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RENATO RANALDI | Galleria Il Ponte di Firenze

Pietre è il titolo della mostra che, di nuovo in presenza dopo la pandemia, la fiorentina Galleria Il Ponte dedica all’artista Renato Ranaldi.

Fino al 24 settembre sarà possibile visitare la bella personale curata da Bruno Corà, in cui sono radunate una serie di opere, frutto dello studio dell’artista degli ultimi due anni, riprendendo una ricerca già avviata con le sue pitture Fuoriquadro.

Ranaldi si confronta con un nuovo materiale la pietra, rivolgendosi ai margini di essa, che divengono il reale luogo, il fulcro dell’azione artistica. Le pietre scelte da Ranaldi non avrebbero in sé nulla di particolare per morfologia, ma al suo sguardo racchiudono invece una promessa.

«Le pietre: sculture prima dell’invenzione della scultura», (come egli scrive in un testo pubblicato nel catalogo), intese come frammenti architettonici, lastre per la lavorazione litografica, pietre di montagna, di bosco, di risulta, object trouvé, su cui operare, e che diventano le vere protagoniste del suo fare artistico. Renato Ranaldi interviene su di esse, mettendo insieme pietre di diversa origine, ma anche unendole ad altri materiali, o manufatti come parti metalliche, cavi di ottone, bastoni, rotoli di carta e di laminati, producendo così una trasformazione, che si completa a volte con l’aggiunta di impasti di colore a olio disposto sulle parti marginali, che creano nel visitatore forti emozioni. Quanto è fisicamente e visivamente marginale diventa quindi il fulcro, in cui si concentra l’elemento scatenante e inatteso dell’opera d’arte.

Le pietre parlano, raccontando storie immortali, si fanno guardare, con le loro forti presenze legate alla vita sulla terra. Hanno un importante peso specifico, invadendo letteralmente lo spazio. Eppure la pietra, questo suo esistere nel tempo ha una sua profondità nella ricerca di Renato Ranaldi.

«Incontro la pietra che mi chiama, mi seduce, è l’incanto di un’opera, così com’è, nessuno ha avuto l’ardire di plasmarla per farla diventare scultura. L’adesione spontanea a quel corpo solido è incrinata dalla proiezione di andirivieni di fascini esercitati da altre presenze minerali che hanno tutta la ragione di essere tracce estetiche di grande pregio». Scrive l’artista in un prezioso elaborato, che racconta tanto della sua attuale poetica. Un racconto che si snoda sulle vie di montagna, ma poi diventa sempre più interiore, come se passo dopo passo raccogliesse l’essenza che si cela dietro ogni sasso. Volume, scultura, feticcio.

Così tra una pietra e l’altra la riflessione si sposta sull’esistenza, sulle differenze del vivere e sulle tante dimensioni dello stare nel mondo, e sulla questione dell’Arte, in tutte le sue accezioni.

Guardando queste tredici opere di Ranaldi è facile scoprire in noi la stessa inquietudine che serpeggia nei viaggiatori in vena di scoperte artistiche. L’indagine lascia spazio a complesse elaborazioni che investono tutti campi del sapere e tornano inevitabilmente all’Arte. Un’attività creativa che Renato Ranaldi, nato a Firenze nel 1941, esercita con grande abilità fin dagli anni Sessanta. È del 1968 la sua prima personale alla Galleria La Zattera di Firenze, a cura di Claudio Popovich. Nel 1988 viene invitato da Giovanni Carandente alla XLIII Biennale di Venezia, con una sala monografica di scultura. Dagli anni Novanta, la sua produzione plastica avviene attraverso l’utilizzo di laminati di zinco, rame, ottone, sotto forma di superfici o di nastri con piegature ottenute con modalità meccanica. Segue il ciclo dei “telai” in legno di dimensioni varie, spesso dipinti col colore blu reale, e successivamente il ciclo della “pittura scolpita”, fino alle sculture-installazioni. Affianca la sua attività espositiva con lavori editoriali, come libri e saggi su riviste di arte e letteratura.

Un procedimento che, come nota Corà, sembra suggerire: «…il rifiuto di sottostare all’elemosina dell’attribuzione di “bravura” all’azione dell’artista, […] a negare ogni fare che “riempia” l’opera di qualsiasi segno o tema. In tal modo egli giunge alla scoperta del senso che per l’autenticità dell’arte ormai è necessario trovarsi “fuori” da se stessa!».

 “I sassi sono microelementi del mondo, l’artista forte della sua immaginazione, ostinato, s’illude di sondare il proprio inizio e la propria solitudine storica dovendo far conto solo su di sé, come fosse una pietra: è il motivo dell’eroe fanciullo abbandonato”, scrive Ranaldi nel racconto che accompagna il suo libro Pietre.

Cecilia Barbieri 

About the author

Cecilia Barbieri

Nata a Firenze, dove vive e lavora, ha conseguito la Laurea in Storia dell’Arte all’Università di Firenze. Ha lavorato nell’organizzazione di mostre ed eventi e ha curato nel corso degli anni diverse pubblicazioni di Storia dell’Arte e di Storia del territorio. Giornalista pubblicista collabora costantemente come freelance con diverse testate di settore.

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