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Moi, Lolita! Lolite da televisore

L’incredibile apparizione di un centinaio di ninfette sugli schermi di una tranquilla tv generalista per massaie ha sconvolto il modo di fare e vedere la televisione, nello stesso modo in cui l’ombelico della Carrà ha rivoluzionato il varietà perbene della paleotelevisione. Piccola analisi di un fenomeno sempreverde a 25 anni dalla sua prima apparizione, e delle sue inevitabili conseguenze.

Senza nomeIl concetto letterario di ninfetta, quello teorizzato e sdoganato da Vladimir Nabokov e dalla sua scabrosa Lolita si materializza improvvisamente un pomeriggio di settembre del 1990 sulla rete ammiraglia dell’allora Fininvest senza alcun preavviso: sono solo 4 gli anni e le edizioni di questo fenomeno senza pari che ha sconvolto gli stilemi televisivi dell’intrattenimento all’italiana, costituendo un cult arrivato sino ad oggi, con tanto di siti internet interamente dedicati in cui ripetere ad libitum le performance fuori dal tempo delle ragazzine che più hanno turbato e segnato i giovani spettatori dei primi anni ’90.

Sebbene l’inarrivabile versione di Kubrick abbia restituito di Dolores Haze un’immagine impeccabile e voluttuosa arrivata nella sua sensualità fino a noi, la Lolita di Nabokov è in realtà icona acerba di pre-adolescente, naif, a tratti grottesca e non universalmente desiderabile come una Sue Lyon a cui appunto Kubrick affida l’interpretazione o una Mena Suvari sua citazione da America Beauty, ma più simile a come il mediocre remake di Adrien Lyne ce l’ha mostrata: selvaggia, (fintamente) poco curata non necessariamente bella, ma con un nome esotico ed un irresistibile e conturbante sentore. E’ a questa Lolita letteraria, quella dalla quale abbiamo mutuato il termine entrato da anni di diritto nel dizionario italiano a cui si rifà la ninfetta tipo di Non è la Rai che Gianni Boncompagni fino ad allora abituato ad aggredire lo spettatore con immagini femminili ben più consapevoli, procaci e strutturate, cucina e serve ad arte agli spettatori assopiti dal postprandiale dei primi pomeriggi anni ’90.

Nel maschio medio, che prova attrazione per queste ragazzine in shorts, calzettoni ed apparecchio ai denti si innesca così il meccanismo colpevole di un latente istinto pedofilo, così come accadeva al povero Humbert Humbert del romanzo, in preda ad istinti confusi e proibiti. L’ammiccamento palese, ma travestito d’ingenuità è l’esca a cui abboccano coetanei imberbi e brufolosi, ma anche uomini di tutte le età, innescando un fenomeno che impasta l’idolatria ed il feticismo, la bramosia del proibito e l’incesto, costruito ad arte sulla base di una mera logica di domanda/offerta e di ascolti.

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Così come infatti la pubblicità ha creato ad hoc, dopo il boom anni ’60, la figura inedita dell’adolescente a cui rivolgere le proprie attenzioni una volta spremute a dovere le massaie (prima di allora culturalmente non esistevano i giovani, ma si passava, anche da un punto di vista di target di consumo, dall’infanzia all’età adulta), anche in questo caso si plasma a tavolino e con finta casualità una figura ibrida che possa puntare – consumisticamente parlando – alle preadolescenti, fino ad allora relegate al macrosettore dell’infanzia, ma anche a giovani ed adulti ambo sessi, ognuno con le debite giustificazioni e ragioni di fruizione.

Non è la Rai parte infatti come tv d’intrattenimento casalinga-oriented e con un canovaccio, se pur minimo, fatto di “cruciverboni” e conduttore d’ordinanza (prima la rassicurante Bonaccorti, poi un rampante Bonolis) che è propaggine di una Domenica IN targata Boncompagni, per poi evolversi in un’anarchia ludica e provocante votata ad un pubblico ben differente. Passa da varietà a soliloquio onirico e surreale di un “deus ex machina” che, in modo spesso e volentieri sconclusionato, fa interpretare a ragazzine pilotate come marionette sue piccole perversioni, in un’atmosfera rarefatta e completamente avulsa dal reale, e scatenando così le fantasie di una fetta trasversale di pubblico. La volontà è infatti di mantenersi a metà strada tra l’adescamento latente del maschio e l’induzione all’imitazione delle ragazzine ed è così che anche la scelta delle ninfette guida, Pamela Petrarolo ed Ambra Angiolini, non propriamente le più canonicamente avvenenti, detta questa volontà di citare il prototipo di Nabokov e rendere allo spettatore qualcosa che sia comunque alla sua portata: per la ragazzina in età prepuberale un modello più che arrivabile, per l’adolescente medio, alle prese con l’incapacità di rimorchio, una potenziale preda altrettanto raggiungibile, perchè molto più simile alla compagna di banco un po’ complessata che alla più carina della scuola.

Dominique

Ma se il fenomeno rimane indimenticato e di culto oltre vent’anni dopo è anche per la portata culturale che ha avuto a suo tempo, andando a modificare gli usi e consumi, i sogni e le aspirazioni di una intera generazione: la ragazza adolescente che si appassiona a Non è la Rai è quella che divora “letture” come Cioè e di Tv Stelle, appendici “letterarie” dove il fenomeno monta e sopravvive oltre il video, e che si fa consumatrice compulsiva di tutta una sottocultura produttiva di marchi, dall’abbigliamento al merchandising di ogni genere, che vive fino a che l’onda lunga del programma li alimenta. Ma le capacità di orientamento non si esauriscono solo nei confronti delle malleabili menti dei giovani fruitori. Strascichi ed influenze si hanno anche a livello di scrittura televisiva in senso lato, basti pensare all’evoluzione della figura della “velina” di Striscia la Notizia che proprio dalla metà degli anni ’90 smette di assomigliare alle procaci donne fatte del Drive-in per avvicinarsi, anche anagraficamente, al prototipo della bella ragazzina della porta accanto, in abitini succinti, ma da collegiale e infatti, non a caso, questa svolta coincide con l’avvento sul famoso bancone di Antonio Ricci, delle due transfughe Miriana Trevisan e Laura Freddi ormai troppo agèe per l’acerbo harem di Boncompagni.

Ed è da questo seme pericolosamente gettato nel fertile campo dei palinsesti tv che intercettano ed amplificano fino a stremarla ogni sorta d’intuizione acchiappa-ascolti, che va attribuito il colpevole “La” ad una degenerazione dell’immagine femminile soprattutto a livello di rappresentazione televisiva, divenuta in tempi recenti una vera questione sociale, come un uragano che prende forza e si alimenta inglobando nuovi elementi e aumentando esponenzialmente il proprio potere distruttivo. Ma questa è un’altra storia, così come quella “non era la rai”.

Gabriella Cerbai

About the author

Gabriella Cerbai

Classe 1983, laureata in Storia e Critica del Cinema e specializzata in Cinema TV e Produzione Multimediale. Appassionata d'arte in tutte le sue forme, collabora con vari progetti di critica, affiancando quest'attività a quella di programmatrice di festival cinematografici e organizzatrice di eventi.

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