Arte e Fotografia

Sonic Somatic 2017: le Onde di San Donato

Testo a cura dell’architetto Fabio Rosseti

Il quartiere di San Donato è il frutto di un processo di riqualificazione di una porzione della periferia fiorentina per antonomasia, il quartiere di Novoli. Qui una volta sorgeva uno stabilimento Fiat che occupava circa 35.000 mq, al centro del Quartiere. Attorno a questo stabilimento (e a quelli di altre aziende), soprattutto nel periodo del boom economico, Firenze assistette al maggiore sviluppo immobiliare della sua storia moderna. “Immobiliare”, appunto, e non urbanistico perché l’operazione fu quella di saturare e densificare ogni possibile area libera con edifici di 8 o 9 piani, senza preoccuparsi minimamente di costruire, se non una città almeno una parte di essa.

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Questi palazzi, apparentemente borghesi per le caratteristiche costruttive, erano in realtà occupati dagli operai degli stabilimenti e dagli immigrati, nazionali e non. Novoli era quindi un quartiere di espansione popolare, operaio, che la Firenze borghese e un po’ snob vedeva con aria di sufficienza, come se fosse un luogo lontano e non parte stessa della città; un luogo dove addentrarsi significava in qualche modo perdersi, vuoi per la mancanza di un’identità (che non era oggettivamente quella fiorentina dell’espansione del Poggi, e meno che mai del Centro Storico), vuoi per una ben più prosaica mancanza di una pianificazione urbanistica, seppur minima. Ma si sa, Firenze e l’Urbanistica non sono mai andate molto d’accordo: San Donato, inteso come idea di riutilizzare l’area Fiat per ridare un cuore a questa parte di città, vede le prime luci ben 40 anni fa, a metà degli anni ‘70.

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In mezzo, in particolare da metà anni ‘80 fino alla fine del millennio, questo luogo ha visto susseguirsi “idee di città” diametralmente opposte (da quella medievale al centro direzionale), scontrarsi concezioni architettoniche e urbanistiche, fior fiore di architetti (molti di loro sono oggi famosi “archistar”) chiamati a dare il loro contributo e poi allontanati, lotte politiche locali con conseguenze nazionali, “ambientalisti” contro “palazzinari”, e così via. E una volta deciso il destino di questa area il dibattito si è spostato sulla qualità architettonica, il valore sociale e quello economico, le funzioni pubbliche e quelle private,  il “bello” e il “brutto”. Su tutto questo turbinio di eventi e parole, il quartiere  però è andato avanti, forse più della “Città” stessa, ed oggi siamo quasi alla fine della storia. Oggi, a fronte della grande teoria urbanistica e architettonica, la PRATICA della vita quotidiana ha preso il sopravvento. Le persone, piano piano hanno cominciato a vivere non solo San Donato, il nuovo quartiere, ma anche Novoli che nel suo cuore lo ospita.

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Portare in un centro commerciale e nei suoi spazi adiacenti esperienze performative come Sonic Somatic contribuisce a ridefinire l’identità di questo luogo, una sorta di antidoto alla definizione di “non-luogo” che spesso operazioni immobiliari come questa si portano dietro. Il luogo, la sua identità più profonda, quella che va oltre alla forma architettonica o urbanistica, è definito dall’interazione delle persone con esso e da quanto lo stesso favorisca l’interazione sociale.

È poi  singolare che le prime performance di Sonic Somatic riguardino la percezione e la scoperta delle onde elettromagnetiche che pervadono tutto lo spazio: la particolarità di questo luogo credo sia data proprio dal fatto che, in barba a scelte architettoniche e urbanistiche passate sopra la testa di molti nel corso di decenni, si sia generato comunque un flusso sociale che come le onde elettromagnetiche ha piano piano pervaso ogni singolo spazio, riempito e saturato l’ambiente. In questo, richiamando negli ultimi tempi anche un flusso esterno, da quella parte di città apparentemente consolidata e convinta di avere una identità “storica” forse ormai distrutta da un turismo abnorme ed un immobilismo aprioristico in nome di una “cultura” solo di facciata.

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San Donato, e Novoli tutto, invece stanno costruendo la propria identità, o forse ritrovandola, non nella forma delle architetture (seppur in alcuni casi anche molto interessanti) ma nella socialità che queste architetture (e le loro funzioni) generano. Queste onde elettromagnetiche fatte di carne e sangue, che interagiscono fra loro come atomi impazziti, sono i veri semi germinali della “città nella città”, che poi è quello che una periferia dovrebbe essere.

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