Arte e Fotografia

Marina Abramovic | Tutto su “The Cleaner”

Da non perdere a Firenze, la prima grande retrospettiva italiana dedicata a Marina Abramovic (già ne abbiamo parlato su Memecult nel video a questo link), allestita dentro l’intero spazio di Palazzo Strozzi e inaugurata lo scorso 21 settembre. Un vero evento per Firenze e per l’Italia, paese in cui l’artista ha realizzato molte delle sue leggendarie performance, e a cui è da sempre molto legata. Senza dubbio una delle personalità più celebri e controverse dell’arte contemporanea mondiale, che fin dai primi anni ’70 con le sue opere ha rivoluzionato l’idea di performance, mettendo alla prova il proprio corpo, i suoi limiti e le sue potenzialità di espressione. Oltre 100 opere tra dipinti, video, performance e installazioni sono esposte in una spettacolare mostra, fino al 20 gennaio 2019 occasione di confronto e di discussione.

Con il titolo The Cleaner, l’artista ripercorre le tappe salienti della sua carriera, attraverso una selezione dei suoi lavori più famosi e significativi; con anche alcune opere inaspettate, come i quadri del suo primissimo periodo. L’artista di origine serba, esordisce infatti giovanissima a Belgrado come pittrice figurativa e poi astratta. Di questa produzione sono esposte opere inedite come l’Autoritratto del 1965 e i dipinti delle serie Truck Accident (1963) e Clouds (1965-1970), in cui si ripetono ossessivamente violenti incidenti di camion e nuvole quasi astratte, lasciando già intravedere la tensione di un’arte che va verso l’immaterialità e che pone il corpo umano come elemento centrale della sua ricerca. Il titolo della mostra rappresenta la sua necessità di fare pulizia dei suoi 50 anni di carriera. La mostra – curata dal giovane direttore generale della Fondazione di Palazzo Strozzi Arturo Galansino a cui si deve l’aver portato a Firenze artisti del calibro di Ai Weiwei (2016), Bill Viola (2017) e Carsten Holler  (2018) – mette in scena la vita indiscutibilmente straordinaria dell’artista, anche attraverso la riproposizione, effettuata da performer specializzati e selezionati per l’evento dall’artista stessa, delle performance che più l’hanno resa celebre dagli anni Sessanta ai Duemila.

Questa mostra, è stato notato dall’Abramovic, è la prima dedicata a una donna artista a Palazzo Strozzi: “…spero non l’unica!”, ha precisato. Un primato che non ci fa certo onore e pone l’attenzione su un dato certo: la mancanza in Italia, ancora nel 2018, di una precisa attenzione al lavoro femminile in generale, in particolare quello delle donne artiste, che Galansino ha prontamente rilanciato annunciando per il 2019 una grande mostra sull’artista russa Natalia Goncharova.

Marina Abramovic lavora da sempre con il corpo e con le emozioni. La sua non è un’arte materica, sebbene senza materia. Questo è forse la cosa più difficile da capire. Non c’è niente di tangibile o “da vendere”, il suo lavoro consiste in azioni che focalizzano problematiche contemporanee. Forse per questo le sue performance sono state sempre molto criticate, anche per la loro crudezza e violenza di alcune di esse.

Nel 1975 Marina Abramovic conosce l’artista tedesco Ulay, con cui nasce un lungo rapporto sentimentale e professionale, il cui simbolo è il furgone Citroen, in cui i due hanno vissuto, viaggiando incessantemente in Europa per tre anni, che è esposto nel cortile di Palazzo Strozzi. Insieme creano celebri performance di coppia, come Imponderabilia (1977), o azioni come Relation in Space (1976) e Light Dark (1977), in cui sperimentano l’incontro/scontro tra energia femminile e maschile. Negli anni Ottanta Marina e Ulay intraprendono viaggi di ricerca e studiano le pratiche di meditazione in Australia, India e Tailandia. Ne nascono opere come Nightsea Crossing (1981-1987), in cui rimangono immobili l’uno di fronte all’altra per ore, e Nightsea Crossing Conjunction (1983), in cui vengono messe in contatto le culture aborigena e tibetana. La fine della loro relazione sentimentale e professionale si celebra con la performance The Lovers (1988), dove i due artisti si incontrano per dirsi addio a metà della Grande Muraglia cinese, dopo aver percorso a piedi duemilacinquecento chilometri ciascuno, partendo lei dall’estremità orientale e lui da quella occidentale. Legate al mondo balcanico e alle proprie complesse dinamiche familiari sono inoltre presentate in mostra opere come The Hero (2001) dedicato al padre, eroe della resistenza, o il controverso ciclo Balkan Erotic Epic (2005).

Senza dubbio la performance leggendaria, di quelle che segnano per sempre la storia dell’arte, è Imponderabilia, azione realizzata da Marina Abramovic e Ulay il 2 giugno 1977 alla Galleria Comunale d’Arte Moderna di Bologna in occasione della Settimana Internazionale della Performance e qui riproposta proprio nella prima sala, come apertura della mostra. Circa 350 persone transitarono allora attraverso lo stretto passaggio creato dai corpi nudi dei due artisti per entrare nel museo, prima che la polizia facesse irruzione per interrompere l’evento. Il pubblico era costretto a venire in contatto fisicamente con i performer, scegliendo istintivamente se rivolgere lo sguardo verso l’uomo o verso la donna: “è questo il gioco di Imponderabilia. Nel volgere di un secondo devi prendere una decisione, ancora prima di poter comprendere perché” – ha commentato Ulay. E prosegue Marina: “se non ci fossero gli artisti, non ci sarebbero i musei, noi siamo delle porte viventi”.

Altro lavoro memorabile e anche una delle sue opere più note, è quella in cui la Abramovic era stata seduta intere giornate al Moma per la performance The artist is present. Un lavoro senza dubbio molto interessante, così come era stato quello con cui la Abramovic vince il Leone d’Oro a La Biennale di Venezia del 1997 con l’opera Balkan Baroque, metafora contro tutte le guerre, ispirata dal dramma della guerra in Bosnia. All’interno di un buio scantinato l’artista, seduta su un mucchio di ossa, pulisce una ad una mille ossa di bovino raschiando pezzi di carne e cartilagine, mentre intona canzoni della tradizione popolare serba, immersa in un odore fetido. Tutti lavori di grande impatto emotivo, non solo sul pubblico, ma anche su l’artista stessa, che mette il suo corpo a servizio di prove fisiche difficili ed estenuanti.

 

La Abramovic è stata una coraggiosa performer e una grande artista, ma anche un grande personaggio, con una grandissima e carismatica personalità. E sul suo personaggio ha anche fondato il suo successo, anche se la “verità” del suo lavoro non convince proprio tutti.  Il suo lavoro è composto certamente da azioni molto importanti e uniche nel loro genere, tra cui quella del Moma, ma la sua presenza aveva ed ha una forza icastica indubbiamente straordinaria, che alla fine superano ogni critica.

Basti ricordare la performance dove lei si pettina i capelli furiosamente Art must me beautiful/Artist must be beautiful (1975), senza dubbio una delle mie preferite, in cui la figura femminile che si pettina, che è un classico ricorrente, qui viene trasformata in una sorta di un’autopunizione, come sua protesta contro l’arte come decorazione. In quegli anni la Abramovic voleva che l’arte fosse disturbante, dovesse porre domande, dovesse predire il futuro.

Marina Abramovic ha saputo essere davvero “moderna” e “popolare”, offrendo una declinazione interessante di un genere che non pareva votato a quella evoluzione, vedi i famosi remake delle performance di altri e anche di se stessa. La performance di per sé è un gesto che non potrebbe essere, nella sua purezza essenziale, ripetuto e soprattutto reso prodotto commerciale come lei ha fatto. Lei ha mescolato molte cose e per questo che anche il pubblico la ama, perché è a suo modo molto Pop.

Con questa mostra italiana l’artista riflette sulla propria lunga carriera, in un luogo speciale come Palazzo Strozzi, e proprio in Italia, un paese che ha un significato importante nella biografia e nell’evoluzione del suo percorso artistico. La mostra diviene una straordinaria occasione per scoprire la complessità dell’arte di Marina Abramovic, i cui lavori spaziano da azioni forti, scioccanti e rischiose, a scambi di energia gestuali e silenziosi, fino a veri e propri incontri con il pubblico, che negli ultimi anni è diventato sempre più protagonista nelle sue opere.

Marina Abramovic è l’artista che più di ogni altra segna la nostra contemporaneità pur avendo fatto parte del secolo scorso, ha traghettato la sua arte nel Terzo Millennio. Riflettendo sulla propria vita, portando con forza alla ribalta temi cruciali, che ci riguardano tutti, riuscendo a comunicare come nessun altro artista col presente, interpretandone le contraddizioni e le urgenze.

 

Certo è che The Cleaner non è una mostra semplice sia da capire sia da visitare, ma vale la pena fare uno sforzo. Alcune delle performance dell’Abramovic potrebbero “turbare” i visitatori, per i corpi nudi e spesso in posizioni estreme; ma l’artista oggi ha una missione molto importante, quella di svegliare le coscienze. L’arte sicuramente non cambia la vita, ma cambia il modo di vedere le cose, lasciando qualcosa nella memoria di ognuno di noi per sempre.

Cecilia Barbieri 

About the author

Cecilia Barbieri

Nata a Firenze, dove vive e lavora, ha conseguito la Laurea in Storia dell’Arte all’Università di Firenze. Ha lavorato nell’organizzazione di mostre ed eventi e ha curato nel corso degli anni diverse pubblicazioni di Storia dell’Arte e di Storia del territorio. Giornalista pubblicista collabora costantemente come freelance con diverse testate di settore.

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