Arte e Fotografia

Nan Goldin | The Ballad of Sexual Dependency

Se doveste passare per Milano, fino al 26 novembre, The ballad of Sexual Depencendy, una proiezione di più di 700 diapositive di Nan Goldin, è in mostra alla Triennale, dopo sedici anni dall’ultima in Italia, sempre a Milano, alla Galleria Casoli, nel 2001.

Nan Goldin, il 18 settembre scorso, alla presentazione in Triennale è arrivata in giacca e pantalone nero, una donna diversa da quella che è solita far vedere. Il racconto della bohème newyorkese degli anni settanta e ottanta, tra droga, omosessualità, alcol, violenza e morte per Aids di tante delle persone ritratte, forse a distanza di anni le da una nuova consapevolezza.

Durante i primi tempi, quando cominciò a fotografare, più di una persona le disse che la sua non era arte, bensì vita quotidiana. Riusciva a esporre o proiettare solo nei pub, e durante le serate in case di amici. Il suo interesse non era quello di essere una reporter, l’unica cosa che davvero le stava a cuore era condividere la sua vita, quella vita che si era costruita dopo i 14 anni, lasciando definitivamente la casa e la famiglia, dopo tre anni dal suicidio di sua sorella Barbara.

Rinasce a diciassette anni, vivendo tra i travestiti di Boston e frequentando la School of the Museum of Fine Arts e avvicinandosi sempre di più ai club notturni che la portano a trasferirsi a New York alla fine degli anni Settanta.

La sua opera è un diario, un diario devastato della sua vita, sul quale annota in maniera quasi ossessiva ogni dettaglio, temendo di non riuscirlo più a ricordare.

Sulle note dei Velvet Underground, di James Brown, Maria Callas, Nina Simone, Charles Aznavour e Petula Clark scorrono stralci di sogni, feste e nottate movimentate.

Ispirato alla The Threepenny Opera di Bertolt Brecht e Kurt Weill, la proiezione è un’esistenza trasposta in slide show, è come entrare nella sua vita senza passare dalla porta.

Goldin segue i membri della sua famiglia allargata lungo l’arco della vita intera, mentre fanno l’amore, vanno all’altare, hanno figli, alcuni fino alla vecchiaia e persino alla morte.

La fotografia è istintiva, sfacciata, profonda. Lontani dalla felicità degli anni Settanta, gli anni Ottanta hanno dato l’avvio alle droghe e all’Aids, che decimerà il gruppo di amici della fotografa con lo scorrere degli anni, come ad esempio l’attrice Cookie Mueller, ritratta nel 1989 a bara aperta.

Sono molti i temi che vengono toccati, nei quaranta minuti di proiezione.

Su cosa si basa l’amore, quell’amore di chi resta assieme, quell’amore che a lei è mancato probabilmente sin da subito. Baci che sono versi, colori saturi e angoli di vita comune. Tanti specchi, con dentro il trucco sfatto nelle mattine di chi non ha ancora finito di vivere il giorno precedente.

Si perdevano ridendo in camere, ribaltando letti non loro, senza volerne uno per più di una notte, capelli confusi tra cielo nuvole e cespugli, treni e macchine a portarli da un’emozione ad un’altra. Tuffi senza respirare.

Pelle e seni, lacrime e fumo. Parlami di te – sembra dire Nan – parlami di te senza abbassare gli occhi. Tra quante mani ti sei sentita protetta e tra quante per strada?

Finestre aperte sui cuscini, cimiteri come vittorie di anime immortali.

Viaggi, PicNic, combattimenti, bambini nati e cresciuti sotto il loro sguardo, piccoli supereroi in pigiama con i sorrisi stampati sul viso.

Guardare negli occhi e girare le spalle, guardare negli occhi e non sapere, ad un certo momento, girarsi più, perché qualcuno non gliel’ha permesso, qualcuno è entrato dentro di lei e dentro gli anni che aveva già vissuto prima.

Contro le donne a cui hanno insegnato che l’amore comprende una mancanza dopo l’altra, lei invecchia sparando dritto in faccia alla noia e alla monotonia.

Coltelli e denti affilati. E poi pelle, mani, cosce, schiene, visi, solo pelle.

Quante ruote sono necessarie per portarti via?

Del mondo fuori è palese che non gliene fosse mai importato nulla; il mondo che viveva, che vivevano, era un mondo dentro le mura, dentro di loro, che ad occhi chiusi continuavano a vedere benissimo. Droghe e siringhe, tirando via la vita un poco alla volta, sfidandola al gioco della morte, e in molti casi, perdendolo.

Per la sorella, Barbara Holly Goldin, suicida a soli 18 anni, e forse per le sorelle di tutti noi, che oggi ci mancano così tanto.

Claudia Pace 

About the author

Claudia Pace

Classe ʼ94, laureata in Graphic Design & Art Direction alla NABA di
Milano dopo un Erasmus+ in Audiovisual Design a Barcellona, torna a
Barcellona e si diploma nel 2017 al Master di Animazione della BAU - Escuela de Disseny. Attualmente iscritta al corso di specializzazione in Eventi dello IED di Milano, lavora come Junior Art Director alla sede milanese dellʼagenzia internazionale We Are Social. Le sue fotografie sono state pubblicate in diversi fashion magazine, tra i quali Vogue, KODDParis ed Overflow Magazine, mentre il corto di animazione da lei realizzato in team con Eleanor Evans, è attualmente in gara in più di un festival tra Australia, India e Romania. Eʼ una dei soci fondatori del magazine “Il Collirio” per il quale collabora anche come illustratrice e web designer.

Nel rispetto della privacy raccogliamo dati statistici anonimi sulla navigazione mediante cookie per essere sicuri che tu possa avere la migliore esperienza sul nostro sito. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione acconsenti all’uso dei cookie. Info | Chiudi