Arte e Fotografia

Storia del fotoritratto: da Nadar a Gursky

Entrando nella pancia sinuosa del Seme in vetro e larice dell’Unicredit Pavillon, mollemente disteso tra i grattacieli di Porta Garibaldi a Milano, si percorre un vero e proprio viaggio nella storia della fotografia. Attraverso 170 capolavori provenienti dalla Collezione d’Arte Unicredit di Germania, Austria e Italia (che conta in totale circa 4000 opere) la mostra, aperta fino al 29 gennaio 2017,  esplora il genere del ritratto fotografico partendo dalle prime sperimentazioni di fine Ottocento e arrivando al nostro tempo, quello delle innovazioni tecnologiche e dei nuovi mezzi di creazione, manipolazione e condivisione dell’immagine.

Il ritratto è uno dei generi fotografici più diffusi e praticati da sempre, sia nella sua forma più dogmatica, mirata a esaltare le caratteristiche estetiche di un soggetto umano, sia in altri ambiti più o meno nobili, come la fotografia di moda e pubblicitaria a fini commerciali, il reportage di viaggio e la fotografia documentaria, o il genere fine-art di natura puramente estetica.

Il curatore Walter Guadagnini parte da qui e sviluppa in modo approfondito il tema, contestualizzandolo in diversi momenti storici dell’umanità dalle origini del medium a oggi, operando di volta in volta un interessante confronto con l’arte pittorica, da cui la giovane disciplina ha tratto – e continua oggi a trarre – importanti lezioni.

Se le sezioni di apertura ci raccontano il passaggio repentino dalla pittura alla fotografia sul finire del secolo, quando però artisti quali Nadar e Heinrich Kühn presentavano ancora un rigore formale e pulito memore del repertorio iconografico proprio dell’arte su tela, le sezioni successive mostrano come la percezione dell’immagine sia andata modificandosi parallelamente al ruolo dell’individuo nella società, al suo mescolarsi coi propri simili, fino all’interesse nel ritrarre il corpo come strumento di esplorazione di sé, anche tramite il genere nudo e come protagonista di una performance in atto, una messa in scena.

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Aprono il percorso a piano terra le due sezioni “Il volto della società” e “L’individuo e la massa”. “Il volto della società” presenta una serie di opere che rivelano il carattere antropologico e sociologico del ritratto, che spesso si limita a testimoniare la quotidianità mentre altre volte denuncia apertamente una condizione di povertà e altre problematiche sociali. Sono i primi contributi alla fotografia documentaristica di precursori del genere quali Lewis Carroll, Edward Steichen, Henri Cartier-Bresson, Gianni Berengo-Gardin, Weegee (Arthur U. Felling) e molti altri.

L’individuo e la massa” riguarda lo sviluppo del Ritratto nel corso degli anni Novanta, momento storico segnato da una forte presa di coscienza sul proprio ruolo sociale e sulla dimensione politica in cui l’uomo vive, e proprio questo nuovo spirito di affermazione emerge per esempio dalla grande installazione di Vladimir Kupriyanov, il quale osserva la sua contemporaneità a cavallo tra l’epoca tardo-sovietica e la rivalsa della democrazia. Altri artisti come Andreas Gursky, ManfreDu Schu e Mark Power pongono al centro della propria ricerca il bisogno di comune appartenenza a qualcosa di più grande e saldo, bisogno che si esprime anche nella condivisione di spazi, sentimenti e ideologie sociali; nel caso di Gursky tuttavia prevale un ineluttabile cinismo di fondo per il quale l’individualità viene meno dinnanzi alla “maestosità e insensatezza del paesaggio umano”. Il meccanismo opposto alla massificazione dà vita a fenomeni sociali quali l’estraniazione, l’esclusione emotiva o l’asocialità, come riportano i lavori di Thomas Riff, Florian Süssmayr, Francesco Jodice e Massimo Vitali.

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Al primo piano, la sezione “L’artista come modello” celebra la tradizione del ritratto d’artista, dimostrando ancora una volta quanto l’arte pittorica continui ad ispirare la fotografia anche in epoca contemporanea. La modalità del ritratto d’artista, in fotografia come in pittura, svela un rapporto molto personale e rispettoso tra chi ritrae e chi viene ritratto: entrambi abbandonano i ruoli canonici di fotografo e soggetto per recuperare quel rapporto di parità e intimismo che prescinde dall’atto della creazione artistica. Troviamo qui i chiaroscuri di Heinrich Kühn, gli scatti surrealisti di Herbert Bayer, gli scorci urbani e le atmosfere polverose e senza tempo di Josef Sudek. Tra i grandi maestri italiani invece si annoverano un Aurelio Amendola elegantissimo, poi alcune istantanee squisitamente granulari di Nino Migliori, e ancora Mimmo Jodice, Elisabetta Catalano.

A latere, la sezione “Hall of Fame” ripercorre la storia della ritrattistica della celebrità come fenomeno culturale che da sempre veicola l’attenzione delle masse verso volti noti in qualsiasi ambiente sociale, non solo per fini promozionali ma anche per avvicinare idealmente le persone comuni ad una realtà illusoria e scarsamente accessibile, tanto da condurre in alcuni casi all’idolatria o al compimento di gesti drammatici. I primi ritratti storici qui riportati sono di immenso fascino e appaiono ancora cristallizzati su quel confine sfuggente tra estetica pittorica e fotografica: lo sguardo secco e penetrante di Charles Baudelaire è talmente vivido che pare redarguirci sulle cattive abitudini dell’uomo moderno e sullo smarrimento del senso estetico. I differenti ritratti eseguiti a letterati e intellettuali ci osservano, ci giudicano, e sembrano suggerire che non sia trascorsa nemmeno un’ora dalle sedute di posa con Nadar, Man-Ray, Etienne Carjat, Horst P. Horst e altri pionieri della fotografia.

LEAD Technologies Inc. V1.01 Il percorso termina nella Green House, all’ultimo piano del Seme, con le due sezioni “Il ritratto del corpo” e “La messa in scena”. Questo ambiente presenta un’accurata indagine sul corpo umano e sull’utilizzo della fisicità per esprimere un concetto, un’idea, un sentimento, una condizione umana non sempre dignitosa: le prostitute di Bellocq, i nudi di Kertész e l’erotismo porno-chic di Olga Wlassics sono un prodotto culturale degli anni Quaranta, cui segue negli anni Sessanta la ricerca sociologica di Diane Arbus sulle contraddizioni e le anomalie della società americana post-bellica, tutto fuorché patria di eroi. Dagli anni Ottanta in poi, Gerhard Richter e successivamente Francesca Rivetti chiudono questo percorso immaginario riconducendo il genere l’uno ai confini dell’astrazione, l’altra verso il diradarsi del corpo fino a scomparire e amalgamarsi con l’ambiente circostante.

Una parabola discendente che si spera possa intraprendere anche la fotografia contemporanea, verso la purificazione dai suoi tre grandi vizi: la massificazione del medium, l’elementarizzazione dello strumento tecnico e la sovrapproduzione di immagini. Solo allora forse potremo rispondere con fierezza a quello sguardo, persino oltre lo schermo digitale.

Michela Bassanello 

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About the author

Michela Bassanello

Nata nel mese di marzo del 1990. Ha studiato lingue al liceo e poi Scienze dei Beni Culturali e dello Spettacolo all’università Statale. Dal 2015 lavora come assistente di galleria (da gennaio 2017 per Galleria PACK di Milano) e nel tempo libero scrive online di arte e fotografia.

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