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Sad Girl Theory: la tristezza come resistenza

Tragic queens, nel mito e nella vita reale: da Persefone a Virginia Woolf, da Sylvia Plath fino a Ana Mendieta. Screditate dalla storia dell’attivismo femminile più recente, vengono ricontestualizzate da Audrey Wollen come esempi di un’intima lotta femminista verso la libertà.
 
Il girl power che ha infiammato gli ultimi decenni del Novecento nelle sue forme più o meno convincenti (dai movimenti femministi e politicizzati degli anni ’60 e ’70 alle Spice Girls fino alle Pussy Riot), ha fatto da cornice a una donna forte, ribelle, emancipata, piena di risorse, fiera del suo status. Un modo d’essere che si è negli anni codificato in comportamenti e stili di vita a cui le giovani vengono educate prima in famiglia poi a scuola e in società, nella convinzione che ciò che si è conquistato con forza e determinazione, non si deve perdere, pena il rischio di regredire irrimediabilmente.
 
Un’idea di donna fortemente legata al concetto di potere, così come lo intendono i media e la politica, che sebbene abbia segnato positivamente un progresso nella storia sociale dell’umanità ha al tempo stesso oscurato e nascosto – quasi fosse una vergogna – il lato più saturnino del genere femminile, quella vena blu di vulnerabilità e inadeguatezza che rende gran parte del gentil sesso un ricettacolo di sensibilità esposte.
 
Nella cultura occidentale, le prerogative sociali hanno in certi casi prevaricato le espressioni femminili più intime in favore di una lotta che sembra non accettare debolezze.
 
Audrey Wollen, giovane artista di Los Angeles, dichiaratasi apertamente incapace di sostenere tutte le aspettative che la società ha sulla donna moderna – Mi sento un po’ alienata dal femminismo contemporaneo che si aspetta da me indipendenza, successo economico, potere sessuale… cose che io non posso dare – , ha iniziato a condurre una lotta personale per ridare giusta collocazione alla tristezza femminile non come atto remissivo e passivo, bensì come lucida presa di coscienza di un modo d’essere che si traduce in una lotta silenziosa verso la consapevolezza, personale e collettiva.
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Audrey non è una puritana retrograda (basta dare uno sguardo al suo profilo Instagram per fugare ogni dubbio) e nemmeno un’inconsapevole Alice in Wonderland: passa in rassegna esempi del passato e del presente, attingendo principalmente alla storia dell’arte, alla letteratura e agli anime giapponesi, collezionando figure che hanno fatto della loro angoscia esistenziale un sublime atto di resistenza. Una battaglia sommessa, non urlata, ma attiva, autonoma, articolata, costellata di tante voci e gesti che hanno lasciato segni indelebili nelle generazioni successive, fino a oggi.
 
Partendo da alcuni dati oggettivi, per esempio l’alto tasso di suicidi tra le ragazze adolescenti, oppure i disturbi mentali che spesso affiggono le donne, Audrey Wollen riporta l’attenzione su un tipo di femminilità misconosciuta dalla contemporaneità, ma che esiste e che dà chiari segnali di presenza. I termini mascolini con cui oggi viene dipinto il femminismo, rifiutano di riconoscere come il dolore e la sofferenza femminili abbiano avuto nella storia la capacità di generare un tilt nel sistema dominante, senza dover ricorrerre alla forza, all’occupazione, alla violenza, alla vetrina mediatica. Virginia Woolf, Frida Kahlo, Judy Garland o Sylvia Plath, fino a Ana Mendieta, per citarne solo alcune, hanno fatto della loro intima femminilità un gesto di libertà, articolato e informe, un modo per richiamare l’attenzione sul proprio corpo, sulle proprie azioni, sull’intimo significato di essere donna.
 
In quella che ha battezzato Sad Girl Theory, Audrey afferma: Il femminismo deve ammettere che essere una ragazza al giorno d’oggi è una delle cose più dure al mondo, è incredibilmente difficile. Le nostre pene non non devono essere messe da parte in nome della lotta per la legittimizzazione del nostro ruolo. Potrebbero invece essere usate come una leva, un cuneo attraverso cui inceppare la macchina e cambiare gli schemi.
 
Se da un lato Audrey riconferisce dignità alla sofferenza, fotografandosi senza inibizioni sul lettino dello studio del suo analista o dopo pianti feroci che le deturpano il viso, dall’altro provocatoriamente reinterpreta l’oggettificazione della donna nell’arte (spesso considerata non come soggetto dell’opera, bensì come oggetto) riportandola nella vita contemporanea, creando parallelismi tra dipinti antichi e contesti attuali, soprattutto legati alle nuove abitudini nate con i social network, spesso vetrine per “donne oggetto” che cedono la propria intimità (fisica e intellettiva) a semi-sconosciuti. Ha rappresentato un caso la sua reinterpretazione della Venere con cupido di Diego Velazquez, dove lei stessa posa nuda davanti a una webcam: la foto ha incontrato la censura su Instagram, ma il suo significato e la sua denuncia sono andati ben oltre il divieto.
 
Serena Vanzaghi
 
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About the author

Serena Vanzaghi

Serena nasce a Milano nel 1984. Dopo gli studi in storia dell'arte, frequenta un biennio specialistico incentrato sulla promozione e l'organizzazione per l'arte contemporanea. Dal 2011 si occupa di comunicazione e progettazione in ambito artistico e culturale.

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