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L’uomo nero/Dinamiche dell’immaginario #6 – Pieni poteri

Cummannari è megghiu ‘ca futtiri
(comandare è meglio che scopare)
Anonimo (mafioso) siciliano
Nulla è più anarchico del potere,
il potere fa praticamente ciò che vuole.
Pier Paolo Pasolini

Il potere (con la P) non si vede, ma si percepiscono benissimo i suoi effetti. Anzi è proprio l’invisibile opacità del suo detentore a renderlo efficace. Chi decide degli altri e per gli altri, lo fa al piano superiore, un pò più in là, in disparte. Il Palazzo dei Consoli di Gubbio è una perfetta esemplificazione architettonica della questione. Questo edificio “pubblico”, realizzato tra il 1332 e il 1349 ancora svetta sull’intera città ed è l’unico palazzo italiano ad ospitare nel piano nobile tre fontane, di cui due parietali.  Durante il periodo comunale, era la sede del consiglio dei Consoli che vivevano “segregati” ai piani alti per preparare, discutere e approvare le leggi, mentre il popolo si riuniva (in basso) nell’Arengo, ossia la grande sala con copertura a botte, per discutere in merito alle questioni politiche. Alto e basso, anche se separati, erano connessi da alcuni condotti che permettevano ai Consoli di ascoltare la voce del popolo.

Palazzo dei Consoli, Gubbio

Lo spazio urbano in Italia rende perfettamente quest’idea di concrezione del potere anche nelle abitazioni del boia che di solito erano isolate, ossia non confinanti con le altre attorno, al fine di essere immediatamente riconosciute. Pensiamo ad esempio alla celebre “casa del boia di Firenze” che sarebbe stata ispirazione per il modo di dire “solo come un boia” dallo scambio di battute tra due pesi massimi del calibro di Raffaello e Michelangelo. Pieni poteri dicevamo nelle mani di un capo, ma il termine capo vuol dire anche testa ed infatti è lì che si concentra l’identità, il comando, lo sviluppo, il controllo e il coordinamento. Insomma la testa risulta spazio nevralgico e decisionale in assoluto, balza alla mente allora un’altra casa del boia, quella leggendaria di Venezia. In calle della testa si può ammirare un mascherone che già nel XV secolo campeggiava proprio all’ingresso della casa del carnefice (rendendola anche inconfondibile) e nella fessura tra le labbra, a mò di cassetta delle lettere, il messo comunale imbucava un rotolo di carta con il nome del condannato prossimo al patibolo.

Jihadi John
I vecchi protagonisti del fasto punitivo, il corpo e il sangue, cedono il posto.
Un nuovo
personaggio entra in scena, mascherato.
Finita una certa tragedia inizia una commedia con figure d’ombra, voci senza volto, entità impalpabili.

così scrive Michel Foucault nel suo capolavoro Sorvegliare e punire, trattando dei nuovi sistemi e apparati della giustizia. La maschera tramuta l’essere che la indossa in un essere altro da sè, superiore proprio perchè in uno stato di separazione e alterità, anche se a tempo determinato.

Di teste giustiziate, teste trofeo, teste miracolose, teste irresistibili tratta il libro di Frances Larson TESTE MOZZE. Tra cacciatori di teste generati da uno sconsiderato colonialismo europeo, teste mozzate nei dipinti di T. Géricault, santi decollati, collezionismi scellerati e la straordinaria e macabra storia della testa di Oliver Cromwell, è facile intercettare il rapporto tra la testa come detentrice di qualità sorprendenti e la separazione generativa in grado di trasformare una parte del corpo umano in un oggetto di culto, in una reliquia, in uno scettro del potere.

Canon Horace Wilkinson con la testa di Oliver Cromwell, 1949

Separare d’altro canto, etimologicamente ha origne nella somma della parola latina parare, ossia approntare, preparare, con il prefisso se, a parte. L’azione in questione implica la “volontà” o l’effetto di creare due nuove entità, due distinte specificità. Risulta quindi un’operazione costituente che incarna la potenzialità demiurgica, ma anche e soprattutto l’atto celato. Inoltre, anche il termine segreto proviene dal latino secernere, ossia separare, distinguere. Così nel non detto e non palese operante ricade un potere straordinario, in grado di palesarsi in modo fondante e assoluto. Il potere non ha in fin dei conti identità, ma produce identità. Attraverso questa sparizione o nascondimento la facoltà di potenza scivola tra gli oggetti, le architetture e le immagini. Un annidamento che riguarda talvolta i nostri stessi utensili.

“Creiamo strumenti, che poi a loro volta ci trasformano.”
M. McLuhan

l’autoscatto di Barack Obama, David Cameron e la danese Thorning Schmidt,Foto di Roberto Schmidt /AFP (afp)

Nel film “Dio esiste e vive a Bruxelles“, un improbabile signore sbracato e tonto sarebbe il Dio creatore che si diverte alle nostre spalle, innescando tutte le nostre disgrazie, i nostri drammi personali e collettivi. I suoi pieni poteri però vengono interrotti dalla figlia minore che decide di inviare all’intera popolazione del pianeta sul cellulare la propria data di morte. Il panico si diffonde in un grottesco susseguirsi di decisioni estreme. Così la piccola decide di “scendere” sulla terra per trovare i suoi nuovi apostoli e scrivere un nuovo nuovo testamento. Il primo dei suoi fidati apostoli sarà un clochard che dovrà praticamente scrivere questo rivoluzionario testo sacro e alla domanda della bambina: “ma tu quando morirai?”, il canuto senza fissa dimora risponde: “non ne ho idea, non ho più un cellulare da anni”.

Benoit Poelvoorde nella parte di Dio nella pellicola Dio esiste e abita a Bruxelles, 2015

In tal senso l’unico modo per generare resistenza al sistema di potere imperante è lavorare ad una rottura all’interno del linguaggio. Questa resistenza resta così una via di fuga in funzione di sabotaggio e costituzione di un fuori-controllo, un out-side interno alle strutture pre-ordinate e pre-potenti. Una posizione occulta che svincola dalle coordinate di desiderio/dipendenza/debito dell’essere umano smaterializzato in un frattale transociale senza fine.

Il batterio Yersinia pestis

Due categorie per così dire sovrumane con poteri straordinari, talvolta dalle sembianze celate o comunque con esistenze “separate” dai comuni mortali, balzano alla mente: (1) i santi a cui affidarsi per protezione e miracoli e i (2) super eroi che popolano la fantasia e l’immaginario collettivo, sempre pronti ad un intervento salvifico, del tutto simile a quello che le antiche popolazioni pagane richiedevano alle loro divinità protettrici. Nel primo caso: “l’autorità religiosa è raramente contestabile. La sua credibilità non può fondarsi né sul solo impiego della forza, né soltanto sulla cieca credulità di coloro ai quali si rivolge”. Così scrive Ugo Fabietti nel suo libro Materia Sacra e ancora: “lo scambio simbolico in cui s’impegna una religione per risultare autorevole consiste nel…rinviare a un ordine sempre a rischio e mai realizzato”. C’è un aldilà, instabile, separato e non facilmente percepibile, sempre e comunque, piaccia o meno, da cui proviene un rovinoso impulso a cui è impossibile resistere. La cultura greca conosceva benissimo questa pre-potenza, questo demone sempre in agguato, in grado di determinare fortune, inghiottire flotte, spazzare via intere città e vendicarsi di eroi, semidei e talvolta anche divinità olimpiche.

F. Goya, Saturno che divora i suoi figli – 1819/1923

Cosa accadrebbe se poteri e superpoteri confliggessero in un ipotetico mondo ideale dove i super eroi vengono utilizzati per mantenere una sicurezza eterodiretta? E se anche i super eroi fossero imperfetti un po’ come il resto degli esseri umani? La serie The Boys mette in scena questa devastante e dissacrante condizione di inadeguatezza da parte dei paladini della giustizia, impelagati in invidie e guerre intestine, stupri, tossicodipendenze e deplorevoli comportamenti oscillanti tra l’isteria e la depressione, per non parlare di omicidi e stragi commesse per motivi futili o disattenzione. Qui entrano in campo i cattivi buoni, un gruppo improbabile di spiantati, che cercheranno di denunciare i misfatti e “punire” i super eroi, appunto The Boys. Insomma il quadro complessivo è grottesco e disarmante, ma allo stesso tempo divertente e rassicurante, dal momento che inocula in ognuno di noi l’idea che anche i super eroi in fondo hanno i nostri stessi problemi assortiti e crolli emotivi. A capo di questi improbabili eroi troviamo Patriota, una sorta di paradossale Captain America, fintamente integerrimo ma tutt’altro che corretto e affidabile, al punto di affermare un attimo prima di far precipitare un intero aereo: Io sono il più grande supereroe del mondo, posso fare quello che cazzo voglio!

Fabrizio Ajello 

I 7 super eroi della serie The Boys
 

In copertina: Jean Benner, Salomé – 1899

 

About the author

Fabrizio Ajello

Fabrizio Ajello si è laureato presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di Palermo, con una tesi in Storia dell’Arte Contemporanea.
Ha collaborato in passato attivamente con le riviste Music Line e Succoacido.net.
Dal 2005 ha lavorato al progetto di arte pubblica, Progetto Isole.
Nel 2008 fonda, insieme all'artista Christian Costa, il progetto di arte pubblica Spazi Docili, basato a Firenze, che in questi anni ha prodotto indagini sul territorio, interventi, workshop e talk presso istituzioni pubbliche e private, mostre e residenze artistiche.
Ha inoltre esposto in gallerie e musei italiani e internazionali e preso parte a diversi eventi quali: Berlin Biennale 7, Break 2.4 Festival a Ljubljana, in Slovenia, Synthetic Zero al BronxArtSpace di New York, Moving Sculpture In The Public Realm a Cardiff, Hosted in Athens ad Atene, The Entropy of Art a Wroclaw, in Polonia.
Insegna materie letterarie presso il Liceo Artistico di Porta Romana a Firenze.

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