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I lunghi capelli dell’ambiguità | Parte prima

“Raperonzolo, t’affaccia, lascia pender la tua treccia! Subito dall’alto si snodarono i capelli e il principe salì.”

Jacob e Wilhelm Grimm, Raperonzolo.

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Procedendo, a passo lento, lungo le sale maestose di celeberrimi musei, con lo sguardo rivolto verso quadri che recano firme insigni, si resta indubbiamente ammirati, ma, talvolta, ci si sente immersi in un mondo estraneo e lontano, nelle vestigia di un passato i cui legami con l’odierna epoca non sono altro che sottili fili, degni di interesse solo per gli addetti ai lavori. Vi sbagliate. Osservate le figure ritratte, concentrandovi sui loro capelli, sciolti o sontuosamente acconciati. Dimenticate, per un attimo, gli altri dettagli e seguitemi nella mia breve dissertazione, come lungo lo svolgersi di un ricciolo biondo. Fin dalle epoche più antiche, ai capelli è stato attribuito un valore antropologico e sociale notevole: essi, infatti, furono protagonisti di vari riti d’iniziazione, i quali sancivano il passaggio dall’infanzia alla pubertà; rivelatori di forza in età adulta, e, in coincidenza con la loro caduta, segni di sapienza.

Essi, pertanto, rappresentano, da sempre, le proprietà di ciascun individuo: ciò spiega sia l’abitudine di conservare i boccoli dei bambini, sia il culto conferito alle ciocche dei santi, come reliquie, sia l’importanza attribuita, tutt’oggi, al taglio e alla disposizione della capigliatura, nell’ambito della dimensione collettiva. Procediamo con attenzione, a ritroso nei meandri del tempo. Nella storia della cultura di matrice occidentale una gran massa di capelli costituiva patrimonio indispensabile della potenza di un sovrano: basti pensare alla parrucca inanellata di boccoli di Luigi XIV ed al fatto che l’appellativo di “Cesare” – “Kaiser” – “Zar“, attribuito nel corso dei secoli a sovrani o condottieri, ha anche un risvolto etimologico riferito alla lunga chioma da tagliare. La stessa corona regale, del resto, simboleggia un abbellimento della capigliatura, e, ad onor del vero, svolge anche un’opera di dissimulazione dell’incipiente calvizie.

Imporre, invece, il taglio dei capelli è costantemente stato segno di profondo disprezzo. Gli antichi Romani recidevano le chiome dei prigionieri, delle adultere e dei traditori; lo scalpo è stato a lungo considerato la prova tangibile di una vendetta ottenuta e, in tempi recenti, durante la seconda guerra mondiale, le donne accusate di collaborazione con il nemico venivano rasate e poi costrette a mostrarsi ai concittadini. Se i capelli maschili furono e sono, dunque, emblema di forza e prestigio, le capigliature femminili ebbero e hanno, invece, valenze ambigue e contrastanti.

Ricordiamo che nella mitologia greca si fa menzione di numerose figure femminili con chiome di rara bellezza: Afrodite, la quale avvolgeva le sue nudità fra i suoi lunghi capelli biondi, durante la toelette; Arianna, che con la sua bellissima criniera aleggiante, conquistò Bacco; Berenice, che consacrò un suo ricciolo, affinché il suo sposo, Tolomeo III, ritornasse sano e salvo dalla guerra in Siria, reiterando il medesimo rito compiuto dalle donne greche in favore di Esculapio, dio della medicina, per ottenere la guarigione da particolari malattie. Ma, successivamente, in seno alla morale proposta fin dagli albori del cristianesimo, i lunghi capelli muliebri persero la loro concezione sacra: secondo precise indicazioni di San Paolo e di San Pietro, ribadite dai Padri, essi dovevano essere acconciati con estrema sobrietà, senza il ricorso a tinture, il cui rosso, in particolare, presagiva le fiamme dell’inferno.

Siffatte opinioni si accentuarono nel periodo dell’Inquisizione: le chiome disciolte erano una peculiarità attribuita alle presunte streghe, che, pertanto, venivano soventemente rasate, prima della tortura, per annullarne, così, il presunto potere magico. I capelli femminili, dunque, sono figura eloquente della capacità seduttrice delle donne che sono abili non solo nel blandire e nell’accarezzare, ma anche nel circuire, nell’irretire e nell’incatenare, proprio come se munite di terribili armi. Ma di che tipo di armi si tratta? Anguiformi, naturalmente.

La metafora dei capelli – serpenti, che, immediatamente, ci riporta al mito di Medusa, è estremamente eloquente: essa riflette, infatti, l’immagine tortuosa e tormentata dell’amore che permette agli occhi di entrare, ma non di uscire. Ma non solo: essa ripropone l’universale tradizione che lega lo strisciante animale alle donne, in quanto signore della fecondità, immagine ambivalente di utero e fallo, ma anche incarnazione di Satana. Nelle chiome delle donne si cela, dunque, la paura maschile dell’ambivalente potere femminile che deve essere, in qualche modo, limitato, addomesticato e indebolito, perché gli uomini vi abbiano accesso senza esserne travolti e distrutti. E’ il potere arcano ed incontrollabile delle sirene, creature ibride tese fra cielo, terra e mare.

Come spiegare, allora, i lunghi capelli, che incorniciavano i visi candidi delle Madonne immacolate? Le chiome svolazzanti al vento erano, in epoche antiche, permesse esclusivamente alle giovinette vergini, definite en cheveux, prima che il matrimonio ne socializzasse il corpo. Invece le donne adulte, se non di facili costumi, serravano le proprie capigliature in un soggolo, per svelarne la bellezza solo al consorte. Riflettiamoci. Sapere da dove proveniamo, può renderci più facile capire chi siamo, oggi. E può renderci abili nel leggere cosa si cela non solo dietro l’icona di una dea o di una santa, ritratta secoli orsono, ma anche dietro l’immagine di una figura femminile che si staglia su enormi cartelloni pubblicitari.

Emma Fenu

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About the author

Emma Fenu

Nata e cresciuta respirando il profumo del mare di Alghero, ora vivo, felicemente, a Copenhagen. Ogni quattro o cinque anni, la mia vita subisce una vera rivoluzione: mi trasferisco in un nuovo paese. Ho vissuto, in precedenza, in Medio Oriente, in luoghi di estremo interesse culturale e storico, che mi hanno permesso di sentirmi "cittadina del mondo".
Sono laureata in Lettere e Filosofia e ho conseguito un Dottorato in Storia delle Arti.
Scrivo per lavoro e per passione; insegno Lingua Italiana agli stranieri; tengo un Corso di Scrittura creativa; recensisco libri e intervisto scrittori; curo l'editing di saggi e romanzi; mi occupo di Storia delle Donne, di Letteratura e di Iconografia.

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