Interviste

ROSSO di sera: conversazione notturna con Barbara Colombotto Rosso

Da una fotografia in cui ritrae la figlia Chiara come il soggetto di un quadro di Arcimboldo, alla composizione di Frammenti di un amore, dalla scrittura di romanzi “fatalmente” tragici a filastrocche in rima per libri illustrati, sino all’ideazione ed organizzazione di mostre d’arte. Barbara Colombotto Rosso, scrittrice torinese, blogger (https://illentodardodellabellezza.wordpress.com/): potreste dire di conoscerla da sempre ed al tempo stesso di non riuscire a conoscerla affatto, potrebbe essere la vostra vicina di casa o scoprirla come proiezione bislacca della vostra mente. Nipote d’arte, ha raccolto il testimone ed ereditato dallo zio, il pittore Enrico Colombotto Rosso, quella vena creativa che le fa dare vita a pagine dallo stile crudo, a volte spietato, tanto che la critica ha detto di lei che “scrive come il Maestro dipinge, mostrando quella realtà di fronte alla quale spesso si preferisce chiudere gli occhi”. Presidente dell’Associazione Culturale Magica Torino (www.magicatorino.it), ha organizzato a Torino, Palazzo Lascaris, la mostra “Seduzioni del Fantastico. Torino tra Surrealismo e Metafisica”, a cura del prof. Janus, grazie alla collaborazione con il Consiglio regionale del Piemonte. La mostra, inaugurata il 15 settembre 2016 e protratta sino al 5 gennaio 2017 per il successo riscontrato, potrebbe diventare un progetto itinerante per diffondere la visione di opere di quegli artisti surrealisti piemontesi che rischiano di cadere nell’oblìo. I suoi progetti per il futuro? Stupire… ma non chiediamole come!

A cura di Maria Rita Montagnani

MRM- Barbara tu hai scritto qualche tempo fa, un libro dalle tematiche particolarmente delicate e difficili, ovvero la violenza nelle sue varie forme e manifestazioni e la violenza sulla donna. Il libro infatti s’intitola Anima violata, con specifico riferimento all’individualità vilipesa, umiliata e oggetto di sopraffazione psicologica da parte dell’uomo. Cosa ti ha spinto a scriverlo?

BCR- C’è qualcosa che non so spiegare e mi spinge a scrivere: nulla di razionale, di logico, piuttosto una necessità, una voce interiore che arriva da lontano e devo ascoltare, una luce che si accende e mostra ciò che devo raccontare. Io non ho alcun merito. A volte ho persino paura a rileggere quello che ho scritto, mi fa male. Anima violata è nato così. Certo è che “fatalmente” la mia penna ricade su tematiche che riguardano la donna, le sue mille sfaccettature, le sue sofferenze, interiori e fisiche.

MRM- Qual è o quali sono, secondo te, le molle che fanno scattare i peculiari meccanismi della violenza in generale?

BCR- La violenza ha un’origine primordiale. Può rimanere silente o riaffiorare per i più svariati motivi ma è necessario imparare a gestirla: un esercizio complesso e continuo che si deve iniziare sin da piccoli, con l’aiuto dei genitori, degli educatori. E non sto parlando di violenza patologica, ovviamente. E’ fondamentale imparare a riconoscere, in noi stessi e negli altri, il limite che non è concesso oltrepassare e soprattutto a non legittimare o giustificare alcun comportamento violento. Le cause scatenanti possono essere molteplici: la gelosia, il senso del possesso estremo, la volontà di dominio, la cattiveria, l’odio che sempre più diventa un fatto collettivo e trainante nei confronti delle menti più deboli.

MRM- Barbara, tu sei la nipote di Enrico Colombotto Rosso, grande pittore simbolista, artista eclettico e visionario che sicuramente ha lasciato un’impronta profonda e incancellabile anche nella tua personalità, oltre che nella tua vita. Qual è stato per te il suo insegnamento più importante?

BCR- Oh sono tanti… Innanzitutto la determinazione, il rigore. L’attività di un artista è proprio un lavoro, come qualunque altro: necessita di continuità, esercizio, orari. Mio zio iniziava a dipingere   all’alba e continuava sino al tramonto, sino a che la luce era buona. Una breve pausa per consumare un piccolo pasto frugale. “Mangio poco, sai? Come un gatto”. Tutti i giorni. Poi mi ha insegnato a guardare con gli occhi di un bambino sempre pronto a stupirsi e al tempo stesso con la lungimiranza di un vecchio saggio. Questo è molto difficile ed anche lui, nell’ultimo periodo della sua vita, non è riuscito a farlo. A non cedere a compromessi, mai, a costo di rinunciare ad opportunità che potrebbero anche essere vantaggiose. Ricordo che mi raccontò di aver respinto l’offerta di esporre a Pekino dicendo all’Ambasciatore che non avrebbe mai esposto in un paese dove uccidono le figlie femmine e mangiano gatti e cani. “Come potrebbero capire i miei quadri? Che cultura hanno?” Potrei parlarti per ore…

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MRM- Quando inizi un nuovo libro, ti senti “colma” o svuotata? Scrivere un libro, assomiglia di più a un “solvet” o a un “coagula”? L’interiorità si scioglie o si condensa?

BCR- Quando inizio un nuovo libro mi sento “svuotata”, avverto la necessità di colmare un vuoto ed al tempo stesso sono colma e temo la tracimazione. Scrivere è “solvet et coagula” come lo è l’evoluzione del pensiero, l’interiorità stessa, ogni aspetto dell’esistenza.

MRM- Un altro aspetto del tuo libro, è certamente la solitudine, anzi le solitudini, che a volte nell’amore sembrano persino acuirsi e diventare più crudeli. Cosa mi dici al riguardo?

BCR- Ti rispondo con alcuni versi che amo molto: “Ogni giorno mi manchi; e in ogni dove perché all’assenza di te non c’è un altrove”. (C.Calabrò). L’amore non basta all’amore e non può che generare solitudini e le causa anche nell’eventualità dell’ “amore perfetto” perché arriva il momento in cui è necessario chiudersi in se stessi per vivere quell’interiorità che senti soffocare… e la solitudine diventa le solitudini.

MRM- A proposito della poesia che hai citato, ce n’è una del poeta Milo Rossi che dice:

“un vestito di profumo

e sotto un abisso nudo”.

Quale sensazione potresti provare se una poesia così fosse dedicata proprio a te?

BCR- Milo Rossi è un poeta che riesce ad evocare suggestioni ed emozionare con poche parole che sono delle pietre… passa dall’analisi alla sintesi nello spazio di due, tre righe al massimo. E’ straordinario questo suo lavorare per sottrazione… In questa poesia è riuscito ad esprimere in nove parole tutta la femminilità di una donna e la sua interiorità che è un abisso e, in quanto tale, non se ne può toccare il fondo. Ha tolto il velo di Maya. Fosse dedicata a me, mi chiedi? Ne sarei onorata e mi sentirei scoperta, non perché messa a nuda, scoperta in quanto terra inesplorata. Potrebbe averla scritta una donna questa poesia.

MRM- Secondo la tua esperienza, nella vita è preferibile sognare o progettare concretamente? Perché non sempre i sogni sono progetti…

BCR- L’ideale sarebbe poter progettare i propri sogni e riuscire a trasformarli in progetti concreti, sempre che siano sogni declinabili in progetti. I miei sogni spesso non lo sono, quasi mai.

MRM- È possibile che ogni cosa terrena vada verso un’ineluttabile decadenza o secondo te ci sono cose che restano per sempre e che resistono agli umani destini?

BCR- L’arte pura resiste agli umani destini, sopravvive alla decadenza, la difficoltà sta nel nascere e mantenersi pura. Se l’arte riuscisse a vivere oltre quei concetti di utile e funzionale, transitori e corruttibili, allora sarebbe eterna, eternamente pura.

MRM- Di che cosa ha paura una scrittrice? E di che cosa si nutrono le sue paure? E le tue?

BCR- Non so di che cosa possa avere paura una scrittrice in generale, io posso dirti che le mie paure si nutrono dell’ineluttabilità del tempo. Ho paura di non avere più tempo.

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MRM- Nella vita, qual è la cosa in assoluto più importante per te? E quella che conta di meno?

BCR- Essere amata, è la mia condanna. Sin da bambina ho sempre cercato di rendermi amabile, sopportando e perdonando, almeno in apparenza. Ma la cosa in assoluto più importante per me sono i miei figli, senza ombra di dubbio. Il cibo… sì, il cibo è la cosa che in assoluto, per me, conta di meno! Mi nutro per vivere, non vivo per nutrirmi ed anche questo sin da piccola.

MRM- In una ipotetica scala di valori, in riferimento all’attività letteraria, a cosa dai la priorità?

BCR- Alla verità delle parole, alla loro sincerità che esiste, secondo me, solo se si scrive con l’istinto come guida e con la coerenza di pensiero. L’importante è non scrivere per mestiere, seguendo temi di moda per accontentare i gusti di un lettore medio che, sono certa, di non poter soddisfare e   nemmeno di volerlo fare. C’è stato il momento delle storie fantasy, poi di sesso sfrenato, ora mi aspetto un’inflazione di romanzi sull’omosessualità e sulle unioni civili.

MRM-Parlami del tuo rapporto col divino (se ce l’hai).

BCR- Sono astemia… e quando mi accade di bere anche solo un sorso di-vino, mi vengono le vertigini.

MRM- So che porti avanti e coltivi anche un’altra grande passione oltre alla letteratura, ed è la fotografia. Per te fotografare cos’ha di differente dallo scrivere? Oppure che cos’ha di affine?

BCR- Non c’è differenza. Fotografare è scrivere con la luce, no? Mi pongo di fronte ad un “foglio bianco” con lo stesso spirito con cui sto dietro ad un obbiettivo. Aspetto che siano i protagonisti delle mie storie a chiamarmi così come aspetto che siano i soggetti delle mie fotografie a “mettersi in posa”. Nulla di progettato. Qualcosa succede, sempre. La difficoltà sta nella sintesi che nella fotografia deve essere estrema se si vuole ottenere uno scatto che comunichi.

MRM- Cosa mi dici della “banalità del Male”?

BCR- Sempre più la cronaca è infestata da notizie di gesti efferati, mostruosi, crudeltà inaudite, ed ogni volta c’è la caccia al mostro che, in qualche modo, potrebbe sembrare più rassicurante per poi scoprire, quasi sempre, che in realtà si tratta di persone normali: il vicino di casa, il parente, l’amico di sempre, l’insospettabile signore quasi banale. Il guaio del caso Eichmann…

MRM- La tua è un’anima violata? Possiamo dire che sia una condizione comune a molti esseri umani?

BCR- Sì, credo sia una condizione comune a molti esseri umani, tutti quelli che hanno un’anima da violare.  Nel mio caso lo è: violata ed inviolabile al tempo stesso, ma ti assicuro che a quella parte inafferrabile non giungerà mai nessuno.

MRM- Timori, ipocondrie, irrazionalità, senso di inadeguatezza, possono essere germi creativi per l’arte e la letteratura?

BCR- Quando il risultato dell’atto creativo non è intenzionale, l’arte contiene sempre una componente tragica. Schelling scrisse che l’artista quando crea “si trova sotto l’influsso di una forza che lo distingue da tutti gli altri uomini, e lo costringe ad esprimere o a descrivere cose che egli stesso non penetra interamente, e la cui significazione è infinita”. Ci deve essere una forza necessaria, incontenibile che esplode e genera e tale forza ha prevalentemente a che fare con solitudini infinite e sofferenze dell’anima. Ecco che l’arte assume una valenza catartica e liberatoria, per chi la produce e per chi ne fruisce.  

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MRM- Raccontaci una tua giornata tipo: cronache, sensazioni, pensieri ed…omissioni.

BCR- Nell’immaginario collettivo, la giornata tipo di un artista deve sembrare qualcosa di estremamente interessante! Non è così, credimi. Si svolge sotto la spinta di necessità e bisogni da soddisfare, molto materiali e poco romantici. La differenza, forse, sta nel rimanere sempre all’erta per cogliere gli spunti e le ispirazioni che anche il quotidiano offre. Anzi: soprattutto il quotidiano. Non è raro per me, mentre preparo il pranzo, correre a prendere la macchina fotografica perché individuo una forma interessante, magari mentre affetto un peperone o mentre stendo i panni, qualcosa mi attrae nel cortile o dietro qualche finestra aperta. Certo che aspetto con ansia il momento in cui posso sedermi al tavolo, una tazza di tè, l’incenso che brucia. Allora inizia la mia vita e… le mie omissioni.  

MRM- Se hai un sogno nel cassetto, dicci di quanti cassetti dispone la tua scrivania.

BCR- Oh Maria Rita… sono io stessa una scrivania, lo “Stipo antropomorfico” di Dalì con i cassetti semivuoti pronti ad accogliere ed il braccio teso a respingere.

MRM- Come vedi l’esistenza umana, come un dramma o una tragedia? Potrebbe anche essere una farsa…

Per dirla con A.Rimbaud: “La vita è una farsa dove tutti abbiamo una parte”. Penso che nella vita di ognuno di noi si alternino le parti ed i momenti, a volte drammatici, a volte tragici ma non solo, fortunatamente e fortunosamente.

MRM- Tre parole per definire la vita.

BCR-  Lento imprevedibile fluire

MRM- Tre parole per definire la morte.

BCR-  Foce della vita

MRM- Scrivi l’incipit di un libro che ti piace e di uno che non hai mai letto…

BCR- Stato nervoso inaudito, irritazione senza nome: amare fino a questo punto è essere malati (e io amo essere malato). B. non finisce più di abbagliarmi: l’irritazione dei miei nervi l’ingrandisce ancora di più. Come in lei tutto è grande! Ma nel mio tremore ne dubito tanto tutto le è facile (perché è falsa, superficiale, equivoca… Non è evidente? […]

L’impossibile, G.Bataille

“In un paese di poco più di 600 anime, quando ne viene a mancare una, si tratta di una perdita significativa per tutti gli abitanti. Così, questa mattina, la piccola chiesa di Blanquefort sur Briolance, comune francese situato nel dipartimento del Lot e della Garonna, è gremita di persone più o meno sinceramente affrante e vicine a Marielle e Jerome che hanno perso il loro primo ed unico bambino, nato e morto nello spazio di uno starnuto. Il prete fa la predica cercando di confortare la coppia e di convincerla che ora il piccolo Francois stia riposando in pace tra le braccia del Signore che lo ha chiamato a sé, in modo un po’ prematuro forse, ma questa è stata la Sua insindacabile volontà che gli ha concesso il privilegio di vivere nella luce eterna. […]”

(uno dei miei cassetti si è aperto…)

MRM- Un pensiero che ti viene adesso, senza filtri e (possibilmente) senza prudenza.

BCR- Questa Maria Rita Montagnani mi aveva parlato di un’intervista non di un’ecografia che avrebbe necessitato di un’adeguata preparazione per liberarmi di scorie… visibili!

MRM- Barbara, ma infine, è valsa la pena vivere? Si dice per vivere o si vive per dire?

BCR- Per quanto mi riguarda… sì, anche se a volte pare una fatica di Sisifo, non sono così sapiente dal rendermi conto che i ricavi non coprono i costi, ed abbandonare l’attività (A.Schopenhauer). Ti farò poi sapere se sarà valsa la pena di morire…

Si dice per vivere. Anche Zarathustra, dopo dieci anni di eremitaggio e solitudine, sentì la necessità di dire per vivere. Purtroppo, però, mi rendo conto che in questo nostro momento storico si vive per dire, per mostrarsi, per esibire che non è il vivere per dire, annunciare verità, in senso filosofico o teologico o puramente letterario. E’ tutto inquinato dalla volontà di apparire. Vivere per dire anche se si dicono ovvietà o parole che, solo raramente, non causano danni. Lo vediamo in tutti i campi, da quello politico a quello artistico. Ça va sans dire…

Poche persone si rendono conto che una parola detta… è detta per sempre.

Grazie per l’intervista, Maria Rita. E’ stata una grande fatica, ma ne è valsa la pena, come vivere!

Maria Rita Montagnani

About the author

Maria Rita Montagnani

Critico e curatore d'arte indipendente. Da anni impegnata nella valorizzazione e nella diffusione dell'arte contemporanea nel territorio italiano, ha presentato numerose mostre, curando artisti in eventi nazionali e ha realizzato (in sedi pubbliche) progetti artistici e culturali di cui è anche autore.

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