Arte e Fotografia

Shit and die | Maurizio Cattelan per One Torino

Maurizio Cattelan e la mostra da lui curata per One Torino.

Torino, Palazzo Cavour, via Cavour 8, dal 6.11.2014 al 11.01.2015

Carlo-Mollino-Senza-titolo-circa-1968-73-Polaroid.-Courtesy-Casa-Carlo-Mollino-TorinoChi è il curatore di una mostra? Chi può assumere quel ruolo? Soltanto il critico e lo storico dell’arte, oppure anche l’artista che invece è solitamente considerato colui il quale crea le opere poi destinate all’esposizione? Sono queste le domande che sottilmente si insinuano nelle menti di coloro i quali visitano la mostra curata per One Torino dal non più (o forse solo non temporaneamente) artista Maurizio Cattelan, affiancato nell’impresa da Myriam Ben Salah e Marta Papini.

Nel 2011, in occasione della personale al Museo Guggenheim di New York, Cattelan annunciò il suo ancora oggi vigente prepensionamento da autore di opere d’arte. Artista poliedrico e capace di reinventarsi, per Artissima 2014 ha quindi accettato di assumere un ruolo diverso, quello di curatore – peraltro già ricoperto in occasione della Biennale di Berlino del 2006 -, per realizzare una mostra che sembra però concepita quale sua ulteriore opera inedita.

Sebbene la critica ne abbia finora posto in risalto solo la genesi e il concept, l’importanza di SHIT AND DIE risiede, a giudizio di chi scrive, nella capacità di dimostrare che l’artista può essere anche un perfetto curatore.

Cattelan non è certo il primo ad averne dato prova. Già nel 1855 Gustave Courbet, vedendosi negata la possibilità di esporre L’Atelier du peintre all’ Exposition Universelle, decise di allestire una propria mostra in uno spazio adiacente che denominò “Pavillon du Réalisme”. Tra gli artisti che in seguito si cimentarono in operazioni analoghe, si ricorda Andy Warhol, il quale nel 1970 fu chiamato a curare una mostra (Raid The Icebox 1) alla Rhode Island School of Art and Design a Providence dal mecenate John De Menil che, colpito dalle opere e dagli oggetti conservati nei magazzini del museo della scuola, suggerì al direttore di esporli coinvolgendo artisti per curarne una serie di esposizioni. Warhol, unico artista invitato, tra il materiale conservato in quei magazzini scelse di esporre non solo dipinti, ma anche scarpe, cappelliere, ombrelli, sedie Windsor, vasi e simili.

Maurizio Cattelan, a quasi quarantacinque anni di distanza, sembra porsi (involontariamente) in linea con tale esperienza: chiamato a curare una mostra a Torino, ha deciso di rovistare tra i depositi dei musei della città per selezionare ciò che lo avrebbe maggiormente colpito.

A differenza delle consuete esposizioni, il risultato non è un insieme di opere scelte in base ad un tema individuatoaprioristicamente dal rispettivo curatore, ma un’opera in sé, indivisibile e soggettiva, la quale, parlando della morte e delle ambiguità della condizione umana, potrebbe essere definita un autoritratto del curatore medesimo, in quanto tali tematiche sono da sempre sottese alla sua attività artistica e in parte legate alla sua giovanile esperienza lavorativa presso l’obitorio di Padova.

Per One Torino, Cattelan ha inoltre invertito l’iter progettuale con cui solitamente si crea una mostra. Anziché individuare prima il concept, poi le opere che lo esemplificano, e infine il modo per allestirle in un neutro spazio espositivo, è partito da un luogo specifico dall’evidente carattere storico e stilistico (la città di Torino e, in particolare, Palazzo Cavour), si è lasciato ispirare da esso, scegliendone gli oggetti, le storie e le opere più suggestive, per giungere solo alla fine a tirare le somme di quanto raccolto, delineando una riflessione su temi universali quali le simbologie legate alla vita e alla sua fine, i paradossi del potere, le idee di utopia, di vanitas e di memento mori.

Da qui una mostra che non è soltanto un’opera in sé, ma anche una sorta di installazione site specific, poiché ispirata da Torino e da Palazzo Cavour e concepita in loro relazione: perderebbe tutto il suo senso se trasferita altrove. Ciascuna delle sette sezioni che la compongono prende infatti le mosse da un oggetto o da una suggestione incontrata nelle collezioni torinesi, a cui si intrecciano opere realizzate per l’occasione da artisti contemporanei, al fine di evocare la storia, le leggende, i feticci e i segreti della città sabauda. Il percorso espositivo che ne deriva risulta poliedrico e complesso, ma soprattutto soggettivo e ossessivo: Palazzo Cavour diviene una sorta di “Museo delle Ossessioni” cittadine e individuali, mutuando la definizione dal museo immaginario creato dal “curatore eroe” Harald Szeemann.

Di particolare rilevanza è anche la scelta del titolo: SHIT AND DIE, oltre a riferirsi al particolare “vizio” di Camillo Benso Conte di Cavour che pare nutrisse una predilezione per le pratiche sessuali legate alle feci, è una locuzione tratta dall’opera di Bruce Nauman One hundred live and die, ma può al contempo richiamare alla memoria la Merda d’artista di Piero Manzoni e l’opera rappresentante una bara con all’interno le spoglie di John F. Kennedy, realizzata dallo stesso Cattelan nel 2004 (Now). L’idea espressa dal titolo SHIT AND DIE è quella per cui, di fronte ai due atti che inevitabilmente ci accomunano, diveniamo tutti uguali e il resto (denaro, potere, ideologie, ecc.) perde valore.

Veduta-espositiva-della-sezione-_Dead-Man-Working_-con-l_opera-di-Florian-Pugnaire-e-David-Raffini-e-Thirty-nine-metronomes-beating-time-one-at-every-speed-1998-di-Martin-Creed.-Ph.-Zeno-Zotti

Sono non a caso i 40 mila dollari di Eric Doeringer appesi alle pareti dell’ingresso, ad accogliere il visitatore. Simboli del potere economico, ricordano la vicenda dell’artista torinese Gianni Colosimo, il quale, avendo tappezzato con biglietti da un dollaro la Galleria Pack di Milano, denunciò Hans-Peter Feldmann, che con i 100 mila dollari ricevuti nel 2010 come vincitore dell’Hugo Boss Prize, realizzò un’analoga installazione al Guggenheim di New York.

Il rapporto tra copia e originale implicito a questa opera anticipa il tema trattato dalla prima sezione della mostra, “The Assembly Line of Dreams”, dove ad essere evocata è la catena produttiva che per secoli ha caratterizzato lo stile di vita di Torino e che ha prodotto non solo oggetti in serie, ma anche utopie destinate a svanire nel tempo. Se Pascale Marthine Tayou, assemblando oggetti di varia natura, evoca il caotico mercato di Porta Palazzo, i mobili minimali progettati daGabetti e Isola per le unità abitative Olivetti ad Ivrea recuperano il ricordo di Talponia, utopia di un villaggio a misura di impiegato e di produzione.

A connettere la prima con la seconda sezione è la piattaforma in legno di Davide Balula che permette al visitatore di non calpestare la terra sottostante. Simile a una fossa comune, sembra destinata a rivelarci dalle sue botole semiaperte un segreto (alcune tele bianche) ancora da dissotterrare.

La seconda sezione, “Aldologica”, appare autonoma dalla riflessione sull’esistenza delineata dalla mostra, alla stregua di quanto risulta l’artista torinese a cui essa è dedicata (Aldo Mondino) nei confronti dei movimenti emergenti nel periodo iniziale della sua attività.

Segue “Double Trouble” che esplora un diverso aspetto della vita umana rispetto all’utopia della produttività trattata dalla prima sezione: la contrapposizione tra uomo e donna; o meglio, tra lo sguardo dell’uomo sulla donna e quello della donna su se stessa, sulla sessualità e sul piacere. Se le polaroid dell’architetto torineseCarlo Mollino ritraggono donne dalla bellezza sofisticata, messe in posa e tradizionalmente oggettivate da un occhio maschile esterno, le opere di Carol Rama e di altre artiste più giovani propongono figure femminili in atteggiamenti sovversivi, viscerali e primitivi, ma capaci di trasformare il proprio corpo in soggetto agente.

“In Event of Moon Disaster”, pone invece una specifica domanda al visitatore: in un contesto di ricchezza, come quello della Torino monarchica e successivamente del boom industriale, il fallimento, la morte, la fragilità vengono contemplate oppure rimosse? La bidimensionale e patinata immagine della città sabauda viene posta di fronte alle sue contraddizioni, ma solo dopo che la sua storia si è manifestata al visitatore sottoforma di una quadreria costituita da trenta ritratti di altrettanti personaggi celebri torinesi (artisti, curatori, cantanti, calciatori, ecc.) commissionati per l’occasione ad artisti diversi.

L’autoritratto glorioso della città delineato attraverso l’effige di alcuni dei suoi protagonisti, è tuttavia associato a un perentorio memento mori: lo scheletro del direttore del Museo di anatomia di Torino, il professor Carlo Giacomini, reca scritto sul suo epitaffio «Non essendo partigiano della cremazione né dei cimiteri preferisco che le mie ossa abbiano riposo nell’Istituto anatomico, dove ho passato i più bei anni della mia gioventù…». Come il denaro, le utopie e le distinzioni di genere, così la gloria (individuale o collettiva che sia) è vana di fronte alla morte.

Morte che diviene il tema centrale della quinta sezione, “Bite the Dust”, il cui perno è la forca dove a Torino venivano impiccati i condannati a morte, tra i quali il macellaio di San Giorgio Canavese, soprannominato la «jena di San Giorgio» e famoso per le salsicce fatte con la carne delle sue vittime femminili. In linea con gli stendardi posti all’esterno di Palazzo Cavour ad annunciare “un uomo è stato decapitato oggi”, “Bite the Dust”, così come l’intera mostra, cerca di porre a confronto una civiltà occidentale in decadenza con i simboli della barbarie umana che continua a perpetrarsi.

Poiché “Bite the Dust” mette in scena la morte, ovvero l’ultima tappa della vita e ultimo dei due elementi evocati dal titolo SHIT AND DIE, la mostra avrebbe potuto concludersi qui, con la forca presa in prestito dal Museo di antropologia criminale Cesare Lombroso. Ma il curatore-artista ha voluto aggiungere due ulteriori sezioni, veri e propri fiori all’occhiello del percorso espositivo.

L’una, “Fetish”, è un omaggio al padrone di casa Camillo Benso Conte di Cavour: i resti (veri o presunti) del suo destino pubblico e privato, allestiti nel suo studio e coperti da una pellicola trasparente, congelano e restituiscono la sua fascinazione per gli oggetti, la sua ossessione per l’accumulo e il suo piacere perturbante per i simboli.

L’altra, “Dead Man Working”, propone l’automobile di Florian Pugnaire e David Raffini gradatamente accartocciata da una pompa interna, nell’ineluttabilità del tempo scandito dai metronomi di Martin Creed. Se da un lato l’automobile richiama inevitabilmente la FIAT e l’assordante rumore dei metronomi il rumore della produttività, dall’altro la prima simboleggia un corpo umano respirante in lenta consunzione mentre il secondo sottolinea il tempo che ci resta, anticipando al contempo la possibilità di un nuovo inizio.

Come le antiche tragedie greche, la pièce teatrale cattelaniana che giunge così a conclusione, ha sul pubblico un effetto catartico. Una pièce che induce a riflettere, non solo sulla storia di Torino, ma soprattutto sulle polarità, sui paradossi e sul mistero della vita.

Alla fine, una domanda resta però priva di risposta: se SHIT AND DIE risulta non tanto una mostra, quanto un’opera in sé in cui è evidente l’impronta di Cattelan, il suo prepensionamento dal ruolo di autore, da ora in poi, si ridurrà forse ad una mera questione terminologica (tra “artista” e “curatore”) e autoriale (tra opere proprie e opere altrui) volta però a condurre al medesimo risultato finale (l’Opera)? In altre parole: Cattelan è forse uscito dalla porta del ruolo di artista-creatore di opere proprie, per rientravi subito dalla finestra ma sotto il falso nome di curatore di opere altrui?

 

Ilaria Bernardi

About the author

Ilaria Bernardi

Laureata in Storia dell’arte presso l’Università degli Studi di Firenze, ha poi conseguito il titolo di dottore di ricerca presso la Scuola dottorale interateneo Ca’ Foscari - IUAV in Storia delle Arti (Venezia). Ha partecipato a convegni sull’arte contemporanea e suoi contributi sono apparsi su periodici di settore nonché su cataloghi di mostre.

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