Arte e Fotografia

Sebastião Salgado | Genesis

Quante volte ho lasciato a terra la mia macchina fotografica e ho pianto…”, come se non ci fosse più nulla in cui credere e sperare, nessuna salvezza per l’umanità dinanzi ad una politica disonesta e brutale che calpesta ogni diritto all’esistenza. Sebastião Salgado racconta per immagini la sua “Genesis”, a Genova fino al prossimo 26 giugno.

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© Sebastião Salgado/Amazonas Images/Contrasto. Penisola di Valdés, Argentina. 2004

Sebastião Salgado (Aimorés, 1944)  dopo aver percosso una lunga strada attraverso il destino dei reietti, popoli con un’unica continuità, quella della morte, dinanzi la fame e la violenza, entrò nel cuore delle tenebre.

Tutto ebbe inizio forse quando ritornato nel suo Brasile camminò verso il nord est, posando lo sguardo sulla mortalità infantile. Seguì l’Etiopia, un racconto sulla fame, sui campi dei rifugiati; ancora nel Mali con la sua gente dalla pelle come “corteccia di albero”; a Sahel e fino al Ruanda dove si fermò e s’interrogò su cosa altro poteva fotografare dopo quanto aveva visto e vissuto.

Lui, il fotografo di quell’umanità che anno dopo anno spegneva ogni speranza, come se la sua stessa documentazione non bastasse a far vedere al mondo intero ingiustizie e atrocità.

Lui si chiedeva come potesse salvarsi da quell’angoscia e continuare a far brillare i suoi occhi. La sua anima non reggeva il peso di una sofferenza che lo immobilizzava nel suo interrogarsi, quale senso ancora poteva dare la sua ricerca, se la sua denuncia, il suo contributo, non erano comunque abbastanza a fermare o cambiare la natura di tanto dolore.

Quei viaggi in Mozambico e in Ruanda lo segnano nel profondo, fanno chiedere a Salgado cosa sia l’etica, quale il motivo per continuare a fotografare.

Ancora una volta sarà l’amore la risposta.

Leila, sua moglie, gli regalò la prima macchina fotografica. Da quel giorno, per ventinove anni, la fotografia diventa la sua unica occupazione, e il suo lavoro precedente di economista se pur lasciato totalmente, lo aiuterà a conoscere l’Africa, l’altro Brasile, Ruanda, Burundi, Zaire, Kenya, Uganda.

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© Sebastião Salgado/Amazonas Images/Contrasto. Arizona, USA, 2010.

L’amore poteva dare un nuovo senso a tutta la sua vita di fotografo, la sua compagna di vita una seconda volta, come una seconda vita, rimette tra le mani di Salgado la macchina fotografica con un nuovo progetto che parte dalla foresta atlantica, dalla terra.

Insieme a lui aveva trovato il senso della sua fotografia, vivo e pronto a raccontare oltre l’umanità, quel sale della terra che ha bisogno della terra stessa.

Genesis è la sua rinascita.

I suoi occhi che ritornano a brillare di quella luce che ancora necessita di immortalare.

Una lettera d’amore nata nel cuore delle tenebre, nel buio del silenzio, una lettera d’amore alla terra per dirle che nonostante tutto si ha il dovere di credere che il bene può e deve essere più forte di ogni distruzione.

Genesis è il percorso umano ancor prima che fotografico: è il suo abbraccio al pianeta, ogni angolo di terra prima dell’umanità.

Ripiantare una foresta di più di 2 milioni di alberi è trovare un senso di giustizia, di speranza, la bellezza che spesso data per scontata si dimentica tra la necessità di denuncia e la cruda realtà quotidiana.

Genesis, perché c’è sempre un momento nella vita di un uomo, in cui si avverte il desiderio di tornare alle origini all’aria, all’acqua e al fuoco da cui è scaturita la vita; alle specie animali che hanno resistito all’addomesticamento; alle remote tribù dagli stili di vita cosiddetti primitivi e ancora incontaminati; agli esempi esistenti di forme primigenie di insediamenti e organizzazione umane. Nonostante tutti i danni già causati all’ambiente, in queste zone si può ancora trovare un mondo di purezza, perfino d’innocenza.”

Maria Di Pietro

 

About the author

Maria Di Pietro

Fotografa da sempre dedita al fotogiornalismo, appassionata di ogni forma d'arte, ama definirsi scrittrice d'immagini, perché il racconto è per lei insito nelle immagini che crea.
Sempre in viaggio con la sua scatola magica, trasforma presto la sua passione in una necessità che la spinge a un'assetata ricerca tra il reale e l´immaginario.
Anima libera da padroni continua a cercare quella fotografia volta al paesaggio e ai segni che l'uomo lascia, a quella bellezza visibile nell'essenziale della quotidianità dello sguardo.

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