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“Postesotismo sciamanico”, le Streghe fraterne di Antoine Volodine – Un dialogo con Anna D’Elia

Un’immersione nel “postesotismo sciamanico” dello scrittore francese Antoine Volodine: Fabrizio Ajello sull’ultimo libro Streghe fraterne, in conversazione con Anna D’Elia, che si occupa della traduzione in italiano dei testi di Volodine.  

F.A.: Il romanzo Streghe fraterne potremmo definirlo un dramma visionario in tre atti, da cui emergono frammenti di vagabondaggi, un compendio di vociferazioni e un’estenuante conclusione spasmodica e convulsa, composta da un’unica frase di oltre cento pagine. Quindi questa decisione stilistica renderebbe possibile l’immersione in un vero e proprio “spazio di manovra” nel quale il lettore si trova ad attraversare tre livelli/mondi/modelli narrativi da dover ricomporre alla fine della lettura. In effetti l’attrazione interna si avverte quasi per una climax ascendente dovuta al ritmo e al linguaggio delle tre partizioni narrative. La prima sotto forma di interrogatorio, la seconda in chiave di enumerazione degli slogan, la terza in pieno irrefrenabile delirio narrativo.

A.D.E.: Volodine definisce Streghe fraterne una raccolta di ‘intrarcane’, genere letterario post esotico che «suggerisce delle pratiche magiche, un misterioso incantamento, un’intimità musicale fatta di intessuto onirismo, di reciprocità e condivisione…» L’intrarcana è un componimento di tipo binario, dove a una prima parte ne segue una seconda che è una sorta di dilatazione di un dettaglio contenuto nella prima, creando in tal modo un gioco di rimandi dove il lettore è chiamato a smarrirsi: «(…) L’universo attorto, ricurvo, autonomo, che sottende e giustifica le due prose intrarcate, si allunga allora senza intoppi al di là del testo e, nel lettore simpatizzante, ricettivo, si sostituisce alla realtà. I riferimenti al mondo esterno si sfaldano, perdono buona parte della loro pertinenza».
Streghe fraterne costituisce dunque un’ulteriore dilatazione della classica intrarcana. Qui le sezioni sono tre, ognuna legata alla precedente da una serie di rimandi che spingono il lettore come in fondo a un gorgo, fino al suo definitivo smarrimento. Gli slogan della seconda parte sono una dilatazione di quelli recitati nella prima dalle attrici girovaghe e il delirio allucinato della terza riprende e amplifica l’esplosione dello spazio tempo prodotta dagli slogan.
Più che climax, parlerei forse di avvitamento ipnotico e allucinatorio come in un episodio di trance indotto da pratiche sciamaniche. E a tale proposito, l’interesse degli scrittori post esotici per lo sciamanesimo richiederebbe un discorso complesso di grande portata, specie alla luce dell’attuale riscoperta di tali pratiche in ambiti non solo letterari (cui va di pari passo quella della Psichedelia). In questo
Streghe fraterne Volodine officia, in qualità di maître du désordre, una cerimonia sciamanica collettiva cui siamo tutti invitati a partecipare.

Illustrazioni di Ernest Haeckel

F.A.: Ritengo non sia assolutamente semplice rendere in un’altra lingua il metalinguaggio inventato da Volodine. Mantenere il medesimo ritmo della versione originale, l’ironia, i giochi di parole, per non parlare dell’articolatissima parte conclusiva, non è un lavoro da poco. Mi parlavi dell’esperienza di “abitare il linguaggio” e di “cartografia dell’originale”. Come si procede nell’avventura all’interno del testo per venire a capo di una versione soddisfacente?

A.D.E.: Intanto ogni testo è un caso a sè che richiede attenzioni e strategie particolari, anche con degli scritti di uno stesso autore su cui si lavori da anni. Tradurre un libro di prosa poetica, con una quantità sillabica data, un ritmo ben definito e ancoraggi ritmici forti richiede accortezze e scelte diverse da quelle messe in campo per un romanzo classico o un testo teatrale. Io sono sempre stata convinta di produrre, traducendo, una forma di modellizzazione – anche la cartografia lo è – di fabbricare insomma una specie di modello che ‘si comporti’ ragionevolmente come l’originale. Si tratta naturalmente di una metafora, ma diciamo che il mio originale mi appare sempre più come una sorta di ecosistema, di paesaggio nel senso moderno del termine, che il traduttore percorre, abita, e di cui serba una potente nostalgia. Ecco, il lavoro del traduttore procede all’insegna di questa nostalgia, che ha a che fare con nostos, il desiderio sofferto di tornare. Tornare ad abitare l’originale, quel paesaggio, quell’ecosistema che ci è lasciati alle spalle. Naturalmente qualunque viaggio di ritorno è popolato di Lestrigoni e la strada è irta di pericoli. L’inventiva, la scaltrezza, il coraggio sono altrettante armi del traduttore/ Odisseo.
Ho insomma una visione organica del testo e dunque del mio mestiere. Un testo respira, si muove, è un organismo vivente e il mio modello deve tenere conto di questo suo respiro.

F.A.: Un altro tratto distintivo di Streghe fraterne è la magia, intesa anche come trasmissione di saperi, poteri evocativi e miscele metamorfiche. Queste ultime le troviamo ad esempio fin dal titolo in cui maschile e femminile sono fusi insieme, arrivando agli eventi conclusivi in cui questa metamorfosi sessuale diviene uno smarrimento all’interno delle vicenda. Che idea ti sei fatta di questa caratteristica così peculiare, che risulta eccentrica, divertente ma anche in qualche modo spiazzante per il lettore?

A.D.E.: La magia ha sempre avuto spazio in Volodine, una tendenza che si è accentuata col passare degli anni, man mano che si riduceva il discorso squisitamente ideologico-eversivo. Anche se più che di magia, si dovrebbe parlare di alterazioni dello spazio tempo e di stati transitori dell’essere. L’abolizione dei contrari, e dunque anche delle polarizzazione maschile/femminile, è tra l’altro una delle caratteristiche del Bardo, secondo il Buddismo tibetano. La trasmigrazione dei personaggi in una serie di involucri di volta in volta maschili o femminili, ma anche umani e non umani, viventi o non viventi, deve molto a questa visione delle cose. Visione che trovo, tra l’altro, enormemente più interessante delle diatribe di genere in cui ci stiamo inutilmente avvitando. Un personaggio infatti è di volta in volta ‘abitato’ da questa o quella entità e il suo involucro esterno altro non è che un accidente, la cui funzione è innescare il racconto. E’ così nelle infinite incarnazioni di Hadeff Kakaìne, il mago stregone in Streghe fraterne – ulteriore reincarnazione del Soloviei di Terminus radioso, alias lo stregone usignolo delle biline russe – che diventa di volta in volta uomo e donna e finisce per ‘abitare’ successivamente l’involucro della propria figlia Amandine, quello di un aracnide, della modella Bella Ciao, di Babur Martyas per rivelarsi definitivamente col nome di Môo Môo, principe delle tenebre, alias Jean la Sfacciata, altro chiasmo maschile /femminile come il titolo del libro. La mutazione di genere è insomma il vero deus ex machina del racconto, un potente propulsore che permette di chiudere e aprire scomparti successivi della narrazione. Non c’è psicologia di sorta, ma solo la maschera del personaggio all’interno di una ferrea distribuzione di ruoli.

F.A.: L’utilizzo di una scansione numerica specifica, e di alcuni numeri in particolare, è anch’essa una scelta accurata e ponderata. Almeno, questo è quanto emerge dai romanzi di Volodine e da questo in particolare. Cosa rivela e cosa possiamo rivelare in tal senso?

A.D.E.: Il ricorrere di una numerazione più o meno cifrata in tutti gli scritti post esotici non ha nulla a che vedere con l’enigmistica o con la postura matematico-combinatoria della letteratura potenziale, per non citare che uno dei tanti esempi a contrario. Il ricorrere ossessivo del numero 49 trova invece la sua origine nel Bardo Thodol, il Libro tibetano dei morti, di cui tutti gli scrittori del post esotismo sono debitori. 49, multiplo di 7, altro numero magico, tantrico, è il numero dei giorni in cui l’anima del trapassato, secondo la concezione tibetana del ciclo della vita e della morte, vaga in una sorta di limbo, prima di reincarnarsi in un nuovo stadio dell’essere. L’intero edificio post esotico è dunque basato sul ricorrere di tale numero e dei suoi multipli: 343, multiplo di 49, è il numero di capitoli di Terminus radioso, nonché il numero di parole delle singole Shagga delle regine sirene, ne Gli animali che amiamo, 343 è il numero di titoli della biblioteca fantastica in calce a Il post esotismo in dieci lezioni, lezione undicesima, e da ultimo, il numero degli slogan in Streghe fraterne. Si potrebbe continuare all’infinito, divertendosi a scovare numerazioni occulte in questo o quel romanzo post esotico.
La struttura numerica dei testi post esotici non è, però, né un vezzo né una bizzarria, ma una necessità intrinseca, una sorta di musica interna che tutto accompagna, un rumore di fondo che rimanda a una cosmogonia e una visione delle cose. Come se tutto si reggesse su un codice occulto, su un tempo scandito dalla struttura dello spazio “ di mezzo” tra la vita e la morte. Ma c’è di più. Il Bardo è il luogo dell’abolizione dei contrari: vuoto e pieno, alto basso, prima e dopo non hanno più motivo di sussistere. Innervare dunque l’intero corpus post esotico di simili riferimenti, la dice lunga sulla volontà di dinamitare le coordinate classiche del romanzo e del racconto. Come se tutte le alterazioni e gli stravolgimenti del canone, trovassero qui una propria antichissima e profonda ragion d’essere.

Dettaglio del manoscritto Voynich

F.A.: L’ironia è un altro carattere essenziale e pervade spesso storie avventurose e drammatiche. Facendo riferimento agli slogan ad esempio ce ne sono alcuni straordinari, talvolta surreali, altre volte strampalati, ma sempre con una fortissima carica ironica. Intanto volevo chiederti quanto sia vera la notizia per cui Volodine avrebbe realmente trascritto questi slogan che gli sarebbero stati “dettati” da un’anziana signora, forse una strega, nell’Est Europa. E inoltre ero curioso di sentire il tuo punto di vista in merito all’ironia volodiniana.

A.D.E.: Il personaggio alla base delle tante serie di slogan che compaiono nel corpus post esotico – ce ne sono già ne Le port intérieur, dove popolano gli incubi di Gloria Vancouver, femme fatale del romanzo uscito per Minuit negli anni ’90 – è una poetessa e militante russo-coreana, Maria Sudayeva, incontrata da Volodine tra il ’91 e il ’94 a Macao, dove lei viveva con il fratello Ivan. Personaggio di spicco nell’ambiente degli oppositori alla mafia russa e al capitalismo post sovietico, la Sudayeva entra in contatto con Volodine autorizzandolo a inserire alcune sue petites proses, originariamente scritte in russo, nei romanzi che andava scrivendo.
Dopo il suicidio della Sudayeva, il fratello Ivan ne invia una versione rimaneggiata a Volodine, che considerava la poetessa l’incarnazione stessa dell’eroina post esotica: apolide, perseguitata politica, combattente in nome degli antichi ideali di solidarietà della tramontata società comunista. Volodine ha sempre affermato di aver tradotto gli slogan della Sudayeva spingendosi certo ben oltre il normale compito del traduttore, ma conservandone lo spirito e costruendo una sorta di omaggio letterario alla poetessa scomparsa. Questa, la versione ufficiale che lo stesso Volodine fornisce di questo importante sodalizio letterario e umano.
Come sempre, quando si parla di eteronimia e post-esotismo, le identità si sfuocano e si sovrappongono e non ha molto senso indagare più di tanto sulla veridicità di questa o quella versione dei fatti. Maria Sudayeva insomma, chiunque si celi dietro questo nome, è una potente voce post esotica, in grado di evocare un formidabile universo visivo, sinestetico (oggi potremmo dire ‘acido’) e surreale, che sembra provenire anch’esso “dall’altrove”.
Quanto all’ironia volodiniana, o meglio post esotica, che trovo essenziale per controbilanciarne la cupezza distopica, è un registro che si inserisce a pieno titolo del cosiddetto umorismo del disastro su cui tanto si è scritto. La mia personalissima opinione è che pervada le cose migliori di Volodine che si caricano così di uno spessore umano che un registro puramente tragico non sarebbe in grado di far risaltare.

Anna D’Elia lavora da oltre trent’anni nell’editoria. Per le principali case editrici ha tradotto testi di autori francesi contemporanei – Jean Hatzfeld, Eric Reinhardt, Antoine Volodine, Sylvain Proudhomme, Maryse Condé, Leila Slimani, Hervé Le Tellier tra i tanti. Ha lavorato molto per il teatro, traducendo e adattando per le scene italiane testi di autori francesi contemporanei: Philippe Minyana, Pierre Notte, Jean-Marie Besset, Eugène Durif, Rémy Devos, Guillaume Gallienne, Xavier Duranger. Ha tenuto e tiene seminari e corsi di traduzione letteraria in Italia e in Francia. Nel 2017 ha vinto il Premio von Rezzori per la traduzione di Terminus radioso di Antoine Volodine. È Chevalier des Arts et des Lettres de la République française per l’insieme della sua attività di traduttore letterario.

Fabrizio Ajello

In copertina: Incisioni rupestri della Valcamonica, foto Fabrizio Ajello

About the author

Fabrizio Ajello

Fabrizio Ajello si è laureato presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di Palermo, con una tesi in Storia dell’Arte Contemporanea.
Ha collaborato in passato attivamente con le riviste Music Line e Succoacido.net.
Dal 2005 ha lavorato al progetto di arte pubblica, Progetto Isole.
Nel 2008 fonda, insieme all'artista Christian Costa, il progetto di arte pubblica Spazi Docili, basato a Firenze, che in questi anni ha prodotto indagini sul territorio, interventi, workshop e talk presso istituzioni pubbliche e private, mostre e residenze artistiche.
Ha inoltre esposto in gallerie e musei italiani e internazionali e preso parte a diversi eventi quali: Berlin Biennale 7, Break 2.4 Festival a Ljubljana, in Slovenia, Synthetic Zero al BronxArtSpace di New York, Moving Sculpture In The Public Realm a Cardiff, Hosted in Athens ad Atene, The Entropy of Art a Wroclaw, in Polonia.
Insegna materie letterarie presso il Liceo Artistico di Porta Romana a Firenze.

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