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Set maledetti: cosa è restato di quegli anni ’80?

Il declino delle celebs che hanno popolato i telefilm della nostra infanzia, negli edonistici e reaganiani anni ’80: la caduta dell’impero della famiglia tipo made in USA.

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It takes diff’rent strokes to move the world” sentenzia la sigla de “Il mio amico Arnold” profetico motivetto che al meglio esprime lo scollamento tra il finzionale ed il reale che spesso zuccherosi set da sit-com americana celano. “Harlem VS Manhattan”? Più che altro coccole da set VS crudezza del reale.

Ci sono ruoli ormai leggendariamente dannati, prototipi del declino capaci di alimentare una cultura del presagio che sempre affascina e spaventa; è la maledizione del Joker, con il suo proverbiale campionario che va dalla follia alla depressione più nera fino al suicidio.

Ci sono singoli episodi entrati nella leggenda, come la misteriosa morte di Brandon Lee sul set de “Il corvo”, evocazione/celebrazione anni ’90 di una scomparsa leggendaria come quella del padre-mito Bruce Lee.

Ci sono poi incubi che si smaterializzano al contatto con il reale come l’uomo nero all’avvento della luce del mattino, come nel Killer Bob/Frank Silva, croce e delizia degli appassionati lynchiani delle due leggendarie stagioni di Twin Peaks, mancato prematuramente nel 1995.

Ma i set realmente maledetti sono quelli che beffardamente ribaltano la melassa di cui sono ricoperte le belle e sane famiglie americane di una volta, in amarissimo fiele che investe i suoi protagonisti quando i riflettori si spengono, costringendo intere generazioni a confrontarsi con la perdita dell’illusione che ha infagottato gli edonistici e reaganiani anni ’80 made in USA, abbondantemente sconfinando anche nei più concreti e meno scanzonati anni ’90.

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La roulotte è lo spauracchio delle celebs da sit-com anni ’80: è l’alveo del declino. Si passa da quella scintillante che è “camerino” da set, primo passo saltellante sul trampolino della fama, a quella fatiscente e putrida in cui la parabola che si fa spesso inesorabilmente discendente termina, confinando starlette dimenticate ed inghiottendole nell’oblio, nell’alcool e nell’abuso di crack, secondo un copione già tristemente noto e con poche variazione sul tema. Dalle stelle alle stalle, fuor di metafora.

C’è chi in quella roulotte ci rimane come Erin Moran, la Joanie/Sottiletta di “Happy Days” certamente meno baciata dalla buona sorte rispetto altri membri della “famiglia” di Milwaukee come Ricky e Potsie, ma anche Susan Richardson la Susan de “La famiglia Bradford” che condivide lo stesso destino della collega condito con infarti, rapimenti subiti ed interviste disperate dalle varie D’Urso d’America o, per tornare ad Arnold, a Dana Plato, la Kimberly sorella adottiva, trovata appunto morta per overdose guarda caso proprio in una roulotte, seguita 11 anni esatti dopo dal figlio, morto suicida con un colpo alla tempia. Maledizione da sorelle da sit-com che non sopravvivono ai propri fratelli di set che, se pur altrettanto scellerati come Arnold/Gary Coleman e Willis/Todd Bridges, entrambi coinvolti in cadute in abissi di povertà, droga e delinquenza, perlomeno negli anni si sono rialzati, seppur di tanto in tanto. Destino altalenante che non è invece toccato ad un altro piccolo beniamino anni ’80, quel Jerry Supiran fratello del robottino Super Vicky, caduto in disgrazia e oramai ridotto ad una vita da senzatetto.

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C’è chi poi per anni sembra sapersi mantenere perfettamente in equilibrio sovrapponendo la stima per il personaggio pubblico a quella per quello privato, salvo poi sprofondare nell’infamia quando meno te lo aspetti; se si sopravvive alla maledizione del cubicolo su gomme spiaggiato in qualche angolo decadente della periferia americana, si viene spesso infatti centrifugati e risputati fuori dall’olimpo rassicurante della fama consolidata grazie agli scandali e al disvelamento delle più grette perversioni: Bill Cosby non è più ormai il padre di famiglia saggio ed assennato circondato da un nugolo di figli e nipoti adoranti della famiglia Robinson, ma lo stupratore seriale che abusa della sua fama, e il reverendo Camden bigotto protagonista della serie più repubblicana d’America, “Settimo Cielo”, con progenie da conigli e tormentato da copione dal comportamento non integerrimo di buona parte della popolosa nidiata, è in realtà lo Stephen Collins pedofilo incallito con all’attivo una serie di minorenni molestate e matrimonio in frantumi.

La già citata famiglia Bradford con il suo tenore che vira per necessità da commedia in tragedia inglobando la vita reale nella finzione della sit-com in occasione della morte della madre Diana Hyland/Joan Bradford aveva provato a normalizzare questa figura mitologica, mezza uomo e mezza zucchero filato che è “la famiglia”, ma neanche il buon Tom Bradford avrebbe mai potuto immaginare la deriva drammatica di buona parte dei suoi 8 figli televisivi, fatta per tutti di droga, depressione e stenti.

Gabriella Cerbai

About the author

Gabriella Cerbai

Classe 1983, laureata in Storia e Critica del Cinema e specializzata in Cinema TV e Produzione Multimediale. Appassionata d'arte in tutte le sue forme, collabora con vari progetti di critica, affiancando quest'attività a quella di programmatrice di festival cinematografici e organizzatrice di eventi.

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