MEME EVENTS

SPAZIO 22 | Tre gallerie, tre artisti, tre mostre

Riprende la stagione espositiva di Spazio 22 di Milano con l’inaugurazione in contemporanea di tre mostre.

FL GALLERY presenta una mostra personale dell’artista venezuelano José Antonio Hernández-Díez dal titolo “Bisogna fermare questo – This must be stopped”.
Galleria PACK presenta una mostra collettiva intitolata “HUMANCOMEDY: a journey through the Circles populated by Nan Golden, Yasumasa Morimura and Andres Serrano”. La Anthony Reynolds Gallery, come galleria ospite, propone invece una personale dell’artista inglese Richard Billingham dal titolo “Landscapes 2001-2016”. Infine, al piano sommitale di SPAZIO 22, Vittorio Rappa presenta “When Landscape becomes a Memory”, un progetto espositivo in cui l’arte grafica e installativa di Hernan Pitto Bellocchio e quella di Matilde Solbiati dialogano tra loro e allo stesso tempo con l’ambiente circostante.

José Antonio Hernández-Díez | “Bisogna fermare questo“

Federico Luger (FL GALLERY) ha il piacere di presentare la prima mostra personale in Italia dell’artista José Antonio Hernández-Díez (Caracas, 1964).
Artista concettuale venezuelano che ha iniziato a distinguersi negli anni ’80, Hernández-Diez può vantare diverse mostre di rilievo: la mostra personale al New Museum di New York, curata da Dan Cameron e Gerardo Mosquera, la mostra presso il SITE di Santa Fé e la partecipazione alla Biennale di Venezia nel 2003, tra le più rilevanti. L’artista utilizza materiali ripescati “per la strada” come ad esempio i monopattini, le biciclette, le pantofole, i piatti e altre apparecchiature audiovisive, al fine di sviluppare un’iconografia personale che faccia riferimento oggetti familiari della quotidianità domestica. Gli oggetti comuni diventano straordinari attraverso la provocazione, l’uso del black humor e la variazione delle proporzioni di Hernández-Diez. L’artista manipola gli oggetti, spesso riconfigurandoli fisicamente in maniera tale da distorcere la quotidianità, inserendovi una componente filosofica ed emotiva. Gli elementi della sua infanzia venezuelana si mescolano con degli altri che fanno riferimento ad una cultura pop più globale. Il titolo della mostra, “Bisogna fermare questo”, deriva da un momento critico per la storia del Venezuela. La serie dei lavori inediti di Hernández-Diez ha inizio da una progressione di fotografie che ritraggono una rinomata
fabbrica di freni, con sede a Puerto Cabello, in Venezuela, la quale negli anni novanta rappresentava un punto di riferimento di eccellenza per il controllo della qualità dei suoi prodotti. Questa fabbrica, dopo essere stata nazionalizzata dal governo di Rafael Caldera (Presidente socialista che concesse l’indulto a Hugo Chávez) modificò il suo modo di lavorare, perdendo progressivamente la capacità di mantenere alto il controllo della qualità grazie al quale aveva sempre primeggiato tra le concorrenti. Hernández-Diez interpreta questo evento come una premonizione di quello che sarebbe stato il futuro politico della nazionalizzazione dell’industria venezuelana condotta da Hugo Chávez. La mostra presenta una serie di sculture realizzate con pastiglie dei freni consumate sopra le quali venne incisa una serie di immagini appartenenti all’iconografia della storia contemporanea del Venezuela: manifestanti, studenti,oggetti, scudi, polizia, armi da fuoco, criminali, la Costituzione, persone in moto, incappucciate, bottiglie di rum e di birra, politici… Jose Hernández-Diez ci propone una metafora, un’idea che ci permette di riflettere sulla crisi che sta attraversando il Venezuela: la paura di perdere il freno, di non potersi fermare, di perdere il controllo, ci trasporta nel Venezuela di oggi, un paese allo sbando che vive uno stato anarchico, precisamentesenza freni…

Nan Goldin, Suzanne in yellow hotel room, 1981

HUMANCOMEDY: un viaggio attraverso i Gironi popolati da Nan Goldin, Yasumasa Morimura e Andres Serrano

Da bambino guardavo spesso una edizione della Divina Commedia illustrata da Gustavo Dorè, mi domandavo già allora cosa ci fosse di commedia nell’opera di Dante, quelle immagini così violente (in realtà mi fermavo all’Inferno,dopo diventavano noiose) mi sembrava avessero ben poco di divertente. Molti anni più tardi scoprii le opere di Nan Goldin, Andres Serrano e Yasumasa Morimura, mi sembrò di essere tornato bambino, in un girone dantesco aggiunto negli anni Novanta.
Sono passati più di vent’anni da quando questi straordinari artisti hanno realizzato le immagini che vedete in mostra, nel frattempo sono entrati nei più importanti musei e sono diventati parte del linguaggio quotidiano: sesso, morte, malattia, se guardati attraverso la lente del tempo diventano tutti momenti della Commedia Umana, possiamo riconoscerci anche nei surreali travestimenti di Morimura, quante volte infatti noi stessi abbiamo provato a presentarci per quello che non siamo neanche lontanamente? Questi artisti sono tornati dall’Inferno e ne sono usciti interrogandoci sul nostro quotidiano, sono ispirazione per generazioni di fotografi e artisti, hanno guardato in faccia l’orrore e ne hanno ricavato bellezza. Oggi ve li riproponiamo certi che li guarderete con uno sguardo
diverso, complice e tenero, come quello che si ha per una propria foto di tanto tempo fa, quando ci si rende conto che forse con quella pettinatura stavamo proprio bene. (Giampaolo Abbondio)

Richard Billingham

Richard Billingham | “Landscapes 2001-2016“

Il nome di Richard Billingham è da sempre associato alla straordinaria serie di fotografie della sua famiglia che scattò per alcuni anni, a partire dal 1990. Ad appena 19 anni, intensamente dedito all’idea di essere pittore, cominciò a scattare queste fotografie come materiale di base per eseguire degli studi espressionistici di suo padre, Ray, un uomo che si sosteneva – in una vita carente di mezzi e sfortunata – con poco più di grosse quantità di alcool fatto in casa.
Ma Billingham presto si rese conto che le stesse fotografie erano il prodotto e la combinazione di ambiente, intimità ed una eccezionale coscienza estetica che diede luogo alle centinaia di immagini di Ray, di Liz, del fratello Jason e di cani, gatti, pesci e ratti, immagini oggi celebrate a livello internazionale, che hanno un potere e un bellezza autentica, eccezionale e unica. Nell’arco di pochi anni, Billingham veniva esposto in gallerie e istituzioni in Europa, nelle Americhe e
nell’Estremo Oriente e i collezionisti e i musei andavano acquisendo con fervore i suoi lavori. Quando le mostre iniziarono, tuttavia, Billingham distolse l’attenzione dalla sua famiglia. Inizialmente uscì all’esterno per fotografare lo spazio suburbano di Cradley Heath, uno scenario silenzioso popolato unicamente da macchine parcheggiate. Poi rivolse la sua attenzione agli animali, animali in cattività, animali dello zoo locale che ricordava dalla sua infanzia; animali rinchiusi in un ambiente a loro estraneo, stressati, assorti in azioni ripetute all’infinito. Billingham viaggiò in lungo e in largo filmando e scattando foto di grandi dimensioni di queste creature oppresse. Molti di questi video sono quasi insostenibili alla vista. Nel frattempo Billingham continuava a ritornare al paesaggio. La sua stessa educazione caotica e restrittiva ebbe come parallelo, probabilmente inevitabile, una profonda relazione con la natura in tutte le sue forme e
manifestazioni. Billingham è un meteorologo, un osservatore di uccelli e della vita brulicante delle siepi, un botanico. Di una quercia scrive:
“Ad ogni primavera la quercia fiorisce. Il polline invisibile degli amenti è distribuito ogni anno dal vento ma le ghiande cadono solo a pochi metri dalla capostipite e vengono sempre mangiate dal cervo e dai cercatori abituali. Gli animali si radunano sotto la sua ombra; le larve dei maggiolini crivellano la sua corteccia e altri invertebrati ne abitano le fessure. La cimatura ha creato un microhabitat per piccoli organismi semi-anfibi con l’acqua che, quando piove, riempie le cavità formando stagni in miniatura. E, in un tentativo di catturare il passaggio di una luce particolare sulla terra, come un cacciatore che persegue la sua preda:
“Sto fermo ad aspettare per un po’ e riprovo quando torna ma non riesco ancora a catturarla. Ora è quasi buio al punto giusto anche se non c’è luna. Non voglio avvicinarmi troppo alla luce, a un centinaio di metri dalla spiaggia. Decido di seguire il fiume immobile e tortuoso a ritroso fino alla fermata dell’autobus. I corpi immobili dell’acqua cristallina riflettono il bianco pallido degli spazi negativi all’interno di appezzamenti neri di terra. Entrare nell’acqua sarebbe come entrare nel cielo.” Ognuna di queste immagini è il risultato di un momento di riconoscimento, scene vissute per la prima volta, ma con una certa ineluttabilità. Da dovunque provengano, parlano di una relazione personale e reale tanto quanto quelle dell’appartamento di famiglia nel Territorio Nero.
“La migliore fotografia paesaggistica viene da dentro l’artista, da idee, emozioni e atteggiamenti proiettati sul paesaggio e registrati con la camera.”
Ci sono immagini delle South Downs del Sussex, degli infiniti cieli di Norfolk, l’Essex di Constable, la sua terra natia a Gower nel Galles; immagini dall’Inghilterra, Galles, Grecia, Irlanda, Etiopia, Pakistan. Paesaggi grandi e molto piccoli, vicini e lontani, umidi e aridi, calmi e tempestosi. Possiamo solo presentarne una piccola selezione qui, ma ogni immagine possiede delle compagne e sebbene difficili da scegliere, quelle selezionate sono tra le migliori. E non solo il meglio di Billingham, ma il meglio tra le immagini all’interno di una grande tradizione di affaires con il paesaggio, dallo stupore di Caspar David Friedrich alle minuziose celebrazioni di soggetti familiari di Constable.
Questa mostra costituisce parte di una serie per entrambe le gallerie. La Anthony Reynolds Gallery ha istituito un modello di collaborazioni itineranti, senza uno spazio fisso proprietario. Questa è la sesta. Spazio | 22, che include FL GALLERY e Galleria PACK, organizza continuamente una serie vivace di esibizioni di gallerie ospiti, parallelamente alle rispettive mostre. Federico Luger ha sempre avuto un forte interesse per il lavoro di Richard Billingham e siamo stati entusiasti di accettare il suo invito per una mostra. Non vediamo l’ora di dare il benvenuto ai nostri amici e colleghi di Milano e le tante persone che hanno sostenuto e acquistato il lavoro di Billingham nel passato.