Arte e Fotografia

Pablo Candiloro omaggia il design di Alessandro Mendini

Lo scorso 7 giugno Galleria PACK di Milano ha inaugurato la mostra personale di Pablo Candiloro dal titolo “Stop searching for me, Marcelo“, segnando l’esordio espositivo dell’artista sul territorio milanese.

Pablo Candiloro è un artista garbatamente stravagante, una creatura limpida e insieme complessa. Nasce a Buenos Aires nel 1976: un anno cruciale per la sua Argentina, che viene messa in ginocchio dal periodo della dittatura militare durato sei anni fino al ripristino della democrazia nel 1982, per poi ricadere nel più grande crack finanziario dalla sua storia avvenuto tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del Duemila.
L’infanzia e l’adolescenza, già sofferte per i conflitti politici ed economici interni del paese, sono condizionate anche da una serie di interventi chirurgici dovuti a un’anomalia congenita delle mani. Mani risolute e operose, che malgrado i propri limiti diventeranno elementi fondamentali di espressione.
La scoperta dell’Arte come strumento di introspezione costruttiva innesca un viaggio fisico, oltre che interiore, che dall’Argentina arriva fino in Italia nell’area toscana di Sansepolcro, dove Pablo si immerge nella pittura di Piero della Francesca traendo insegnamento dalla sua profonda consapevolezza spaziale e mistica.

Stop searching for me, Marcelo” comincia a prendere forma nel 2011, ma vede la luce solamente sei anni dopo. L’idea del progetto risale ad un periodo di forte autoriflessione, non a caso durante una visita in una galleria d’arte. Infatti Pablo è molto legato alle gallerie d’arte, le considera quasi catartiche nel loro essere involucri di preservazione e conservazione del pensiero, prima ancora di tradursi in spazi espositivi: “Per me le sale vuote delle gallerie d’arte sono luoghi mistici…bianchi, limpidi, silenziosi e luminosi. Mi piace riposare al riparo dalla confusione pubblica in questi luoghi che sembrano enormi frigoriferi che custodiscono pensieri nella giusta temperatura.”

Durante la visita, dopo molte ore di riflessione e raggiunto un certo grado di abulia, Candiloro sente la necessità fisica di riposarsi e in quel momento un amico lo esorta a sedersi sulla poltrona Proust di Alessandro Mendini. Settant’anni dopo il divano di Freud, era nata una nuova icona del setting psicoanalitico.
Alessandro Mendini è oggi ritenuto un rinnovatore del design italiano, a cominciare dal suo contributo come teorico e cofondatore del movimento Alchimia. La Poltrona Proust compare ufficialmente nel 1978, anche se già nel 1976 Mendini sognava di produrre un “tessuto Proust” che rievocasse le influenze letterarie e pittoriche legate a Marcel Proust e al suo capolavoro “À la recherche du temps perdu”. Due anni più tardi il primo esemplare della poltrona Proust viene finalmente prodotto e presentato alla Biennale di Venezia, dando vita a un mito che ancora oggi esercita un fascino universale: un oggetto di uso quotidiano che fa propria un’estetica, uno stile, divenendo arte pura e pezzo ricercato da collezionisti, gallerie e musei internazionali.
Oltre ad una prestigiosa carriera, Alessandro Mendini gode anche di una felice reputazione tra colleghi e conoscenti, che sono sempre pronti a difendere la grande umiltà, l’affabilità e l’apertura mentale di un uomo che ha cambiato il volto del design italiano esportandolo in tutto il mondo. La curiosità di Alessandro Mendini per la mostra di Candiloro, la sua emozione sbocciata tra le mura di Galleria PACK dimostrano la grandezza di un uomo da un lato, e dall’altro riconfermano la galleria quale luogo catalizzatore di energie, come a conclusione di un ciclo avviato sei anni prima e finalmente compiuto. 

Poltrona Proust, Alessandro Mendini, 1978  Proust Geometrica, Cappellini, 1993

 

 

 

 

 

Dopo il 2011, Candiloro incontra la poltrona Proust due volte a Roma in via Tomacelli e una a Milano in via Santa Cecilia nei rispettivi showroom di Cappellini, lo studio che nel 1993 aveva firmato un’edizione limitata chiamata Proust Geometrica. In quelle occasioni, l’artista interagisce privatamente con l’opera, in un intimo dialogo afono. Ne accarezza la superficie, avverte l’energia di pensiero che sprigionano i materiali e le forme, percepisce la complicità con un oggetto che è allo stesso tempo quotidiano, funzionale, concettuale, scultoreo, pittorico e contenitore di estetiche proprie di epoche diverse, persino molto lontane nel caso di Proust Geometrica. Ne analizza gli elementi strutturali: solida e compatta esternamente, ma anche frammentata, multiforme ed eterea al suo interno, materiale e immateriale, falsa e vera. Tutte caratteristiche che l’artista riconosce anche nella forma mentis della propria generazione, infragilita dall’impatto della tecnologia sul quotidiano e sdoppiata in un perenne stato di multi-identità. Una realtà in cui si rispecchia e dalla quale decide di estraniarsi.
E’ allora che Candiloro decide di mettersi al lavoro su “Stop searching for me, Marcelo“.

Il risultato del processo creativo è oggi una serie di dipinti di grande formato in cui l’artista ritrae se stesso seduto sulla poltrona Proust mostrando in ogni tela uno stato d’animo differente. Una trama capillare di eleganti pennellate ad olio riempie l’intera superficie delle tele con andamento ritmico. Le sfumature cromatiche accuratamente scelte risultano quasi didascaliche per la lettura delle emozioni: scaldatevi nei gialli allegri di “Marcelo_08 (Golden Music)”, vibrate sulle cromie strobo di “Marcelo_10 (Acid)”, inebriatevi dei marroni tabacco miscelati in “Marcelo_12 (Crack)”.

    

Jean Paul Sartre scrive: “Corriamo verso di noi. E per questo siamo l’essere che non può mai raggiungersi.”

Il titolo della mostra esprime una intrigante richiesta perentoria che Pablo-creatore? Pablo-tempo? Pablo-ignoto? fa a Pablo-Marcelo: porre fine al tentativo incessante di definire a tutti i costi il significato della propria essenza. Pablo (artista) parte da uno stato di azzeramento, una zona sconosciuta, e comincia ad ascoltare le voci dentro di sé, gli stimoli, i ricordi e le memorie di contesti ed epoche precedenti che hanno fatto di lui ciò che è oggi (il crack dell’identità argentina, la nascita e gli interventi chirurgici, l’attitudine all’introspezione costruttiva, le confessioni pubbliche e private, la multi-identità, così come l’integrità, lo svuotamento e la dissoluzione dell’anima ecc.). Questa sorta di non-luogo è ben palesato nelle campiture di fondo dei dipinti, che si ispirano agli azzeramenti pittorici degli “Achrome” di Piero Manzoni e mirano ad una spersonalizzazione dell’ambiente in virtù di atmosfere delicate e bagnate di luce anomala.
Ne deriva una narrazione pittorica che valorizza la preziosità del singolo attimo, dell’”adesso”, e lo fa attraverso un libero flusso di pensieri, linguaggi, riferimenti e citazioni culturali generato proprio grazie all’alleanza simbiotica con la poltrona Proust di Mendini. Tra queste citazioni, nel lavoro di Pablo Candiloro troviamo oltre a Manzoni la pittura meditativa di Giorgio Morandi, i ritmi e le risonanze dello scorrere del tempo in Alighiero Boetti e Roman Opalka.

Michela Bassanello

About the author

Michela Bassanello

Nasce nel 1990 a Milano, dove vive da sempre. Dopo una maturità linguistica, si iscrive alla facoltà di Scienze dei Beni Culturali e dello Spettacolo all’università Statale. Ha una forte passione per le lingue, l’arte, la fotografia e il cinema. Dal 2015 lavora come assistente di galleria d’arte, scrive di arte e cultura e nutre il desiderio fisso di fare carriera nei beni culturali, a stretto contatto con i maggiori circuiti espositivi a livello mondiale.

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