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The Grey Organisation e l’art terrorism nella Londra degli anni ’80

“I fought the law and the law won” cantavano i Clash nel 1979: questo verso potrebbe fare da cappello a una singolare storia di ribellione, una meteora, nata in seno alla Londra tatcheriana degli inizi degli anni ’80, sull’onda lunga dei movimenti punk del decennio precedente. Una storia di ribellione ordita da un collettivo artistico che, tra successi e fallimenti, ha messo in atto una “strategia della disobbedienza” che risponde al nome di GO, The Grey Organisation.

Partiamo dall’inizio: 4 ragazzi inglesi, 4 amici di infanzia, già militanti dell’Anarchist Street Army, si trasferiscono a vivere come squatters nell’East London, con il sogno di diventare qualcuno. Sono ribelli, scapestrati, ma anche intelligenti. Sono permeati di cultura punk, hanno visto, prima di loro, le rivolte e le proteste, soprattutto in ambito musicale e politico, e vogliono far parte del cambiamento. Ce li immaginiamo affascinati dalla cultura underground, animati dall’inquietudine giovanile, catapultati nel nuovo decennio degli ‘80s. Attratti dall’arte e dal design (sono accomunati da una vena artistica), decidono di focalizzare la loro febbrile tensione in questo ambito, dando forma a uno dei rarissimi casi di “ribellione organizzata” nel sistema dell’arte di quegli anni in Europa.

Toby Mott (il leader), Daniel Saccoccio, Tim Burke e Paul Spencer, fondano così nel 1982 la Grey Organisation, un’organizzazione d’arte “terroristica” (quando ancora il termine terrorismo non aveva la stessa accezione di oggi) basata su azioni dirette, pensate per colpire i luoghi istituzionali del sistema dell’arte e per creare un cortocircuito dall’interno. The Grey Organisation affonda le sue radici culturali non solo nel punk, ma anche nel Maggio Francese e nella filosofia di Guy Debord; adotta sin da subito un’immagine ben definita in ogni particolare, studiata ad hoc, con un rigido codice estetico fatto di completo all’inglese rigorosamente grigio, camicia bianca e testa rasata: un “anonimato uniformato” – come lo definisce lo stesso Toby Mott -, che diventa parodia della monocultura dello yuppie medio (l’impiegato comune, young urban professional) ma anche dei soviet. Per far parte del gruppo, non solo si richiede di uniformarsi a questo stile, ma anche di tesserarsi, attraverso un’identity card che include un ritratto fotografico, il nome, la data di nascita, altezza, colore degli occhi e dei capelli, data di rilascio e firma. Il logo GO viene stampato su tutto ciò che il gruppo produce: opere d’arte, manifesti, comunicati, vestiti. L’individualità viene così assoggettata al gruppo e anche le azioni d’arte vengono pensate come collettive.

 

 

 

 

 

 

 

 

Risale al 1985 la prima rimarcabile incursione della Grey Organisation nel sistema dell’arte londinese, “noioso e senza vita”: in Cork Street, nell’allora centro dell’arte cittadina, tra mezzanotte e le 6 del mattino del 21 maggio, i componenti del gruppo buttano vernice grigia su molte vetrine delle gallerie più prestigiose del quartiere, suscitando la rabbia dei galleristi e della polizia, che li arresta. In un comunicato si giustificano: “Abbiamo voluto dare una sveglia alle vite noiose di quelle gallerie!”.

Sempre nello stesso anno, durante la London Contemporary Art Fair, vendono di contrabbando alcuni loro dipinti, sovvertendo il sistema fieristico, alla base della manifestazione.

Arrestati nuovamente e bannati dal centro di Londra, vengono rilasciati dopo qualche tempo. Partecipano alla mostra “Money” organizzata dal famoso copiatore di banconote J.S.G. Boggs alla Young Unknowns Gallery e appaiono nell’opera “Exister” di Gilbert & George. Nel 1986 sono costretti a migrare a New York, dove si stabiliscono nell’East Village per non incorrere in altri guai su territorio inglese.

Gilbert & George “Exister”

Nel frattempo Lynne Franks, punto di riferimento nel mondo delle PR degli anni ’80, sceglie di puntare proprio sui volti e sullo stile dei componenti della Grey Organisation per scopi ben più commerciali e di comunicazione: una mossa di marketing niente male, che tenta di sfruttare la ribellione (o meglio, l’immagine della ribellione) nella moda, con la fashion designer Katharine Hamnett e le sue magliette con scritte politiche, nella musica con i Red Wedge e nella politica, a sostegno dei proclami dei Labour Party.

Ma la spinta iniziale va sfilacciandosi: GO sta gradualmente diventando il testimonial di brand che, sebbene si facciano promotori di discorsi alternativi, fanno parte dello stesso sistema che tanto volevano sabotare in origine, neutralizzando l’impeto ribelle e indipendente degli inizi.

È così che nel 1991 il gruppo si scioglie definitivamente. Solo Toby Mott prosegue una carriera solista come designer e artista, tornando ad esporre a Londra nel 2011 con una mostra di dipinti di protesta ispirati ai fatti riottosi di quello stesso anno.

Dell’afflato originario rimane oggi The Toby Mott Collection, una collezione di memorabilia, ricordi della GO e, più in generale, dello spirito punk di quegli anni, da vedere, come in museo.

“I fought the law and the law won”: la legge (il sistema) ha avuto davvero la meglio nel caso di GO, come cantavano i Clash? Una parabola densa, a tratti contradditoria, innegabilmente coraggiosa, anestetizzata negli anni dalle difficoltà e dai molti ostacoli che ogni pensiero dissidente trova sulla propria strada. Una realtà transitoria, dalla durata circoscritta: il tempo di una stagione dell’arte.

Serena Vanzaghi

About the author

Serena Vanzaghi

Serena nasce a Milano nel 1984. Dopo gli studi in storia dell'arte, frequenta un biennio specialistico incentrato sulla promozione e l'organizzazione per l'arte contemporanea. Dal 2011 si occupa di comunicazione e progettazione in ambito artistico e culturale.

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