Interviste

Rebecca Moccia | Da qui tutto bene

Abbiamo incontrato Rebecca Moccia per parlare dell’istallazione Da qui tutto bene, realizzata nel loggiato del Museo del 900 a Firenze. Una riflessione sullo spazio e sul tempo, sul concetto di “dentro” e “Fuori” che fa riferimento a pratiche individuali e collettive attraverso la scrittura e l’uso di altoparlanti, oltre alla tecnologia . Ecco cosa ci ha raccontato.

Intervista a cura di Francesca Biagini

Il tuo intervento parte da una riflessione sullo spazio e il tempo intesi anche come analisi storica del luogo, in questo caso il loggiato del museo novecento.  Da dove inizia questa elaborazione e dove ti ha portato?

Le prime cose che mi hanno colpito quando Sergio Risaliti mi ha invitato a fare un sopralluogo nel loggiato sono state, due circostanze ambientali/spaziali, ovvero la mancanza di ombre e l’assenza di rumori, in completa opposizione con il caos della piazza immediatamente fuori e alla luce accecante del sole di Maggio. A partire da questo fenomeno, diciamo solo a ritroso, ho ricostruito le ragioni per le quali quel luogo è stato concepito come riparato, protetto dalla luce del sole e quindi anche isolato dal tempo. 

Rispetto a come entrava/non entrava la luce e al silenzio che vi aleggiava si è manifestata la memoria architettonica di ciò che quel luogo era originariamente, ovvero un chiostro di un convento, con la funzione di isolare le monache che, in particolare nel loggiato, si dedicavano alla riflessione e la lettura indisturbata. A questo punto, almeno per me, è diventata coerente la scelta di convertire successivamente lo spazio ad istituzione museale.

Rebecca Moccia_portrait_ ph.LeonardoMorfini

L’ analisi visiva, empatica e contestuale, di come un luogo è costruito attorno alla sua funzione, alla sua storia, alla sua posizione, alle relazioni, agli usi e alle azioni passate e contemporanee, ovvero i caratteri marcati che lo distinguono e lo rendono insostituibile a ogni altro, mi interessa particolarmente, anzi è proprio diciamo il mio “appiglio” creativo principale. Ho potuto constatare negli ultimi anni che mi trovo veramente in difficoltà a pensare un’immagine, un’opera decontestualizzata, per me non ha molto senso, così come mi è impossibile separare un luogo da ciò che vi accade o vi è accaduto, trattandolo semplicemente con un ricettacolo di una mia idea.

Lacerando le tensioni spazio/tempo, evidenziando il processo al negativo ( il blue back utilizzato al contrario) e sottolineando l’importanza del linguaggio (contemporaneo e polisemico) sia attraverso la scrittura che l’uso di altoparlanti, a quali pratiche individuali e collettive fai riferimento? e che tipo di dialettica hai voluto instaurare?

La dialettica, solo apparente, è innanzitutto quella dentro/fuori (e quindi inevitabilmente quella privato/pubblico): lo spazio del loggiato-museo, preservato, chiuso in sé senza luce e tempo, viene lacerato e invaso dal fuori, dalle ombre dell’ambiente urbano, dal linguaggio e dalle vicende, dal “resto” che si impone con la sua presenza.

Da qui tutto bene, il titolo stesso dell’istallazione, riflette ironicamente questa impossibilità di un altrove staccato da noi e dalle nostre azioni e vite; la certezza che, per quanto ci si possa convincere e agire in senso contrario, creare musei, conventi, condizionatori, discorsi e fedi, siamo davanti all’evidenza sempre più netta che non c’è nessun luogo in cui si può dire di essere fuori dalle cose. 

La tensione tra questa ricerca di un qui e non , di un isolamento di qualsiasi genere, e la consapevolezza della sua impossibilità, ci situa in una regione malinconica che, non si configura come una perdita ma come una potenzialità.

ph.LeonardoMorfini

Per questo ho utilizzato la parte blu della carta blue-back, che oltre che simbolicamente, è, effettivamente, il retro di quello che si vede usualmente che impone esteticamente la sua presenza; così come l’attacchinaggio e il graffitismo si appropriano, di fatto, di spazi connotati come pubblici, imponendo un gesto e un uso della lingua e del segno espressivo e liberatorio. Così ho usato le notizie in streaming che, anche se non le ascoltiamo, continuano incessantemente a succedere, finendo per pretendere di intrecciarsi con le nostre vicende biografiche

(Un esempio magistrale di opera in cui questa convivenza si esprime a pieno della sua poeticità è il romanzo Gli anni di Arnie Ernaux. L’orma editore, 2008)

L’uso della tecnologia attraverso un software di illuminotecnica per calcolare luci e ombre sul loggiato apre ad una tematica molto vasta. Le capacità tecnoscientifiche viste come fenomeno sociale in che modo si relazionano con il tuo lavoro?

Il software che ho adoperato in realtà è molto semplice, viene utilizzato normalmente per la pianificazione base di illuminazioni per spazi abitativi. Per quanto affascinante sia stato per me il processo di localizzazione e di visualizzazione delle ombre ad orari e giorni da me stabiliti, DiaLux (questo è il nome del programma) è stato utilizzato come strumento di indagine, come un ulteriore campo o punto di vista da cui poter agire o trarre considerazioni su uno spazio. 

Mi affascina questo del supporto tecnologico: l’ampliamento del limite diciamo umano di conoscenze e sensazioni. Qui, ad esempio, (come nell’utilizzo di google maps per la realizzazione di altre mie opere come Coraggio o dei social per sviluppare la coscienza del sé e il racconto) la capacità di svelare quello che non si vede, che sarebbe invisibile per noi. 

ph.LeonardoMorfini

Nella mia pratica cerco di domandarmi come l’orizzonte tecnologico agisca sul nostro immaginario e che possibilità poetiche dispiega. Ovviamente questa indagine porta a delle considerazioni etiche, ma che arrivano solo a posteriori.

La relazione con l’attualità diventa come una sfida per l’osservatore che può scegliere muovendosi come e cosa ascoltare senza però averne vero controllo. Come si sviluppa la conoscenza attraverso l’agentività del proprio corpo per te come artista e come ti poni verso chi osserva le tue opere?

L’esperienza, anche fisica, di chi si relaziona ad un mio lavoro, che per un momento lo co-abita, è sicuramente per me un fattore imprescindibile per il suo completamento. La presenza di un soggetto con il suo bagaglio esperienziale, simbolico, culturale, realizza essenzialmente le opere, le trasforma in luoghi o immagini

In questo senso quello che cerco di fare nella mia pratica è quasi sempre creare una situazione in cui le cose possono accadere, cercando di operare in maniera scultorea, nel senso che il lavoro sostanzialmente non si pone solo davanti a te, ma ti costringe a valutare lo spazio che ti circonda, e anche il momento preciso, la stagione, la temperatura che stai vivendo. 

Da questa condizione l’osservatore conserva però, sempre, nei miei lavori – e questa condizione di non imposizione è per me fondamentale – la possibilità di scegliere come posizionarsi, se fare o non fare, che relazione stabilire con ciò che ti circonda e ti attraversa e se stabilirla o no.

Da questa prospettiva le mie istallazioni acquisiscono aspetti performativi, ed è per questo che ho praticamente rinunciato a documentarle in maniera, se si può dire “oggettiva”, lavorando invece dichiaratamente su narrazioni e meta-narrazioni (video/testi/immagini differenti).

Francesca Biagini 

About the author

Francesca Biagini

Curatrice indipendente,docente di evoluzione dei linguaggi visivi presso LaJetee Scuola di Visualstorytelling, assistente nel workshop per Fabbrica Europa “To be told”, ha collaborato a numerose mostre nella città di Firenze e all’estero, tra cui la mostra Urban Tracks presso il Vivaio del Malcantone con il collettivo artistico sloveno Brida.

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