Oggi un po’ meglio, forse.
Ma l’inverno tarda a finire, come spesso accade.
A febbraio, eclatanti sentori di primavera, terse giornate piene di tepore solare. Proprio mentre calavano i contagi, la campagna vaccinale produceva i propri effetti e vedevamo profilarsi un barlume nella distopia pandemica.
Sul sito Il Meteo c’è un articolo del 16 febbraio che dice esattamente così:
«Sulla base anche di quanto accaduto nel recente passato, non sono da escludere ondate di freddo tardive, dei veri e propri colpi di coda dell’inverno, dirette dalle regioni artiche della Russia verso latitudini più basse con effetti diretti anche sul nostro Paese»
{quando i presagi e le corrispondenze sembrano emergere, prepotentemente, persino a livello meteorologico […]}
Così è stato, un vento freddo dalla Russia ci ha schiaffeggiati all’improvviso.
Siamo qui, a sentirlo addosso, non ancora abbastanza.
E a Firenze, proprio ieri, si è svolta la manifestazione Cities Stand With Ukraine in Piazza Santa Croce, in collegamento con il presidente Zelensky.
Per sdrammatizzare, torna significativo e attualizzabile un MEME di qualche anno fa: Leonardo in una scena di Revenant e le parole del tormentone anni ’90 di Marina Rei.
Il freddo, il senso del vuoto bianco come la neve {di cui parlavo in un 2° giovedì del mese, scritto anche in occasione del film di Iñárritu}.
C’è poco da dire nell’oggettivazione del burnout a cui il nostro vivere [sociale, politico, economico ecc.] ci ha condotti.
{coincidenza degli opposti perché, invece che bruciare, siamo finiti per congelare}
C’è ancora speranza? Non è dato sapere.
Un’altra Primavera può arrivare, come quella di Praga, come quella araba […].
Ma le primavere sono le stagioni più effimere e controverse, l’aurea mediocritas (di oraziana memoria). In fin dei conti, “non ci sono [davvero] più le mezze stagioni”.
Possiamo andare incontro a una rinascita come nel finale di My life, lo struggente film del 1993 con protagonista Michael Keaton. A braccia alzate su un ottovolante.
Allora lasciamoci con una citazione dal romanzo di John Fante (1909-1983), pubblicato per la prima volta nel 1938 [non a caso], che ha uno dei titoli più belli di sempre, Aspetta primavera, Bandini:
«Jumbo sbucò da un cespuglio. In bocca aveva un uccello morto, fin troppo morto, morto da diversi giorni. – Quel maledetto cane! – ringhiò Bandini. – È un cane in gamba, papà. È un po’ da caccia. Bandini guardò la striscia d’azzurro a est – Presto arriverà la primavera, – disse. – Certo! – In quello stesso istante, qualcosa di freddo e minuscolo gli sfiorò il dorso della mano. Lo guardò sciogliersi, un piccolo fiocco di neve, a forma di stella…»
Rifletteteci (!)
{tra parentesi graffe, sempre}
Alessandra De Bianchi
[versione video dell’articolo | {Aspetta primavera} | dell’autrice stessa]: