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Tina Modotti e l’importanza della fotografia onesta

Tra le maggiori fotografe di tutto il Novecento, Tina Modotti, nella sua breve vita, ha saputo fare del suo obiettivo fotografico uno sguardo obiettivo sul mondo. Antesignana della “street photography” e attivista politica, Tina Modotti è ancora un esempio di come la fotografia possa essere “onesta”, senza servigi alla bellezza estetica fine a se stessa, ma attenta a tutti gli aspetti più veri della realtà.

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“La fotografia, proprio perché può essere prodotta solo nel presente e perché si basa su ciò che esiste oggettivamente davanti alla macchina fotografica, rappresenta il medium più soddisfacente per registrare con obiettività la vita in tutti i suoi aspetti ed è da questo che deriva il suo valore di documento. Se a questo si aggiungono sensibilità e intelligenza e, soprattutto, un’idea chiara sul ruolo che dovrebbe avere nel campo dello sviluppo storico, credo che il risultato sia qualcosa che merita un posto nella produzione sociale, a cui tutti noi dovremmo contribuire”. (Tina Modotti, 1929).

Assunta (Tina) Modotti nasce nel 1896 ad Udine, terza dei sei figli di un meccanico e di una sarta. Il Friuli è terra povera di forte emigrazione, ben diversa dal ricco nord-est di oggi. Il padre si trasferisce a Klagenfurt, in Austria, in cerca di lavoro; Tina deve abbandonare la scuola a 12 anni per lavorare in una filanda e contribuire al mantenimento della famiglia. Impara la cura per i fratelli, l’attenzione ai più piccoli e lo spirito di squadra di una famiglia, che per sopravvivere deve poter contare sul sostegno di tutti. Questa fase della vita inciderà fortemente su tutte le sue scelte successive.

Il padre si trasferisce a San Francisco, dove si cercano manovali per la ricostruzione dopo il terribile terremoto del 1906. Tina lo segue nel 1913, diciassettenne. Lavora come sarta e frequenta ambienti legati al teatro. Nel 1917 sposa il poeta e pittore franco-canadese Roubaix de l’Abraix, detto Robo, che la introduce in un mondo di artisti ed intellettuali al centro del dibattito politico e delle avanguardie artistiche, dalla Bauhaus all’Art Nouveau. Di questo mondo fa parte Edward Weston, stella della fotografia dell’epoca, che la accompagna nella conoscenza di questa arte. Mentre il legame tra Tina e Weston si rafforza, Robo parte per un viaggio in Messico, dove si ammala di vaiolo e muore. Anche il padre di Tina Modotti muore poco dopo. E’ il 1922; Tina occupa questo periodo doloroso pubblicando un libro di versi di Robo e curandone la biografia.

Il suo rapporto con Weston si consolida; di questo periodo sono le ben note fotografie della Modotti che ne enfatizzano il carattere sensuale e che ne hanno alimentato l’immagine di artista bella e maledetta. I due si trasferiscono a Città del Messico, dove Tina entra in contatto con una realtà fortemente vitale, ancora carica delle tensioni e degli ideali della rivoluzione che, pur terminata ufficialmente nel 1917, provocherà strascichi e scontri armati per tutti gli anni 20.

Inizia il periodo più fecondo per la giovane artista italiana. Modotti aderisce alle correnti d’avanguardia ed in particolare all’estridentismo, una corrente  molto attenta alle tematiche sociali. Entra in relazione con altri importanti fotografi come Karl Blossfeldt e Albert Renger-Patzsh, esponenti di una fotografia dall’impronta impressionistica, e Guglielmo Kahlo, fotografo di architettura, padre di Frida, della quale Tina diviene amica e forse amante. Si afferma come fotografa, pubblica in numerose riviste, espone con Weston, diventa la fotografa “ufficiale” del movimento muralista al quale appartiene anche il marito di Frida Kahlo, Diego Rivera. Nel 1927 si iscrive al Partito Comunista messicano.

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La sua relazione con Weston si deteriora. Nella sua vita si succedono amori importanti: Julio Mella, giovane rivoluzionario cubano, ucciso nel 1929 proprio mentre si trova al suo fianco (la Modotti viene dapprima accusata di complicità e poi scagionata); Xavier Guerrero, pittore muralista e attivista politico; e infine Vittorio Vidali, figura complessa e in parte oscura vicina ai servizi segreti dell’Unione Sovietica, che la accompagnerà fino alla morte.

La sua esposizione fotografica del 1929, che un pittore dell’epoca definì “La prima esposizione di fotografia rivoluzionaria in Messico”, rappresenta insieme il culmine e l’inizio della fine del suo percorso artistico. Modotti viene accusata falsamente, incarcerata e quindi espulsa dal Messico. Torna in Europa; dopo qualche tempo la troviamo a Mosca accanto a Vittorio Vidali. Diventa un’attivista antifascista; si dedica anima e corpo all’impegno sociale e, durante la guerra civile spagnola, al soccorso rosso, ammirata per il suo coraggio e per la sua straordinaria dedizione.

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La sconfitta dei democratici in Spagna segna il fallimento dei suoi ideali. Stanca e malata di cuore rientra a Città del Messico, dove vive nell’ombra mantenendosi come traduttrice. Muore a 46 anni in un taxi, probabilmente per un attacco cardiaco (anche se qualcuno avanzò sospetti sulle circostanze della sua morte).

Non esistono studi significativi ed organizzati sulla fotografia di Tina Modotti, probabilmente perché molto della sua produzione è andato disperso, oppure è in mano a privati. Nondimeno è possibile offrire elementi interpretativi del suo stile, autonomo e ben caratterizzato.

Tra il 1924 e il 1927 la vediamo vicina alla Bauhaus, scuola che si afferma in Germania a partire dal 1919, punto di riferimento per tutti i movimenti di innovazione legati al razionalismo e al funzionalismo e parte fondamentale del dibattito tra tecnologia e cultura, e all’estridentismo, movimento artistico messicano di avanguardia. Nelle sue foto prevalgono le architetture e le forme geometriche. La composizione è incisiva, minimalista, essenziale. Guglielmo Kahlo, padre di Frida, eccellente fotografo di architettura, è per lei un esempio importante.

In un successivo periodo la Modotti si cimenta anche nella natura morta. Fonte di ispirazione sono sicuramente le nature morte di Weston e le foto di Blossfeldt e di Patzsh.

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Queste prime immagini, caratterizzate da grande finezza di trama e di chiaroscuro, privilegiano forme arrotondate e totalmente diverse da quelle che hanno ispirato il periodo della Bauhaus. Hanno una carica sensuale ed un rapporto con il fondo fatto di fusione e sottolineatura della forma. E’ evidente in questi lavori la cura della Modotti non solo per lo scatto, ma anche per le successive fasi di sviluppo e di stampa, considerate componenti essenziali del processo fotografico.

Tina Modotti è stata anche eccellente autrice di ritratti. Nella prima fase, in cui è vicina a Weston, si ispira al pittorialismo, di cui però rifiuta la ricerca spasmodica del soggetto fotogenico per favorire l’inquadratura personale, in cui varia spesso il punto di vista e organizza l’immagine in modo estremamente libero.

Con il progredire del suo coinvolgimento politico, Tina Modotti passa dallo studio alla strada, fotografando la gente comune e diventando l’antesignana della street photography. In questi ritratti viene privilegiata l’inquadratura dal basso verso l’alto, che forse semplificava la gestione della pesante fotocamera Graflex; la luce diventa più radente; i copricapo vengono spesso utilizzati per sfumare il passaggio dall’ombra alla luce ed evitare contrasti troppo bruschi.

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Modotti si dedica anche ad immagini di forte valenza descrittiva e simbolica e di grande carica evocativa ed emozionale, che ritraggono i “ferri del mestiere” del lavoratore messicano: le mani, il cappello per ripararsi dal sole, il machete, la musica. Immagini che sono diventate vere e proprie icone della condizione del paese negli anni 20.

I lavori di questo periodo sono stati criticati per l’imprecisione e la mancanza di nitidezza. Occorre tuttavia considerare che Modotti lavora nell’epoca delle fotocamere pesanti e poco versatili. La sua Graflex, pur capace di immagini di eccezionale qualità, non consentiva di assestare l’inquadratura velocemente e con libertà, rendendo impossibile la composizione precisa e totalmente spontanea che sarebbe stata permessa di lì a poco dalle piccole Leica. Ciononostante, questa produzione venne pubblicata da molte testate giornalistiche dell’epoca per il suo efficace potere descrittivo, testimonianza dell’eccezionale capacità della Modotti di creare immagini fedeli alla realtà al punto da rimanere scolpite nella memoria.

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Nel breve periodo della sua produzione artistica, durato all’incirca dal 1922 al 1929, a partire dalle geometrie della Bauhaus e rielaborando gli spazi reali che costituiscono l’ambiente messicano, Modotti realizza una dualità armoniosa tra forme opposte (tondo e quadrato, pieno e vuoto, luce ed ombra, stasi e movimento) creando un ritmo compositivo di eccezionale armonia e contemporaneamente ricco di significato, ma soprattutto personale, innovativo e originale.

Sempre, quando le Parole “arte” e “artistico” vengono applicate al mio lavoro fotografico, io mi sento in disaccordo. Questo è dovuto sicuramente al cattivo uso e abuso che viene fatto di questi termini. Mi considero una fotografa, niente più. Se le mie foto si differenziano da ciò che viene fatto di solito in questo campo, è precisamente perché io cerco di produrre non arte, ma oneste fotografie, senza distorsioni o manipolazioni. La maggior parte dei fotografi vanno ancora alla ricerca dell’effetto “artistico”, imitando altri mezzi di espressione grafica. Il risultato è un prodotto ibrido che non riesce a dare al loro lavoro le caratteristiche più valide che dovrebbe avere: la qualità fotografica” (Tina Modotti, 1929).

About the author

Patrizia Genovesi

Patrizia Genovesi è docente, fotografa e videoartista. Ha studiato Fotografia con autori come Leonard Freed, Richard Kalvar, Attar Abbas, Moises Saman; ha studiato Sceneggiatura cinematografica e regia teatrale con Mario Monicelli, Domenico Starnone e Renzo Casali. Impegnata nella produzione e nella didattica, è docente della Libera Università del Cinema di Roma e membro di Officine Fotografiche.

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