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“Perdersi è un’arte…” | Conversazione con il regista Matteo Bavera

Matteo Bavera, regista, già direttore del prestigioso Teatro Garibaldi di Palermo, è attualmente direttore artistico del Teatro VA (Vittorio Alfieri) di Naso (Messina). Per anni collaboratore e amico di Carmelo Bene, del quale ha raccolto eredità spirituale ed insegnamenti, ha lavorato anche con personaggi del calibro di Carlo Cecchi, Franco Scaldati, Antonio Latella, Georges Lavaudant, Krystian Lupa, Krzysztof Warlikowski. Grande personalità teatrale, affatto serioso ma autorevole, è un acuto conoscitore dell’animo umano, sul palcoscenico e anche fuori di esso. Dissacrante ma rigoroso e intransigente come si addice a un vero “uomo di teatro”, ha saputo fare di un antichissimo mestiere, una continua ricerca e innovazione.

Intervista a cura di Maria Rita Montagnani 

Maria Rita MontagnaniMatteo, tu hai lavorato per diverso tempo con Carlo Cecchi e collaborato con  Carmelo Bene, cosa ti hanno lasciato questi due grandi personaggi? Di Carmelo poi sei stato anche amico, puoi raccontarci la tua esperienza umana ed esistenziale che è derivata da quel prezioso rapporto?

Matteo Bavera – Si tratta di due esperienze fondamentali per la mia formazione, due esperienze di segno completamente diverso. In ordine, con Carmelo ho soprattutto imparato a non essere succube del sistema teatrale italiano, a sfidarlo, a cercarne le costanti contraddizioni. Con Cecchi ho toccato nel profondo le tecniche dell’attore e della recitazione.

MRM- Un aforisma dice che “il teatro è sempre  un teatro di ombre, dove le ombre però sono più reali degli uomini”… Sei d’accordo?

MB- Non ho percepito questa separazione, caso mai ne ho riscontrato la contemporaneità e la sovrapposizione. Se poi la visione di un grande spettacolo ti lascia traccia indelebili allora questo è stato l’effetto dei corpi che hanno agito in carne ed ossa e che ora si ripresentano in forme di memoria attiva che rimane pur sempre, anche se più distante, fisica…

MRM- In qualità di direttore di un teatro importante, come scegli i progetti tra i tanti spettacoli che ti vengono proposti? Ti muovi più per  certezze o per istinto?

MB- La stagione si forma da sola attraverso i molteplici incontri che la frequentazione di teatri genera… Ad un certo punto il programma e i progetti si materializzano e vanno  solo concretizzati. Credo si tratti un mix di istinto e informazione.

MRM- Cosa ami di più in un attore? E cosa non ami affatto?

MB- Amo l’etica della recitazione, odio la mistificazione della stessa, quella che incontriamo più nella realtà, nella televisione nella politica nei comportamenti sociali che in teatro. Nn c’è differenza tra la cattiva recitazione in teatro e quella nella realtà, purtroppo ho imparato a riconoscerle entrambe immediatamente.

Teatro Alfieri di Naso (Messina)

MRM- È più importante progettare o sognare?

MB- Un sogno deve essere azione o almeno la sua prefigurazione… A volte i sogni sono il riflesso di quello che hai vissuto e diventano analisi della realtà.

MRM- Oggi ci mancano le estasi, ci manca lo spaesamento. EX-STASIS, uscire dall’equilibrio e uscire dalla stabilità ha i suoi imprevedibili e benefici effetti, primo fra tutti la vertigine. Occorrerebbe darsi al vuoto con tutta la pienezza?

MB- Se non sei stato immobile non lo sarai mai, “perdersi è un’arte da imparare” scrive Montale…

MRM- il sentimento è quando il cuore esce dai suoi contorni. Il tuo è dentro o fuori dai contorni?

MB- Entrambe le cose in relazione alle circostanze artistiche o affettive.

MRM- di cosa potresti fare tranquillamente a meno e a cosa invece non potresti mai rinunciare?

MB- Del pensiero non potrei fare a meno… Del resto tutto.

MRM- Negli anni è cambiato il pubblico che va a teatro? Certo è che il teatro ha perso qualcosa per strada rispetto agli anni 60, 70, 80…

MB- Il pubblico in Italia non c’è più, neppure gli addetti ai lavori vanno a teatro a meno di non doversi scambiare un favore con colleghi di dubbio gusto… invidio le società teatrali della Germania, della Polonia della Romania dei paesi dell’est… Lì c’è un respiro comune non individuale, il rito è ancora attivo. In Italia manca quasi del tutto tranne casi rarissimi, ma è determinato dal valore dello spettacolo non dalla sua audience, il sistema teatrale da noi è un corpo mancante di molti arti.

Matteo Bavera

MRM- Il taedium vitae, la levitas o la commutatio loci, cosa  influenza e governa di più la vita di oggi?

MB- La superficialità e il luogo comune…

MRM- Fa più danni l’ignoranza o la stupidità (considerando che ci sono ignoranti che non sono stupidi e stupidi che non sono ignoranti)?

MB- Un ignorante si può ancora salvare, un cretino no.

MRM- Dove ti rifugi per sfuggire a te stesso?

MB- Non mi sfuggo…

MRM- “Bisognerebbe uscire da quella terrificante condizione che chiamiamo “normalità” ad ogni costo” dice J.Campbell, concordi?

MB- No! La normalità non esiste più, amerei ritrovarla accanto all’innocenza del mai visto o ascoltato. A volte in teatro o nell’arte questo accade… si rilegga tutto Pasolini per questo esercizio.

MRM- dove va questa umanità, Matteo?

MB- Se almeno andasse da qualche parte… Un luogo qualsiasi.

MRM- Cos’è la bellezza per te? Potrà davvero salvare il mondo?

MB- La bellezza è un sistema complesso che va studiato e posseduto. Ne sento parlare troppo in termini superficiali. La bellezza è un punto di arrivo da cercare all’infinito…

MRM- Tre parole per definire il tuo lavoro.

MB- Competenza, coraggio, abbandono.

MRM- Chi è Matteo? Vorresti mai sceglierlo come amico?

MB – Mi diverte, è ironico e insinuante…

MRM- Cosa ti ha insegnato l’arte sulla vita? E cosa ti ha insegnato la vita sull’arte?

MB- Qui la risposta è nella domanda…

MRM-La cosa più inaudita che hai mai sentito o che vorresti sentire… Dato che, come dice il poeta “occorre dire l’indicibile e ascoltare l’inaudito perché valga la pena di dire e di ascoltare”…

MB- Oggi se ne dicono troppe e sono senza valore poetico… inaudito sarebbe il silenzio di molti.

MRM- Per concludere ti chiederei un tuo pensiero, anzi, un tuo pensiero inconfessabile. Sulla vita o sulla morte. Sull’anima.

MB- Mia nonna è morta a 99 anni, quando ero bambino temevo la sua morte più di ogni cosa… mi ha insegnato che ci si stanca di vivere e che serve riposare.

Mari Montagnani mostra solo un occhio nei suoi profili, ma quell’occhio ti penetra appena comincia a intervistarti… e non sono domande facili perché evidenziano la sua dedizione e la sua tecnica . Non è facile risponderle, occorre prendere un respiro e distanziarsi per un momento, provare ad entrare nel suo universo linguistico e di conoscenze… qui la nostra lingua è stata il Teatro e l’intesa si è materializzata negli amici comuni negli spettacoli indimenticabili nell’approfondimento che oggi quasi non esiste più… dopo non puoi più fare a meno di chiamarla di confrontarti con lei e con il processo/percorso che ha avviato con te. (Matteo Bavera)

Maria Rita Montagnani

About the author

Maria Rita Montagnani

Critico e curatore d'arte indipendente. Da anni impegnata nella valorizzazione e nella diffusione dell'arte contemporanea nel territorio italiano, ha presentato numerose mostre, curando artisti in eventi nazionali e ha realizzato (in sedi pubbliche) progetti artistici e culturali di cui è anche autore.

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