Arte e Fotografia

Lucia Leuci | La ragazza di città

La mostra di Lucia Leuci “La ragazza di città” esposta alla neonata Galleria Tempesta di Milano apre spiragli luminosi sull’evoluzione della società di oggi.
La mostra prende spunto dal film “Il ragazzo di campagna” di Castellano & Pipolo (1984) e ne ribalta il concetto: Renato Pozzetto è un uomo comune che sogna di abbandonare la mediocrità della vita di campagna, dove le uniche prospettive lavorative possibili sono quelle legate all’agricoltura, all’allevamento e alle attività rurali, per accedere alla dimensione urbana della città di Milano, sinonimo di indipendenza economica, ambizione, ricchezza e status quo.
Milano come meta di emancipazione sociale e umana.

L’artista Lucia Leuci gioca a invertire i ruoli e ribalta il senso del film, cosicché l’oggetto del desiderio non è più la città sofisticata e iper-tecnologica, ma il ritorno alla Natura. E quale elemento può meglio rappresentare il contatto con la terra, con i ritmi naturali, con le antiche tradizioni, se non il cibo? E così la Leuci riflette su come i luoghi operativi del commercio sostenibile (fast-food, catene di supermercati, negozi alimentari) siano oggi la nostra finestra sulla MadreTerra, e su come noi inquiete anime metropolitane sfruttiamo il potere dell’immaginazione per illuderci di preservare un qualche contatto con la Natura attraverso piccole azioni, come la scelta di acquistare prodotti biologici o vegani o a impatto zero. Dal supermercato, il cibo arriva nelle nostre cucine e viene manipolato, trasformato e cotto: l’atto di cucinare diviene l’unico reale contatto fisico con la materia agricola, restituendoci quell’illusione di ambiente di campagna, di spazio aperto e naturale, sebbene tutto si svolga nella piccola dimensione di un appartamento di città.

Lucia Leuci, Prosperino, 2020, iron, alabaster powder, watercolor on paper, epoxy resin, pigment, 25x10x28 cm

Ciò che rimane alla fine di questo processo è il cumulo di scarti e avanzi che otturano i lavandini e riempiono le pattumiere delle nostre cucine: l’artista ne recupera il valore estetico e attraverso la resina crea opere e installazioni che celebrano la bellezza semplice e genuina di ciò che normalmente è visto come “spazzatura”. I prodotti esposti sugli scaffali dei supermercati o stipati nei frigoriferi perdono la propria funzione di prodotti commerciali e tornano a essere
“cose vere”, seminate, coltivate e raccolte da un essere umano: cose agricole. Utensili e alimenti diventano metaforicamente luoghi di narrazione e trasformazione di quel poco di naturale che sopravvive nelle nostre vite ingoiate dai ritmi della grande città.

Lo splendido lavoro di Lucia Leuci mi ha fatto ripensare a un aneddoto pubblicato su LinkedIn da Salvatore Majorana, direttore di Kilometro Rosso, il quale ha raccontato di avere ricevuto una candidatura da una persona laureata in fisica con 110 e lode che si chiudeva con alcune esperienze lavorative, non citate nel suo percorso formativo ufficiale poiché non inerenti. Una di queste esperienze riguardava l’orto che questa persona cura regolarmente in campagna, “un progetto nato senza impegno fra amici che si è trasformato in vera passione e che mi ha permesso, in questi anni passati con la testa fra i numeri, di tenere sempre i piedi per terra. Dedicandomi a queste attività -conclude- sempre con umiltà e fierezza, posso dire di avere colto il senso profondo del lavoro, come valore”.

Lucia Leuci, La ragazza di città, 2020, exhibition view, TEMPESTA gallery, Milan

In effetti l’aneddoto riportato da Majorana ci insegna una bellissima lezione sull’approccio al lavoro, non soltanto fatto di algoritmi, cifre e schermi luminosi, ma soprattutto sull’influenza che la natura continua ad avere sull’uomo, per quanto “ragazzo di città”. Se le città sono lo specchio del progresso umano, sociale, tecnologico e scientifico, d’altra parte il retaggio della cultura naturale resterà sempre una costante nell’evoluzione umana. L’uomo è ammaliato dal progresso, dal cambiamento, dal potere, ma nella sua fragile dimensione umana sente il bisogno di riunirsi alla Natura per sentirsi libero, per ritrovare la propria identità e le proprie radici, quella sfera di tradizioni e valori che non può avere origine dal cemento e dal metallo, ma solo e soltanto dalla terra e dall’acqua.

Lucia Leuci, La ragazza di città, 2020, exhibition view, TEMPESTA gallery, Milan

Ma se l’uomo non può tornare alla campagna, sarà la campagna che va dall’uomo: dalle cascine agricole che verdificano le periferie urbane, una su tutte l’eclettica Cascina Merlata con l’ampio spazio Uptown, alle più estrose iniziative dell’architettura moderna per portare la natura in città attraverso progetti all’avanguardia come fu il Bosco Verticale nel 2014, la modernità ha imparato a dominare questo bisogno intrinseco di ruralità, così come il mercato alimentare ha cominciato a puntare su produzioni eco-friendly, su marchi biologici o su allevamenti etici, accattivandosi i consumatori con slogan come “prodotti a chilometro zero”.

Chi non ha la possibilità di viaggiare fuori città o dedicarsi a un orto troverà nei supermarket il proprio tempio del benessere e porterà il desiderio di natura in tavola. Una magra consolazione forse, ma l’immaginazione non ha confini e ci può essere tanta bellezza anche lì: ce lo dimostrano le opere di Lucia Leuci.

Michela Bassanello 

In copertina: Lucia Leuci, La ragazza di città, 2020, exhibition view, TEMPESTA gallery, Milan

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