Interviste

Maria Vittoria Baravelli, l’Art Sharer che parla a tutti

Intervista a cura di Laura Tota

Arrivo alla casa studio di Piero Gemelli un po’ trafelata per via della mobilità milanese, con un sacco di domande che mi frullano per la testa e che non so se troveranno risposta. Mi apre la porta proprio Piero, l’amabile e talentuosissimo architetto/artista che nella vita ha fotografato le donne più belle del mondo per poi rimanere affascinato anche dalle arti plastiche.

Lo studio, trasformato per l’occasione in un “white cube scomposto” per ospitare la sua mostra personale “An interior life”, è un luogo fisico/emotivo di un’eleganza e bellezza disarmanti, in cui alle fotografie che ripercorrono la carriera di Piero, si affiancano le sculture e i “ready made” dell’ultimo periodo.

È una caccia al tesoro, un perdersi nella vista di mille dettagli, un rincorrere voci di ricordi e storie racchiuse in oggetti unici e sapientemente collegati alla biografia di questo spazio/gioiello.

Maria Vittoria, ribattezzata affettuosamente “Tempesta” da Piero, arriva subito: la sua aria sofisticata è reale, ma la sua dolcezza e la sua umiltà sono le cose che saltano subito all’occhio. Chiede un po’ di gelato, ha la voce bassa perché da settimane accoglie i visitatori e la sua precisione e dedizione per questo progetto la portano a raccontare tutto di questo spazio espositivo e della storia che racchiude.

Parliamo tre ore circa, dopo un contatto “virtuale” seguito da un appuntamento reale concordato in pochissimo tempo: non è una vera e propria intervista, quanto una chiacchierata tra due persone che hanno voglia di raccontarsi.

Oltre 18mila followers sul tuo account Instagram, 26 anni e una serie di interviste all’attivo con fotografi del calibro di David Lachapelle e Peter Lindbergh. Cosa c’è dietro questo successo? Qual è il segreto?

C’è sicuramente la voglia di condividere, di tradurre una cultura alta, quella dell’arte contemporanea appunto, in una modalità più fruibile dagli utenti di Instagram. I social network hanno un alto potenziale,  ovvero quello di essere un campo neutro che va ben oltre i pregiudizi, le differenze di età e l’estrazione sociale: è proprio qui che, creando contenuti divulgativi interessanti si possono raggiungere pubblici che altrimenti si sentirebbero esclusi.

Credo che l’utilizzo di un linguaggio semplice e la mia spontaneità nel comunicare siano le chiavi del successo di questi risultati: essere un’ “Art Sharer” (questo il neologismo da lei stessa coniato che definisce il suo percorso) implica delle responsabilità, ma nel momento in cui si sceglie di porsi in un determinato modo e di costruire una propria linea in maniera coerente, si è liberi di essere esattamente ciò che si vuole comunicare.

È nata prima l’Art Sharer o la curatrice?

Bella domanda. Sin dall’adolescenza, mi è sempre piaciuto tutto ciò che era inclusivo. Non ho mai avuto un gruppo di amici, non mi sono mai sentita parte di qualcosa, sono sempre stata abbastanza sola. Questa è stata per me una debolezza, ma allo stesso tempo una forza e, vista la mia precoce passione per l’Arte contemporanea, mi sono sin da subito interrogata se fosse giusto che proprio in questo mondo si creasse un rapporto così lontano ed ermetico tra il concetto di arte stessa e il pubblico. Non vi stupirete, quindi, se vi dico che la mia tesina di maturità scientifica si intitolava “For the love of contemporary art” e indagava appunto la necessità per l’Arte contemporanea e moderna di ridefinire il proprio approccio con il pubblico.

Direi quindi che è decisamente nata prima l’Art Sharer e la volontà di comunicare e che la curatrice è stata la sua naturale evoluzione.

Perché Art Sharer e non Art Influencer?

Perché non ho la pretesa di influenzare l’opinione o le azioni di nessuno, anzi, il mio obiettivo è condividere e confrontarmi con il mio pubblico, in una relazione osmotica e reciproca: non mi ergo a “giudice” e infatti non apprezzo chi alza i toni o esprime posizioni categoriche.

Il tuo pubblico ti stima e ti riconosce il ruolo di “opinion leader” in questo settore. Come ti senti a riguardo?

Sono davvero molto felice di questo! I miei followers hanno dai 16 ai 50 anni, spesso è difficile compiacere tutti, ma credo che loro apprezzino la mia trasparenza e il fatto che restituisca le mie impressioni in modo schietto e personale: cerco di raccontare tutto attraverso il filtro della mia emotività, aggiungendo un pizzico di sentimentalismo perché è proprio questo che ci rende unici. La realtà è sempre una sola, ma sono i punti di vista a cambiare, rendendo quel terreno di comunicazione comune un’occasione di confronto e crescita.

Questa diversità è una fonte di arricchimento inesauribile e il fatto che molte persone mi scrivano per avere consigli su letture, mostre e luoghi da visitare mi fa capire che sono sulla strada giusta. Certo, a volte qualcuno arriva addirittura a chiedermi informazioni su orari di apertura o disponibilità di parcheggi, ma credo che sia uno degli effetti collaterali di questo percorso (sorride).

I giovani usano internet e i social per informarsi e formarsi. Qual è la relazione tra pubblico e informazione web?

Al giorno d’oggi, siamo letteralmente bombardati e investiti da quantità enormi di informazioni. La capacità odierna di ricordare è fortemente in pericolo e questo mi preoccupa. Una generazione non in grado di ricordare, è una generazione pronta a ricommettere gli errori e orrori del passato.

 

Internet dà enormi possibilità, ma provoca anche disorientamento e perdita della capacità di discernere tra vero e falso. È necessario tornare a ricordare senza perdere di vista il presente e contribuire a sviluppare una capacità critica nel pubblico, un’autonomia di valutazione.

Parli spesso di confronto, di crescita, di evoluzione. Quanto è importante il cambiamento nella vita?

Il cambiamento è vita, non potrei immaginare una vita statica. Ho sempre avuto un debole per gli artisti che a loro modo hanno apportato dei cambiamenti significativi nel proprio ambito: da Bernini a Patti Smith,  la storia della creatività è piena di personaggi che sono riusciti a ridefinire i confini attraverso la propria emotività.

Spesso questa “rottura” comporta un dolore con il quale ognuno di noi deve imparare a convivere, al di là del momento più o meno felice che si sta attraversando.

Per esempio, Se tu mi chiedessi “Per te il bicchiere è mezzo pieno o mezzo vuoto?” io ti risponderei che per me il bicchiere è sempre bellissimo. Bellissimo come la vita che è un dono, un regalo: tutte le persone e gli artisti che si incontrano, quelli che si perdono, le mostre che si curano… tutto è un’opportunità, anche se spesso questo ci sfugge.

Bisogna imparare a bere in bicchieri bellissimi, anche quando sono pieni di semplice acqua o mentre si allestisce una mostra e si è sporchi di vernice: la bellezza è nelle piccole cose.

Un artista che ti ha fatto innamorare?

Sono sempre stata innamorata di Félix González-Torres. Le sue caramelle erano il transfer per cui, attraverso una singola dolcezza, il pubblico poteva entrare a contatto con il suo essere artista e con il suo mondo: una forma di condivisione intima ed estrema.

L’Arte contemporanea è democratica?

L’Arte contemporanea deve essere democratica. La necessità di condividere è per me prioritaria ed è ciò che mi spinge a divulgare contenuti di un certo tipo. L’arte non deve essere accessibile solo ai colti, ma a tutti, esattamente come lo sono altri settori quali la moda o la ristorazione: lo snobbismo nell’arte deve essere combattuto, tanto quanto il classismo tra gli addetti ai lavori. Credo di non essere nella posizione per poter dire cosa meriti attenzione perché valido e cosa no, perché ogni forma d’espressione artistica incontra lo specifico gusto di qualcuno in modo, appunto, democratico.

I tuoi progetti futuri?

Sicuramente non fermarmi, anzi. Vorrei instaurare delle collaborazioni con istituzioni e musei per aiutarli ad avvicinare il pubblico: credo che i musei debbano giocare un ruolo decisivo nella creazione di un sostrato culturale. Per poter richiamare il pubblico, i musei devono imparare a essere attrattivi.

Qualche tempo fa ho letto che esistono alcune specie di piante che rilasciano delle sostanze che in qualche modo “drogano” gli animali spingendoli a tornare a impollinare sempre gli stessi fiori, alberi e piante. Ecco, i musei dovrebbero sviluppare delle forme di dipendenza virtuosa e positiva di nutrimento molto simili.

Esco dalla casa/studio che è già buio, ma con un consiglio di lettura che condivido con voi (“Diavoli custodi” di Erri De Luca e Alessandro Mendini) e un posto nuovo da scoprire a Torino (l’erboristeria Melissa).

Laura Tota

in copertina: Maria Vittoria Barvaelli photo @Piero Gemelli

About the author

Laura Tota

Classe 1982, vive e lavora a Torino, ma ha sempre la valigia pronta. Collabora con fiere ed eventi d’arte contemporanea in tutta Italia e all'estero. È curatrice indipendente specializzata in mostre di fotografia, la sua principale passione, ed è una frequentatrice seriale e compulsiva di mostre.

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