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L’uomo nero/Dinamiche dell’immaginario #9 – L’orizzonte degli elementi

Forse anche il granito soffre. Tutto ciò che ha forma soffre,
tutto ciò che si è sottratto al caos per seguire un destino separato.
La materia è sola. Tutto ciò che esiste è solo.
Nessuno, nessun dio che possa liberare il mondo
da una così antica solitudine!
E. M. Cioran

 

Non più ad/atto all’assenza_
_pianto in asso me stesso.

Come in un tempio vuoto, tentare il sortilegio, il pezzo di bravura, l’azzardo che riduca a brandelli persino l’universo. Ma poi si gira a vuoto e si scende a patti con l’impasto umano logoro, con le ossessioni che bivaccano dentro e attorno. Stelle oscure, talmente immense da non consentire nemmeno alla luce di superare la velocità di fuga, si deformano in  Idra, – altro che sardine – simbolo perfetto per un appuntamento polimorfo, numinoso e fatale.

Idra d’acqua dolce ripresa attraverso microscopio negli anni 70 dal Prof. Guido Guidotti

Fin dall’antichità il numero delle teste mostruose di questa fiera terribile era incerto: 1/7/9/50? Pausania, Simonide, Diodoro Siculo, Erasmo da Rotterdam, Johannes Jonston… siamo al cospetto di una creatura mitologica in preda alla rivisitazione fisiognomica dei suoi autori, sino a passare dalla fantasia al cielo, in forma di costellazione. Un sapere assoluto, emerso dal sangue, senza pace per le numerose fameliche fauci, eterne tutte, tranne una. Proiettate in alto. Il ribollire schiumante di una barbarie senza tempo Idra è immagine inquieta e in perenne agitazione. Sogno disturbato, grondante ferite anche autoinferte. Tutte fenditure del tempo oltre le quali si scorge lo sfuggente sfinimento della materia.

Ingmar Bergman, Persona – 1966

Così non va. Non si va a parare da nessuna parte. Certe cogitazioni logore certamente non aiutano. Cerchiamo allora di fare esperienza del vuoto. Non in senso spirituale, alla Ralf Rugoff, per intenderci, ma nel senso del sacro. Del rischio. Del Sacrificio. Dell’inatteso. Del rito ultimo. Sospendiamo almeno per un attimo, almeno in parte l’affaccendarsi, lo stile, l’abilità. Ritroviamo il fare come smarrimento e detonazione. Come se. Aperture.

A volte/Perdo parti di me/Resto così solo/In stati d’abbandono/E a volte/Io non sono in me/Perdo la lucidità/E non so più chi sono/ Sono solo un uomo…
canta Andrea Laszlo De Simone.

Brandelli del con-si-derar-si. Crisi, forse? In frantumi, può darsi, che col mondo vero è stato eliminato anche quello apparente, per quanto sostiene Nietzsche.  E allora cos’altro resterebbe se non il precipizio della ricreazione. Ma che almeno sia delirante. Tale da cambiare la stessa consistenza del sangue che scorre nelle vene. Lo scrittore Ferdinand Cèline ne sarebbe più che fiero. Nessun viaggio termina al termine della notte. La notte è già qui a scorrerci dentro.

Claudio Parmiggiani, Senza titolo, 1944

L’opera è una forma sensibile in quanto si dà in un’esperienza specifica che sospende le connessioni ordinarie non solo tra apparenza e realtà, ma anche tra forma e materia, attività e passività, intelletto e sensibilità. Così Jacques Rancière apre un terzo spazio di manovra.

Ma attenzione al termine ultimo e letale esperienza, lì, può annidarsi tutto il peggio del nostro Tempo. Ammesso che ce ne rimanga, lì fuori. Oramai per lo più in preda a organismi ospiti. Inebetiti da devices di ultima generazione. Estensioni entusiasmanti di finti super-poteri. Uno spasmodico tentativo di essere differenti, migliori, alternativi, con risultati per lo più ridicoli. Paralitici e ricurvi. Parassitari e distratti in una realtà sempre più disturbata e contorta, stiamo lentamente scivolando in un’esistenza videogammata, in cui la famigerata frammentazione dell’io genera sempre nuovi avatar di noi stessi in livelli successivi e mondi paralleli.
L’oggetto la fa da padrone, mentre partecipare diviene il campo aperto del manipolare, dell’alterare e del controllare senza alcuna via di scampo. Il film Existenz di D. Cronenberg, si spinge nell’interzona tra mondo reale e virtuale, attraverso l’invenzione di un videogioco interattivo, in grado di generare un’alternativa al quotidiano che si ripercuote drammaticamente nelle reali relazioni tra i partecipanti.

D. Cronenberg, Existenz – 1999

Così Roger Caillois suddivideva in quattro classi l’atteggiamento del giocatore:

1.AGON [COMPETIZIONE] – Ambizione di trionfare grazie al solo merito personale in una competizione regolata, forma pura del merito personale e sua manifestazione.
2.ALEA [CASO] – Abdicazione della volontà a vantaggio di un’attesa ansiosa e passiva della sentenza della sorte.
3.MIMICRY [MASCHERA] – Illusione da in -lusio ovvero “entrata in gioco”. Gusto per l’assumere una personalità diversa dalla propria, mimica e travestimento, farsi altro, l’unica regola è sembrare altro da sé.
4.ILINX [VERTIGINE] – Ricerca della vertigine, della perdita della consapevolezza di sé. Perdita della stabilità e della percezione.

La sfilata di Gucci, Milano, 21 febbraio 2018 (ANSA / MATTEO BAZZI)

La vertigine e lo sdoppiamento titillano tanto la nostra fantasia quanto sono radicalmente ancorati alla nostra essenza umana. Siamo sempre altro da noi stessi. Simuliamo. In perenne Spaltung (scissione) difensiva, danziamo contro l’etichette del tempo e dell’imperante luogo comune.  Dopo di noi il diluvio…Cosa ci siamo messi in testa? Abbiamo la testa altrove? Siamo comuqnue, piaccia o no, nel bene e nel male, in una disarmante epoca delle pluridentità, del multiverso e del melting pot. Torna alla mente la sfilata milanese di Gucci del 2018, in cui alcuni modelli avanzavano catatonici con la propria testa, riprodotta in scala naturale e con perfetti dettagli anatomici, sotto il braccio. Il sensibile trascende il materiale. Non più materia prima. Amletici contemporanei al passo con i tempi. Una vera e propria sala operatoria in cui va in scena la moda del futuro, proprio perché oltre-confine, fuori contesto, fuori posto.

Matt Collishaw, Narcissus – 1990

Quindi tutti noi, echi come di fiamme lontane siamo ombre proiettate oltre distanze imperscrutabili. Al di là di qualsiasi questione tecnica e stilistica, siamo al cospetto di “dispositivi” inquieti e vibranti. Monolitici ma allo stesso tempo versatili e poliedrici. Concrezioni, urgenze e rimandi fibrillano inevitabilemente.

La poesia è distacco, lontananza, assenza, separatezza, malattia, delirio, suono, e soprattutto, urgenza, vita, sofferenza. È l’abisso che scinde orale e scritto.

Carmelo Bene apre l’ennesima ferita nella disposizione generativa. Proprio nell’abisso indicato dal capolavoro Bene, si è alla ricerca della poesia dal senso più radicale. Sorta di smarrimento. Disfare che risulta necessario più del fare, spesso e volentieri. Disoccuparsi di sè. Riconoscersi e procedere in quanto dispositivo. Bene ricordava sempre difatti la macchina attoriale. E probabilmente uno dei caratteri predominanti e vincenti di un autore del calibro di Michel Houellebecq è proprio la scomparsa, il disconoscimento, la dissociazione in chiave di dispositivo. Lo scrittore francese difatti lapidario afferma:

Il corpo è dissociato. Si compone di organi.
Il mondo è dissociato. Si compone di imdividui.
Tutto è dissociato. Tutto sanguina.

Matthew Day Jackson, The way we were – 2010

La frattura nell’illusione di essere completi non lascia scampo. Disordina e disarticola. Sfigura e non consente. Impenetrabili certe oper-azioni non permettono ingresso, o respingono appena varcata la soglia. Rigettati, si finisce negletti. In tal senso László Krasznahorkai è un fulgido esempio.  Autore assoluto che rigetta. Presi a leggere i suoi romanzi, tremano le mani e si smarrisce la volontà. L’impressione è quella dell’intrico di rovi che protegge la grazia più preziosa. Smarrisci immediatamente la strada.
Collasso dopo collasso passi e chiudi. Eppure non hanno forma di romanzi questi lavori. I personaggi scricchiolano all’interno d’identità corrotte. Latrano in buchi lontani da cui arrivano echi distorti. In lande desolate si gonfiano cieli inabitabili che prima o poi rovesciano disgrazie addosso. Satantango risulta un’ode all’attesa, al disfacimento. La collettività, schiacciata in uno spazio narrativo senza orientamento e orizzonte, è in balia di un eterno (ritorno) onirico.

Dana Schutz, Gravity fanatic – 2005

Non ci resta che essere disorganici, disillusi e discontinui. Forse anche oggetti smarriti in questa profanazione continua del nostro essere in divenire, senza più età e confini. Non liquet.

Fabrizio Ajello 

In copertina: L’occhio di Sauron, da Il Signore degli anelli di Peter Jackson

About the author

Fabrizio Ajello

Fabrizio Ajello si è laureato presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di Palermo, con una tesi in Storia dell’Arte Contemporanea.
Ha collaborato in passato attivamente con le riviste Music Line e Succoacido.net.
Dal 2005 ha lavorato al progetto di arte pubblica, Progetto Isole.
Nel 2008 fonda, insieme all'artista Christian Costa, il progetto di arte pubblica Spazi Docili, basato a Firenze, che in questi anni ha prodotto indagini sul territorio, interventi, workshop e talk presso istituzioni pubbliche e private, mostre e residenze artistiche.
Ha inoltre esposto in gallerie e musei italiani e internazionali e preso parte a diversi eventi quali: Berlin Biennale 7, Break 2.4 Festival a Ljubljana, in Slovenia, Synthetic Zero al BronxArtSpace di New York, Moving Sculpture In The Public Realm a Cardiff, Hosted in Athens ad Atene, The Entropy of Art a Wroclaw, in Polonia.
Insegna materie letterarie presso il Liceo Artistico di Porta Romana a Firenze.

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