruttezza che spopola in opere d’arte di soggetto religioso e che deforma i divini personaggi del Vangelo.

n.5: Cimabue (attribuito), “Madonna di Castelfiorentino”, 1283-84, tempera su tavola, Museo di S. Verdiana, Castelfiorentino

Eppure, il messaggio recepito dai nostri progenitori, più attenti fruitori delle opere di arte sacra, era ben diverso da quello racchiuso nei commenti facili e provocatori che si possono fare oggi, poiché era strettamente connesso, in molti casi, alle tragiche realtà del tempo, come quella dell’alta mortalità infantile.

Dietro al “bambino brutto” – che sta anche urinando, tra l’altro, dettaglio non di poco conto – dell’opera n.6 (si tratta del “Ratto di Ganimede” dipinto da Rembrandt), dalle morbide e flaccide natiche scoperte, una pancia rotonda e imponente, già adulta, il viso digrignante a trattenere la paura e la scalpitante recalcitranza per quanto gli sta accadendo, è nascosta la volontà da parte di Rembrandt di affrontare il tema della morte di un bambino, come dimostrato dallo schizzo preparatorio di quest’opera (nell’immagine n.7), in cui compaiono due figure umane disperate, che alzano le braccia al cielo, identificate con i genitori dell’infante, strappato alla vita troppo presto.

n.6: Rembrandt, “Ratto di Ganimede”, 1635, olio su tela, Dresda, Gemaldegalerie
n.7: “Ratto di Ganimede” di Rembrandt, schizzo preparatorio

Ulteriori rimandi simbolici rafforzerebbero questa idea, a partire dalle piccole ciliegie che il bambino reca con sé, nella sua paffuta mano sinistra, simbolo di purezza e del sacrificio di Cristo; il Ganimede “cristianizzato” e reso infante da Rembrandt epitoma quindi l’idea di una giovanissima anima che, nella morte prematura, si ricongiunge comunque a Dio, come anima pura e degna di amore.

Questa è l’interpretazione che di tale opera è stata fornita da alcuni studiosi, un’opera che renderebbe quindi inevitabile e drammatica la riflessione sulla dolorosa realtà che si trovavano a vivere gli uomini e le donne del XVII secolo. La pipì che scende sarebbe invece un dettaglio inserito per accentuare la carica di realismo del dipinto, o un sofisticato omaggio “pagano” alla costellazione dell’Acquario, segno zodiacale legato a Ganimede, rapito da Giove e reso coppiere degli dei; oppure, potrebbe testimoniare il rifiuto da parte del pittore delle implicazioni omoerotiche contenute nel mito greco.

Ovviamente, i followers di “Ugly Renaissance babies” non potevano cogliere tutti questi significati ma li ringraziamo comunque per aver in qualche modo acceso il dibattito intorno alle opere d’arte caratterizzate da una presunta bruttezza.

Inopinabilmente brutto è certamente un altro Gesù bambino (immagine n.8) – di un probabile autore fiammingo di fine Quattrocento (evitiamo qui rischiose ipotesi attributive, in mancanza di dati ulteriori sull’opera) – minuscolo e leggermente cianotico in viso, che fa dire ad un irriverente follower della pagina che non è ancora cotto e necessita pertanto di essere rimesso nel forno, come una torta («…Mary, you want to stick that Christ Cake back in the proverbial oven. I don’t think he’s quite finished yet»). Questo commento, al di là dello humor nero, potrebbe contenere qualcosa di vero e c’è chi, per questa figura di Gesù infante, ha avvallato l’ipotesi di considerarla come un’allusione a qualche nascita prematura.

n.8: Artista fiammingo di metà XV secolo, probabile “Adorazione dei Magi”, particolare

Mentre il bambino dalle fattezze quasi aliene e mostruose che ritroviamo nell’immagine di copertina (Master of the Kress Epiphany, Cacciata dei mercanti dal Tempio; nell’immagine 10 si può vedere l’intero dipinto) può tranquillamente essere interpretato come il simbolo di una società corrotta e rientrare così in un discorso di critica, da parte del pittore, ai mali del suo tempo che deformano il bene.

n. 10: Maestro dell’Epifania Kress (attribuito), “Cacciata dei mercanti dal tempio”, 1480-1500, olio su tavola, Ontario Art Gallery

Prova ne sono l’ambientazione – la scena dipinta infatti, riferita al noto episodio biblico, si sarebbe dovuta svolgere dentro ad un tempio giudaico e non in una cattedrale gotica -, che si richiama alla contemporaneità dell’artista e allo “scandalo” delle indulgenze (tema molto attuale all’epoca), oltre alla mancanza di un punto di fuga univoco per l’intera composizione, che suggerirebbe confusione, sostanziale mancanza di direzione, la stessa che probabilmente affliggeva la società di fine Quattrocento in cui questo artista si trovava a vivere.

In generale, laddove ci imbattiamo nella bruttezza, conviene forse accogliere o almeno conoscere un po’ le considerazioni e le analisi di alcuni studiosi come il Prof. Remo Bodei – filosofo tuttora vivente che ha insegnato a Cambridge, New York, Toronto, Los Angeles e alla Normale di Pisa – che ci ricorda come nell’universo cristiano la bruttezza, ricercata per rappresentare personaggi positivi, sia funzionale ad una sorta di umanizzazione del divino, nelle fattezze, e quindi di maggiore vicinanza di Dio all’uomo. Come precisa Bodei in un’intervista, «Il Messia viene rappresentato nella Bibbia, soprattutto in Isaia, come un uomo non soltanto insignificante ma brutto, perché verrà e nessuno se ne accorgerà», e poi ancora «mentre nella tradizione greca, in quella neoplatonica è l’uomo che deve innalzarsi attraverso l’ascesi alla divinità, […] nella tradizione cristiana […] è Dio che discende, si degrada, si umilia nel farsi uomo […] e diventa non solo come uno di noi, ma il peggiore di noi dal punto di vista esterno».

Allo stesso modo, il “S. Nicola che rifiuta il latte” dell’immagine n. 11, affresco ascritto alla fine dell’anno Mille che decora una cappella dell’abbazia di Novalesa, in Val di Susa, non necessita di alcuna anacronistica rilettura freudiana («This makes the act of leaving milk out for St. Nick just a little bit Freudien, doesn’t it?») – che pure fa sorridere e apre la strada alle libere associazioni di idee, sempre ben accette – poiché si tratta semplicemente di un episodio documentato della vita del santo, che agì così per rispettare il digiuno; anche per Gesù è documentato (o narrato, se preferite) in un Vangelo apocrifo un comportamento analogo, quando, una volta raggiunti i nove mesi, smise già di prendere il latte dal seno materno, con grande stupore di Maria e Giuseppe.

n.11: Anonimo, “S. Nicola rifiuta il seno materno”, 1096-97, cappella di S. Eldrado, abbazia di Novalesa, Val di Susa, qui con i commenti dei numerosi followers della pagina “Ugly Renaissance babies”di tumblr

Perciò, entrando più nel vivo dei dipinti del passato, ci si accorge di quanto essi abbiano ancora molto da dire, al di là di quello che potremmo vederci noi; se “Ugly Renaissance babies” va in direzione opposta rispetto a questo assunto, non è utile e necessario demonizzarlo, poiché resta comunque uno spazio legato ad immagini della nostra tradizione culturale e all’arte in generale, e si pone come spregiudicato ed esilarante tentativo di interrogarci sulla giustezza o meno della nostra ignoranza in fatto di Madonne e santi del Trecento, Quattrocento, Cinquecento e via dicendo. I quadri sono sempre dietro i quadri e l’arte è tutta un simbolo che ci riconduce, se analizzata approfonditamente, a verità certe ma perdute.

Lorenza Zampa 

About the author

Lorenza Zampa

Nata e cresciuta nelle Marche, si forma a Ravenna e Firenze, laureandosi in Storia dell’Arte Moderna. Autrice della raccolta poetica “L’evidenza arresa” (Maremmi Editore), disegna, suona chitarra e batteria e ama la compagnia di musei, libri e film.

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