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Pop culture: immagini e simboli dagli anni ’60 a oggi

Andy Warhol, alla domanda “Che cos’è la Pop Art”, rispose “It’s liking things”. Istintivamente se pensiamo alla Pop culture ci affiora alla mente la bellissima ed eccentrica immagine di Marilyn Monroe, colorata e serigrafata da Andy Warhol. Pensiamo alle scatole di Brillo Box e alla riproduzione della Zuppa Campbell’s, oggetto simbolo dell’infanzia dell’artista. Ma cosa è veramente la Pop culture, da dove prende le mosse questa tendenza che racchiude stili e interessi popolari? Espressioni sociali non legate al folclore e alle tradizioni connaturate ad un popolo, bensì a modi di vivere comuni e di tendenza?

Dal punto di vista storico si può affermare che la Pop culture sia nata negli anni ’60, in un Occidente in pieno cambiamento culturale, alla ricerca di un equilibrio, dopo una guerra che ne aveva scombussolato gli assetti socio-politici. La televisione, la pubblicità, i rotocalchi fatti di figure accattivanti e parole seducenti, parlavano un linguaggio conosciuto che arrivava con semplicità a chi ascoltava e osservava.

Warhol intuì astutamente tale tendenza. L’artista fece sì che le sue produzioni, ormai in un’epoca di riproducibilità dell’opera, si connotassero come emblema di un’America impegnata nella costruzione e nell’affermazione di un’identità nazionale. Egli impiegò immagini ormai assimilate dalla popolazione, dal personaggio mediatico Marylin alla bellissima Jacqueline Kennedy. Allo stesso tempo riprodurre scatole di Brillo Box, nota marca di detersivo, trasmetteva l’idea di una società pronta ad accettare il trionfo della meccanizzazione e di un’industrializzazione massificata. Tali immagini di uomini gloriosi e figure pubblicitarie patinate volarono rapidamente oltreoceano e trovarono un terreno fertile in cui attecchire. La società italiana, disastrata all’indomani della seconda guerra mondiale, si dimostrò infatti pronta ad assimilare la lezione proveniente dall’America. Gli italiani, e gli europei in generale, adottarono mode e costumi ben lontani dalle proprie tradizioni, che identificavano uno status symbol e atteggiamenti tipici dell’era moderna.

Confinare tuttavia la Pop culture alla sola sfera artistica è come oscurare una parte della sua pervasività. La musica, ad esempio, ebbe un ruolo fondamentale nella costruzione di un pensiero collettivo. Bob Dylan, John Lennon, icone nate negli anni ’60, racchiusero in pieno il fenomeno di quegli anni. Se da un lato nei loro testi si percepiscono le difficoltà della vita, i continui ostacoli, le sconfitte e le paure, allo stesso tempo il popolo condivideva proprio quei sentimenti. Ognuno si confrontava e prendeva ispirazione da questi uomini che faticosamente avevano costruito la propria immagine. L’ascesa di Michael Jackson, The King of Pop, tra i primi a girare videoclip di successo, portò all’affermazione di reti televisive. MTV, ad esempio, divenne il punto di riferimento e di raccolta per i giovani di tutto il mondo, incidendo così su una cultura popolare a livello globale.

Giugno 1988, Berlino Ovest, fila di giovani per il concerto di Michael Jackson

Universalmente riconosciamo l’arte e la musica come fondamenti e aggregatori della cultura pop. Ma non possiamo tuttavia non pensare ai marchi Apple, Starbucks, Mc Donald’s (interessante in proposito vedere uno degli ultimi spot del 2017, per al regia di Gabriele Muccino che vi riproponiamo qui sotto), diventati negli anni vere e proprie icone della cultura popolare e di massa. Tramite proficue attività di marketing e pubblicità queste realtà sono riuscite ad imporsi sulla popolazione mondiale. Esse hanno dettato leggi di un brand e di un marchio e si sono inserite nella vita di tutti i giorni, a livello globale. In questo modo il loro simbolo è divenuto popolare, di tendenza, riconoscibile dalla maggior parte delle persone, se non da tutte. Immagini da apporre su magliette, tazze, gadget di qualsiasi genere. Immagini in cui ognuno si può riconoscere e che sono ormai parte della cultura e della quotidianità di ciascuno di noi.

Giulia Pardini

 

 

About the author

Giulia Pardini

Nata a Lucca, compie i propri studi tra Pisa, Venezia e Roma, specializzandosi in project managing e curatela nell’ambito degli eventi culturali. Attualmente vive a Roma dove lavora come assistente curatrice occupandosi di progetti legati ad artisti contemporanei.

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