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Maurizio Nannucci | Immagine, parola, luce, colore, suono al MAXXI di Roma

In corso in questi giorni,  fino al 18 ottobre, al Maxxi di Roma, la mostra antologica dedicata alle opere di Maurizio Nannucci, uno dei nomi più importanti dell’arte contemporanea italiana dagli anni Sessanta fino ad oggi.

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La parola che entra in relazione con lo spazio, con la luce, con il colore, è la costante distintiva delle opere di Maurizio Nannucci, uno dei più importanti artisti della scena contemporanea italiana a partire dagli anni Sessanta, a cui il MAXXI, a Roma, ha dedicato una mostra antologica visitabile in questi giorni ed entro il prossimo 18 ottobre 2015. L’esposizione intitolata Where to start from e curata da Bartolomeo Pietromarchi, esplora la ricerca dell’artista che da sempre crea un dialogo tra diversi ambiti: arte, architettura, poesia, musica, ricerche di linguaggio.

Where to start from rappresenta un “obiettivo sia personale che collettivo, sia spaziale che concettuale”, oltre ad essere il titolo dell’esposizione che presenta i lavori storici dell’artista in modo non cronologico e posti in relazione con lo spazio; a partire da MORE THAN MEETS THE EYE, opera realizzata proprio per questa occasione e installata sulla facciata esterna del MAXXI. Gli statement usati da Nannucci, creano immagini, aprono a nuove percezioni e chiavi di lettura.

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Tra le opere esposte, anche i Dattilogrammi, alcuni dei quali nel 1967 sono stati pubblicati in “An Anthology of Concrete Poetry”. Una parete intera della mostra espone i “dattilogrammi”  nella loro armonia cromatica. “Rosso” scritto ripetutamente su fondo rosso, “giallo” scritto su fondo giallo, e ugualmente col blu. I Dattilogrammi sono dei poemi cromatici, come li ha definiti lo stesso Nannucci, dove la parola si concretizza, diventa l’evento stesso del colore, quello monocromatico del foglio, su cui si muove. La parola viene ridotta al minimo, al suo significato primario, privata di ogni ambiguità interpretativa.

Il percorso della mostra prosegue passando dal segno, al colore, alla luce, alle foto, ai lavori sonori. Troviamo infatti le grandi installazioni con i neon, altro elemento connotativo del lavoro dell’artista. Usato per la prima volta con Alfabetofonetico nel 1967, e successivamente anche in Anthology; una raccolta in progress dei testi in neon, esposti in quest’occasione con una installazione inedita. In questo modo Maurizio Nannucci utilizza la  luce per scrivere la parola, anche mantenendo il segno calligrafico, e per porla in relazione con l’architettura.  Il legame con l’architettura pone l’opera in relazione con lo spazio, rendendola fruibile, crea un dialogo con il luogo oppure ne prende le distanze, a seconda dei casi. Uno degli aspetti interessanti di tali installazioni, come lo stesso artista ha espresso in un’intervista con Hans Ulrich Obrist, è “l’immaterialità dell’opera, basta un click e puoi spegnere tutto”.

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Ci sono  The missing poem is the poem ; There is another way of looking at things…, e in un’  interrelazione tra luce, scrittura, spazio, posizionate in un angolo, le sei lettere che compongono la parola corner; sempre a sottolineare il rapporto con lo spazio Who’s afraid of yellow, red and blue, una citazione dall’opera di Barnett Newman.
La mostra presenta anche lavori fotografici, come Scrivere sull’acqua, dove il gesto fotografato traccia una scrittura effimera, Giardini Botanici; l’installazione sonora Sound Samples. Parte integrante è dedicata a riviste, dischi d’artista, foto, multipli e libri d’artista dove il libro diventa un oggetto, “un luogo occasionale dell’idea”.

Where to start from è percorso in cui lo spettatore è catturato dalla linearità della parola, dalla leggerezza della luce e del colore con cui viene presentata; elementi che entrano in dialogo tra loro, con lo spazio, con il tempo affrontato attraverso diversi materiali (le cartoline, la fotografia, i dattilogrammi, le diapositive, i multipli, i libri d’artista, i neon, le installazioni sonore) e attivano un’apertura dello spazio mentale e la creazione di immagini. Parlando della sua ricerca l’artista ha infatti affermato che “senza la parola le immagini non potrebbero esistere” , “credo che l’immagine superi i limiti della rappresentazione, diventando un’immagine mentale, un’immagine virtuale, un’immagine nata da un sogno o un sogno ad occhi aperti, una immagine vista e relativa, che può essere evocata da una parola, un suono o un odore. La stessa cosa vale per le immagini che si riferiscono e richiedono l’assenza di un oggetto; non le limito e non le riduco a una figura, ma do loro libertà e autonomia fantastica…”

 

Sandra Branca

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About the author

Sandra Branca

Delle parole amo la sintesi, il nonsense e le immagini.
Prima scrivo, poi faccio anche altro.

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