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L’uomo nero | Dinamiche dell’immaginario #3 Il Display

Terzo appuntamento con L’uomo nero, la rubrica dedicata alle frequenze e agli immaginari del contemporaneo. Fuoco d’indagine di questa puntata è il concetto di Display.

“Lo spazio occupato dall’immagine corrisponde oggi una sorta di presidio del capitale, è lo spazio di interdizione per altre immagini, è uno spazio strategico che fa distogliere l’attenzione dal resto, che fa guadagnare tempo. Indipendentemente da ciò che essa mostra o censura l’immagine che comunque si dà a vedere, è anche e soprattutto quella che nasconde tutte le altre.”
Marco Scotini

In un’epoca di estetizzazione assoluta e diffusa cosa sono divenuti gli oggetti del nostro presente così come quelli del nostro passato? Come (e in cosa) si stanno trasformando le istituzioni museali?

L’atto di mostrare è sempre un atto di potere. Tutti gli spazi adibiti a tale funzione sono per tanto arene di propaganda, ideologia, tensione e lotta tanto quanto cultura, informazione, trasmissione e talvolta conservazione. In tal senso il museo, dalle sue origini, si pensi al museo di Ennigaldi-Nanna del 530 a.C., sino all’istituzione moderna, come ad esempio la prima collezione dei Musei Capitolini del 1734, sotto il pontefice Clemente XII,  si è trasformato in «struttura permanente che acquisisce, cataloga, conserva, ordina ed espone beni culturali per finalità di educazione e di studio» (articolo 101 del Decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42, in materia di codice dei beni culturali e del paesaggio), ma anche e soprattutto in spazio di potere. Molto spesso si costituisce un’esposizione, una mostra, non tanto per affermare qualcosa, quanto per ottenere un certo effetto. Affermava R. Debray: “Così come le sepolture furono i musei delle civiltà senza musei, i nostri musei sono forse le tombe proprie delle civiltà che non sanno più edificare tombe”. Forse non è proprio del tutto così. Il potere in questione, oggi più che mai, non coincide esclusiamente con le collezioni, in quantità e qualità o con la struttura architettonica ospitante, ma con le modalità di restituzione del fenomeno culturale che trasforma gli oggetti in dispositivi narrativi complessi. La mostra temporanea Archeologia invisibile, visitabile sino al 2020 presso il Museo Egizio di Torino, cerca di rispondere proprio agli interrogativi posti in apertura.

Archeologia Invisibile - foto di sala (credits Museo Egizio di Torino)
Archeologia Invisibile – foto di sala (credits Museo Egizio di Torino)

La sala introduttiva popone oggetti del vissuto privato dei curatori, accompagnati da una narrazione poetica che riesce a ricucire il dato scientifico, quanto quello storico, emotivo, sociale e funzionale. In effetti ogni singolo oggetto è un viaggio, un multiverso carico di innumerevoli potenzialità di senso, connessioni e rimandi. Utilizzando innovativi modelli di restituzione della complessità della ricerca, basati sull’archeometria, il pubblico riesce a vivere un’esperienza estetica immersiva che non cede al sensazionalismo patinato. I dati restano tali, così come quelli che potrebbero risultare effetti speciali non si spingono nel clamoroso hollywoodiano, ma servono a entrare all’interno dei processi di analisi, studio, ricerca e conoscenza. Penetrare il passato attraverso un viaggio visivo all’interno di un corpo mummificato, o poter maneggiare le copie esatte di oggetti di un passato così remoto riduce la distanza tra ricerca, esposizione e divulgazione. Un tessuto parla al tatto come la ricercata gamma dei colori sapientemente ricavati dai chimici del tempo rivelano segreti, splendendo dalle vetrine sapientemente discrete, dinamiche e armoniche con la sala espositiva.

Archeologia Invisibile - foto di sala (credits Museo Egizio di Torino)
Archeologia Invisibile – foto di sala (credits Museo Egizio di Torino)

Analogamente la costruzione narrativa del dato scientifico spinge all’esperienza immersiva anche in un’altra istituzione museale torinese, il Museo di Antropologia criminale Cesare Lombroso. Lo scheletro dello scienziato (esposto per volontà dello stesso) accoglie i visitatori in un percorso composto da frammenti, oggetti, crani in una manifestazione del crimine che risulta non solo allestimento e restituzione fisica del dato tangibile, ma ricostituzione del tessuto analitico della ricerca scientifica. In fin dei conti lo scheletro è la struttura primaria, la meccanica portante che ci sostiene ed è ciò che rimane, la memoria, la testimonianza. L’intera umanità si basa sul potere del racconto e sorattutto sul potere della memoria. Non è un caso che nell’ottava e ultima stagione di GAME OF THRONES, il Re della Notte abbia come obiettivo ultimo l’uccisione di Brandon Stark che racchiude in sè la memoria assoluta, essendo proprio per questo l’elemento essenziale per il futuro dei viventi. Perdere la consapevolezza del proprio passato è cancellare il proprio futuro.

Museo di Antropologia criminaleCesare Lombroso (credits Museo di Antropologia criminale Cesare Lombroso- Torino)
Museo di Antropologia criminaleCesare Lombroso (credits Museo di Antropologia criminale Cesare Lombroso- Torino)
Il Re della Notte (Il Trono di Spade)

Gli oggetti stessi realizzati dai detenuti/ospiti dell’istituzione carceraria e ospedaliera, si ramificano in processi del pensiero (criminale ma al contempo fortemente estetizzante) che impongono una lettura articolata e scevra da giudizi. Queste creazioni per lo più sono transitate attraverso un percorso di: utensile di uso quotdiano, oggetto di studio, manufatto in mostra. Nei processi di ridefinizione “le cose” mantengono comunque un nucleo energetico e significativo proprio che le svincola dall’utilizzo a cui vengono ricondotte. Appare in loro, come un’anima indipendente che contrasta con la qualità fisica, con i confini oggettivi. Così le cose diventano speciali, perchè la gente crede fortemente che siano speciali. Ma il rischio del paradosso è sempre dietro l’angolo. “Il paradosso è quindi che il linguaggio si estende “oltre se stesso”, alla realtà di oggetti e processi nel mondo, quando designa questi oggetti e processi per mezzo di chiari significati denotativi/discorsivi; ma quando si riferisce a una ineffabile X trascendente “al di là delle parole”, resta prigioniero di se stesso” (Slavoj Zizek).

Museo di Antropologia criminale Cesare Lombroso -foto di Orci  (credits Museo di Antropologia criminale Cesare Lombroso – Torino)

Ma siamo in un contesto d’archivio che, per quanto vivo non può fare a meno di uno storytelling che cerchi di coinvolgere, oltre a facilitare e ordinare. La questione però risultante è sempre la medesima: il potere di selezionare, esprimere e trasmettere. In tal senso, la storia/vita di Lombroso viene performata, interpretata, in una chiave coinvolgente che consente anche di trovarsi al cospetto della ricostruzione dello studio del ricercatore, con proiezioni e letture che completano una vera esperienza immersiva. Musei, come vere e proprie macchine del tempo, amplificano l’esperienza percettiva con coinvolgimenti che molto spesso i singoli oggetti già operano. Molti visitatori restano infatti scossi dalla presenza della forca di Torino posizionata nel corridoio in uscita dal Museo di Antropolgia criminale Cesare Lombroso, utilizzata anche dall’artista/curatore Maurizio Cattelan nella sua celebre Shit and Die.

Museo di Antropologia criminale Cesare Lombroso -foto di sala (credits Museo di Antropologia criminale Cesare Lombroso - Torino)
Museo di Antropologia criminale Cesare Lombroso -foto di sala (credits Museo di Antropologia criminale Cesare Lombroso – Torino)

Ma il display oggi coinvolge tutti gli aspetti della nostra vita, dai negozi Ikea al web, dai profili social alle istituzioni e sedi espositive che si occupano d’arte. Ovviamente anche la costruzione di un’immagine rappresentativa in chiave fotografica e la sua pubblicazione rientra nelle dinamiche del display. Il caso della main page dei progetti educational del Qatar Museums di Doha con lo squalo di Damien Hirst e i bambini festanti è più che eloquente. Il riflesso dei vetri della teca rivela gli autori dello scatto, tra i quali si staglia una persona col tradizionale kandura, nell’atto di mimare la posizione a mani alzate che i bambini dovrebbero imitare. Ma oltre a questa ingenua, probabilmente, scenetta, il potere rivelato in questo scatto risiede proprio nel contrasto tra un simbolo assoluto del sistema dell’arte occidentale, messo in mostra all’interno di un’istituzione che vorrebbe riscostituire l’identità stessa di un’intera area geografica e il gruppo sottostante di bambini mediorientali esultanti e perplessi. L’annidamento perturbante è inevitabile. Volontariamente o involontariamente ciò che si fotografa parla molto più dell’autore dello scatto di quanto non del soggetto ripreso. Lo sguardo non è mai neutro così come raccontare è sempre un atto materiale.

Fabrizio Ajello

Un'immagine del sito del Qatar Museums
Un’immagine del sito del Qatar Museums

About the author

Fabrizio Ajello

Fabrizio Ajello si è laureato presso la Facoltà di Lettere e Filosofia di Palermo, con una tesi in Storia dell’Arte Contemporanea.
Ha collaborato in passato attivamente con le riviste Music Line e Succoacido.net.
Dal 2005 ha lavorato al progetto di arte pubblica, Progetto Isole.
Nel 2008 fonda, insieme all'artista Christian Costa, il progetto di arte pubblica Spazi Docili, basato a Firenze, che in questi anni ha prodotto indagini sul territorio, interventi, workshop e talk presso istituzioni pubbliche e private, mostre e residenze artistiche.
Ha inoltre esposto in gallerie e musei italiani e internazionali e preso parte a diversi eventi quali: Berlin Biennale 7, Break 2.4 Festival a Ljubljana, in Slovenia, Synthetic Zero al BronxArtSpace di New York, Moving Sculpture In The Public Realm a Cardiff, Hosted in Athens ad Atene, The Entropy of Art a Wroclaw, in Polonia.
Insegna materie letterarie presso il Liceo Artistico di Porta Romana a Firenze.

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