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(L)a Cura. Appunti di un curatore | #6 MUNCH. Autoritratto su carne

Lo spettacolo di e con il grande Corrado Accordino nel quale la nevrastenia e il nero della mente geniale dell’artista norvegese Edvar Munch vengono presentate senza indugio e senza filtri, in uno spaccato di pietà mai troppo scanzonata e di verità vera, truce, come le tele e i colori delle sue opere.

I dolori del giovane Edvar. Di una mente violata e maltrattata dai ricordi di una giovinezza malinconica, che si inseguono nella luce verde dell’assenzio che annebbia il palcoscenico, la sua mente, in una mescolanza di incubi e fantasmi. Da subito lo scenario catapulta lo spettatore nel pensiero dell’artista e la sua voce tremula descrive quelle scene che, bitorzolute, difettose, ammaccate, appaiono e scompaiono come spettri.

È così che ne narra Corrado Accordino nello spettacolo Munch. Autoritratto su carne, di cui è regista e interprete. Rimane sempre discreto mai imperante nel rappresentare la sua follia, l’inquietudine contingente, le paturnie compulsive. Rimane tremulo su una sedia, con un panciotto ben allacciato e una mantella a ricoprirne le spalle, a trasformarne la voce in un fantasma essa stessa, un’imperitura ossessione.

Non è solo lo studio dei diari di Munch a governare la scena con sapienza, non è un amore vivace per questo artista, e non è solo la bravura di Accordino a guidare la sua voce di attore e regista. La forza dello spettacolo è la verità esacerbata.  Le paure di un uomo che vive sin da giovane lutti e maltrattamenti, rancori e rifiuti genitoriali da cui esce esanime e violentato. Non solo un disagio personale, quello raccontato dalla voce dei suoi scritti ma quello nei confronti di un secolo, il cui panorama esistenziale si districa tra malattie psicotiche appena riconosciute ed indagate.  È Il tempo della psicanalisi e Accordino fa sedere il suo protagonista sull’altare sacrificale per analizzarlo attraverso il suo stesso flusso di coscienza.

Un’autoanalisi incalzante, senza derive scientifiche, senza didascalie severe, senza giudizio. La follia di Munch, quella di Edvar da giovane e poi del Munch tormentato e adulto, quello che vediamo sulla scena, ologramma di giovani dolori inesplorati, riproduce solo e soltanto la sua follia, non quella di un tempo storico o di un periodo artistico nozionisticamente reinterpretato. Lui riproduce la sua. Ed è un’altra, struggente verità, questa, che si evince e che non lascia tregua durante lo spettacolo, cadenzato da inni musicali meticolosamente piazzati nel dialogo solitario e immaginifico dell’artista. Per Edvar la follia rimane l’unico arnese plausibile per esprimere la sua visione e per accettarne i mostri che germina e con i quali, in una sconfitta disanima, Munch si confronta, dibatte, consapevole della sconfitta o, meglio, della resa, che preclude, quasi, una pacifica consapevolezza, un armistizio bonario e accondiscendente. Il dialogo che imperversa non è solo con Mucnh ed Edvar ma tra l’artista e l’attore. Due artisti in un confronto incalzante. E forse la follia di Munch ha permesso un’indagine inaspettata, come ogni passo oltre il previsto garantisce di “dare ascolto al proprio caos per generare meraviglie, come le stelle danzanti di Nietzsche”. Così ne parla Accordino, con la stessa voce che ha fatto da eco a Munch, seppellito dai colori delle sue opere.

L’arte diventa Natura, diventa Forza, diventa Dio. E lo fa attraverso le figure di grandi artisti evocati durante lo spettacolo: Caravaggio e Brunelleschi, quasi un omaggio che il regista concede alla sua fantasia, oltrepassando la veridicità dei diari a cui si è ispirato. Ma la potenza che ne consegue crea il ritmo di una nuova scienza, che sta tra drammaturgia e pittura, che non esiste se non nello spettacolo che di essa se ne vuole fare. Munch interroga lo spettatore sul significato dell’arte, lo vuole partecipe di quell’enigma che lo tormenta e la musica, in questo passo, segna il tempo in modo convulso, ansiogeno e perfettamente calzante con il tormento descritto. È il suo autoritratto che sanguina per disagio e dolore. Il nero della sua proiezione, della sua ombra e poi della sua stessa figura, racconta la sua visione corrotta dell’amore attraverso il Valzer di Shostakovich e poi l’angoscia con l’andante di Schubert e, in fine, con la voce profonda di chi ha interpretato le nebbie del malessere, Leonard Cohen con You want it darker.

Corrado Accordino

Ne emerge un ritratto umano, di pura malinconia che poco si gongola dell’oggetto che lo ha reso famoso: la sua pittura non si vede, eppure si respira. Un urlo appare tra le ombre, si evince più il bisogno che il prodotto, l’opera d’arte rimane nei musei e nelle gallerie. E questo è il gesto nobile di un artista che interpreta un artista. Lo veste con il suo cappello e lo siede difronte al pubblico analista; lo spoglia, poi, di qualsivoglia difesa e lo mostra, nudo e suscettibile, come un cerbero dantesco, una fiera crudele e diversa e gran vermo, immagine della reale sudditanza alla sua condizione effimera e alla crudeltà ritorta di cui è egli stesso vittima inconsapevole.

No vi è bisogno di conoscere i colori che hanno dominato le sue tavole, così poco canoniche, criticate e poi osannate, con il moto ondulatorio che solo le mode del tempo conoscono e che nutre i mostri degli insicuri, dei tormentati. Come Edvar, che mai parla del suo lavoro come di un successo, che, davanti ai ricordi che vomita sulle tele, trova sconforto e sempre meno veemenza, mai nessuna boria. Eppure la sua innovativa visione, il suo occhio funambolico posato su ogni cosa con inconscia mestizia, ha aperto un solco nella storia dell’arte di ineguagliabile vigore.

Allora dov’è il posto della gioia nell’arte? È questo che tra gli applausi di chiusura mi sono chiesta.

Accordino mi ha risposto che ogni cosa che generi turbamento, come la gioia, provoca sottili vibrazioni che stanno tutte lì, nell’arte, nelle sue forme d’espressione, nella sua fuga dal simulacro dell’ordinario. Forse la gioia è tutta in quel momento: quando l’arte appare, nella sua forma, nella forma che le viene concessa, anche solo in una visione fuggevole, per un istante tra il suonare mesto e costante che il disagio orchestra nell’animo.

Un’opera d’arte è completa solo quando l’artista riesce ad esprimere tutto quello che aveva in mente: è proprio questo che colloca Munch all’avanguardia rispetto alla sua generazione… Riesce veramente a mostrare i suoi sentimenti, le sue ossessioni, e a questo subordina tutto il resto. 

Christian Krohg

Grazie a Corrado Accordino che ha fatto vibrare l’anima, la sua e la nostra di spettatori stolti in costante attesa.

Daniela Ficetola 

About the author

Daniela Ficetola

Daniela Ficetola studia Scienze dei Beni culturali all'Università Statale di Milano. Lavora da 15 anni nella comunicazione: ufficio stampa per Rai e La7, gestendo progetti editoriali innovativi come Gaz Magazine, Extra, Zero, La Piazza, Il Diario del Nord Milano, per poi approdare come libera professionista nel mondo della formazione e dell’arte. Nel 2009 crea NOlab Academy, innovativa accademia dedicata alle arti e ai mestieri. Nel 2012 fonda Who Art You? contest artistico internazionale annuale organizzato in collaborazione con il Comune di Milano, portando il progetto anche in Europa. Nel 2016 fonda Artbahnhof a Londra, agenzia di mediazione artistica che eroga consulenze organizzative ad artisti, musei e gallerie. Dal 2017 tiene il corso di Curatela e organizzazione eventi artistici.
www.artbahnhof.com / www.whoartyou.net
www.nolabacademy.com / www.nolab.it

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