Arte e Fotografia

Tina Modotti: il cuore appassionato e politico dell’arte

Anonimo. Tina Modotti. San Francisco 1920 ca.

Emigrante, operaia, attrice, fotografa, antifascista, militante nel movimento comunista internazionale, perseguitata ed esule politica, Tina Modotti ha utilizzato il mezzo fotografico come strumento d’indagine e denuncia.

 

E’ scritto nella locandina di presentazione alla mostra “Tina Modotti. Retrospettiva” dal 29 Novembre all’ 8 Marzo al Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri di Verona: “La mostra testimonia come ancora l’arte di Tina Modotti  conservi un grande fascino. La fugacità stessa della sua carriera è il simbolo dei drammi di un’epoca di grandi contraddizioni e cambiamenti, della quale l’artista ha lasciato molte toccanti testimonianze. Tina resta per tutti l’incarnazione dell’indomabile vitalità latina che si afferma anche attraverso la prova dell’esilio. È per questo che le sue fotografie emozionano in quanto miracolo di bellezza, strappato per un attimo al dramma di un epoca spietata”. Calza qui a pennello il pensiero di Walter Benjamin espresso ne “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” in cui il pensatore berlinese afferma che all’estetizzazione della politica perseguita dal fascismo, il comunismo risponde con la politicizzazione dell’arte. Quella di Tina Modotti è infatti un arte dal cuore appassionato e politico, le cui fotografie-  come descrive il critico e giornalista Pino Cacucci, nelle pagine introduttive al catalogo della mostra-  “[…] sono talvolta un po’ “sporche”: o un micromosso, oppure una resa non ottimale […] Tina scattava a mano libera […] a Tina piaceva di più cogliere l’attimo […]”.

Traspare qui quell’inconscio ottico di cui Benjamin scrive nel suo saggio sopra citato a proposito del quale egli si riferisce così scrivendo: “La natura che parla alla macchina fotografica è infatti una natura diversa da quella che parla all’occhio […] al posto di uno spazio elaborato consapevolmente dall’uomo, c’è uno spazio elaborato inconsciamente […] Soltanto attraverso la fotografia egli scopre questo inconscio ottico, come attraverso la psicanalisi l’inconscio istintivo” (W. Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, cit., pp.62-63).     

 “Tina ha posato per me ieri mattina. Da tempo avevamo pensato che io la dovessi ritrarre come più volte la vedevo, recitando poesie – nel tentativo di fissare la straordinaria mutevolezza del suo volto in azione.

Non c’era niente di artificioso in questo tentativo, lei si sentì subito in uno stato d’animo in cui ignorava me e il mio obiettivo – o inconsapevolmente sentiva la mia presenza ed ad essa rispondeva? In venti minuti feci tre dozzine di negativi Graflex e catturai il suo sensibile volto in ogni suo lieve cambiamento d’espressione”.

Edward Weston Tina, 1921
Edward Weston Tina, 1921

Queste sono le parole che il fotografo maestro di Tina Modotti, Edward Weston, dedica alla sua amata musa ed allieva, descrivendone il volto sensibile in grafie di luce sensibilmente impresse, ricordando ciò che scrive Benjamin a proposito della fotografia nel saggio sopracitato: “Nella fotografia il valore di esponibilità comincia a sostituire su tutta la linea il valore cultuale. Ma quest’ultimo non si ritira senza opporre resistenza. Occupa un’ultima trincea, che è costituita dal volto dell’uomo. Non a caso il ritratto è al centro delle prime fotografie […] Nell’espressione fuggevole di un volto umano emana per l’ultima volta l’aura. E’ che ne costituisce la malinconica e incomparabile bellezza” (L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, cit., p. 28).

E’ proprio l’espressione fuggevole del volto di Tina Modotti ciò che affascina e cattura lo sguardo di chi osserva le fotografie che la ritraggono, immagini che guardano chi le guarda, auratiche appunto, contrassegnate dall’attesa che lo sguardo venga ricambiato, facendone trasparire l’intensa tonalità affettiva che in ogni istantanea è possibile riscontrare.

Altri fermo-immagine, vedono la Modotti ritratta in qualità di attrice, nelle consuete figure plastiche richieste dal cinema degli anni ’20 del Novecento, in cui ella, in posa, fa risaltare tutto il suo conturbante fascino di femme fatale, valorizzato, in alcuni scatti, da alcune parti o da tutto il corpo nudo in cui, per proseguire la sottotraccia benjaminiana “per la prima volta – ed è questol’effetto del film– l’uomo viene a trovarsi nella situazione di dover agire sì con la sua intera persona vivente – ma rinunciando all’aura. Poiché la sua aura è legata al suo hic et nunc” (Ivi, p. 32).

Tina Modotti. Bambina davanti alla porta. Messico, 1928.
Tina Modotti. Bambina davanti alla porta. Messico, 1928.

In esilio da se stessa al cinema,  in esilio nella vita in quanto emigrante, perseguitata ed esule politica, dalla metà degli anni ’20 l’artista rivolge l’obiettivo della sua macchina fotografica a dettagli, oggetti, fiori: vengono impressi di luce  ed esempio fili del telegrafo, pieghe di tessuto, bicchieri, rose, gigli, calle, cactus, canne, porte,  scale, marionette, bambini e bambine. Notevole anche qui è l’affinità con Benjamin “filosofo delle piccole cose”, per quanto riguarda l’attenzione ai dettagli, a quello che, un altro importante pensatore contemporaneo che risponde al nome di Roland Barthes, in “La camera chiara. Note sulla fotografia”, chiama il punctum, ovvero ciò che colpisce, punge, ferisce, tocca lo sguardo o – si potrebbe aggiungere, guardando ad esempio la fotografia della Modotti intitolata “Bambina davanti alla porta” (Messico, 1928) – dove lo sguardo si incanta.

Tina Modotti. Miseria. Messico, 1928.
Tina Modotti. Miseria. Messico, 1928.

Dalla locandina della mostra si legge:“Emigrante, operaia, attrice, fotografa, antifascista, militante nel movimento comunista internazionale, perseguitata ed esule politica, Tina Modotti è partita da Udine ed ha scoperto l’arte sociale oltreoceano, utilizzando il mezzo fotografico come strumento d’indagine e denuncia […]”. Il fotografare dell’artista è infatti rivolto a documentare importanti temi sociali, impregnando le sue istantanee di impegno politico come ad esempio si evince da “Miseria” (Messico, 1928) ed “Eleganza e povertà” (Messico, 1928). In quest’ultima immagine  frutto –  come si legge dalla didascalia – di un fotomontaggio realizzato dall’autrice tramite l’accostamento di due differenti scatti – spicca un cartello riportante, in spagnolo, il seguente messaggio: “Dalla testa ai piedi abbiamo tutto quello che si richiede ad un cavaliere per vestire elegante”  in cui, sotto ad esso, si vede un lavoratore, col capo chino, sul ciglio di una strada. Sembra scritta apposta per il lavoro di Tina Modotti la bella frase presente in “Lettera da ParigiI” scritta da Walter Benjamin: “Non dovrebbe essere l […] ispirazione sociale, a convertirsi in un’ispirazione visiva?”. Forse è proprio questo ciò che rende indimenticabili agli occhi come al cuore le fotografie di questa straordinaria artista, di questa straordinaria donna.

Silvia Migliaccio

Verona, Tina Modotti – Retrospettiva, dal 29 Novembre 2014 al 8 Marzo 2015.

 

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