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Letteratura femminile: tutte le volte che una penna ha riscritto le regole

Sappho and Erinna in a Garden at Mytilene 1864 Simeon Solomon 1840-1905 Purchased 1980 http://www.tate.org.uk/art/work/T03063

Oggi, nei paesi in cui la libertà di espressione è tutelata come una componente imprescindibile della società, una donna che sceglie di fare la scrittrice o la giornalista ha il diritto di attingere a pressoché infinite possibilità espressive, creative e professionali, raggiungendo un pubblico sempre più vasto ed eterogeneo. Questo beneficio, che permette a tutte noi di riflettere e condividere il nostro pensiero, non deriva da un diritto di nascita da sempre esistito, ma è anzi il risultato di enormi conquiste ottenute da donne che hanno osato scardinare le regole, generando consapevolezza sulla condizione del sesso femminile attraverso il merito e il talento in una società in cui il femminile aveva molti doveri e ben pochi diritti, come nella grammatica. Parliamo di donne che si sono viste costrette ad adottare una mentalità maschile, spesso a discapito della propria immagine e reputazione personale, per dimostrare agli uomini quanto questi si sbagliassero, con quel misto di ribellione e amore passionale che solo la natura femminea può covare in sé.

Quest’anno vogliamo dedicare la Giornata internazionale della Donna a tutte quelle figure precorritrici che hanno aggiunto un nuovo capitolo alla storia della Letteratura, scrivendo pagine il cui eco si riverbera ancora oggi nel nostro pensiero e nelle nostre azioni.

In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Enḫeduanna.

Il primo poeta nella storia dell’umanità fu donna: poetessa, sacerdotessa e principessa figlia di Sargon, re di una delle più fulgide dinastie mesopotamiche. Visse intorno al 2.300 a.C. ed ebbe nella Mezzaluna Fertile la sua culla e nella città di Ur il suo veneratissimo tempio dedicato al dio-luna Sîn.

La sua più celebre opera è “L’esaltazione di Inanna”, anche conosciuta come “Ninmesharra” dall’incipit del primo verso, una poesia scritta in lingua sumerica e tramandata in oltre cinquanta frammenti di tavolette cuneiformi che testimoniano la grande popolarità e diffusione della poetessa fra i più influenti circoli scribali di cultura sumerica. Nell’opera la poetessa narra la sua fuga da Ur e invoca gli dèi, e in particolare Inanna, affinché la liberino dal suo esilio; la poesia si conclude con il ritorno vittorioso della sacerdotessa al tempio di Ur. Tale opera ebbe un profondo riconoscimento nella letteratura religiosa sumerica che la considerava uno dei dieci componimenti spirituali più significativi dell’intera produzione.

Disco di Enheduanna, 2350-2300 aC, Penn Museum, Philadelphia (PA)

Ideali discendenti di Enheduanna sono le Poetesse Elleniche, originarie dei territori della Grecia antica: Praxilla, Merò, Anite, Saffo, Erinna, Telesilla, Corinna, Nosside, Mirtide. Secondo le fonti furono le prime componitrici del mondo greco, anche se tristemente oscurate dall’aura accecante di Saffo, somma poetessa dell’eros. Fu Antipatro di Tessalonica a evocarle in un suo componimento incluso nell’Antolgia Palatina: nove poetesse, come le Muse, nate dalla terra “per eterna letizia degli uomini”.

Di Praxilla la storia narra che Aristofane ne parodiò alcuni versi nelle Vespe e nelle Tesmoforiazuse; fu molto discussa per avere composto carmi conviviali e ditirambi dedicati a Dioniso, che le attribuirono l’immagine oscura di poetessa incline ai piaceri del vino. Come biasimarla?

Anite, originaria di Tegea in Arcadia, fu la prima poetessa a portare l’epitaffio dalla solida pietra ai versi cantati della poesia bucolica, e creò innovazioni accattivanti come la personalizzazione dell’epigramma e gli epitaffi con protagonisti animali; i suoi esperimenti ispirarono molti poeti futuri, tra cui Catullo.

Erinna fu una poetessa dorica nata sull’isola di Telos e il fatto che i suoi scritti parlino principalmente di morte può spiegarsi nella tragica perdita della cara amica Bauci. Infatti il trauma fu tale da ispirare la sua più celebre opera “La conocchia”, un bellissimo e struggente lamento che prende il nome dalla fibra avvolta sulla rocca durante la filatura: un forte rimando al mito delle Parche tessitrici del filo della vita, e perciò simbolo di un’infanzia serena ormai perduta, trascorsa a svolgere le più semplici attività quotidiane e a fantasticare sul futuro, sui sogni e le speranze di due giovani amiche in procinto di diventare donne. Il papiro originale della Conocchia fu rinvenuto negli scavi condotti da da Annibale E. Breccia a Behnesa nel 1928, ed è conservato alla Biblioteca Medicea Laurenziana di Firenze.

Erinna, Alakata – La canocchia, I aC, Biblioteca Medicea Laurenziana, Firenze

Forse non tutti sanno che Telesilla di Argo, colei che donò alla letteratura il verso telesilleo, è ricordata non solo come poetessa, ma anche come eroina nazionale per avere guidato le donne di Argo armate fino ai denti nella difesa della città contro l’esercito spartano di re Cleomone I.

Invece Nosside, che fu epigrammista e seguace di Saffo, è ricordata per la delicatezza e finissima semplicità dei suoi versi dedicati all’amore e all’universo femminile; amava ritrarre la bellezza dei rapporti fra madri e figlie e descrivere le attività delle donne comuni dell’antichità, come i viaggi spirituali delle cortigiane, o la quotidianità della vita muliebre.

Riguardo a Merò di Bisanzio poco si sa, ma quelli di voi che amano unire i puntini e trovare congiunzioni fra le pieghe dell’universo saranno felici di sapere che fu la madre del poeta Omero.

Nella Roma antica, in particolare durante l’epoca di Augusto, le donne assaporarono profondi cambiamenti a favore della parità di genere, come l’abolizione di alcune leggi in materia matrimoniale, e molte di esse furono in grado di acquisire diritti, libertà e privilegi fino ad allora inimmaginabili. Durante questa fase di emancipazione le donne romane ebbero accesso a nuove possibilità lavorative e posizioni di prestigio in materie a loro precluse come la giurisprudenza, la medicina e la letteratura. Fra le donne di cultura di epoca romana la più influente fu senza dubbio Sulpicia, la poetessa innamorata dell’amore, che studiò e praticò la scrittura frequentando il circolo intellettuale fondato dallo zio e generale Messalla. Sulpicia è ricordata per aver composto le uniche poesie d’amore scritte nell’antica Roma e giunte fino a noi, e per uno straordinario colpo di fortuna si può dire, poiché se non fossero state inserite nel corpus di opere del poeta Tibullo sarebbero quasi sicuramente state distrutte, dimenticate o corrose dalle sabbie del tempo.

Purtroppo le poche conquiste ottenute dalle donne in ambito culturale, come la libertà di scrivere e comporre poesia, studiare e nutrire una mente pensante, furono estirpate con la caduta dell’Impero Romano prima e con l’avvento del Cristianesimo poi, che avrebbe grevemente condannato ogni forma di attività femminile di natura intellettuale, giudicando le donne colte eretiche se non addirittura demoniache. Tuttavia la letteratura tardo-medievale risplenderà con l’opera di una figura tanto avanguardista da far apparire incredibile la sua collocazione storica: Christine de Pizan. Nata a Venezia nel 1365 si trasferì in Francia a quattro anni con il padre, medico e astrologo alla corte di re Carlo V, e grazie a lui ricevette un’educazione scolastica per divenire una donna colta e rispettata dall’élite francese. Dopo la tragica morte del padre e del marito, nel 1390 Christine si ritrovò vedova ad appena venticinque anni con i figli a carico e oppressa dai debiti. Costretta a reinventarsi, cominciò a ragionare in termini maschili e iniziò a scrivere per denaro divenendo la prima scrittrice professionista della letteratura francese. Studiando i classici come Ovidio, i contemporanei francesi, i grandi componimenti medievali e la poetica di Dante, Boccaccio e Cecco d’Ascoli, Christiane compose poesia lirica per deliziare il pubblico colto della Francia del XV secolo e in questo modo acquisì sempre maggiore cultura che le valse il titolo di umanista. A partire dal 1402 si dedicò a pubblicazioni di natura più filosofica e di impronta femminista, dando alla luce le due celebri opere Livre de la Cité des Dames del 1405 e il Dettato dedicato a Giovanna d’Arco, terminato poco prima di morire.

Christine De Pizan, miniatura proveniente da un manoscritto medievale

Oltre al saper spaziare dalla poesia alla narrativa, dalla saggistica alla politica, ciò che fa di Christine de Pizan una professionista di insuperabile modernità è senz’altro il suo spirito imprenditoriale: Christine riunì nella sua bottega una équipe di prestigiosi copisti, rilegatori e miniatori che firmavano e dedicavano per lei i manoscritti prima di spedirli ai destinatari, e in questo modo diede vita una eccellente filiera editoriale in miniatura. Dalla scrittura alla produzione alla vendita dei libri, Christine de Pizan anticipò la moderna concezione di editoria di quasi trecento an

E tutte le donne insieme dovrebbero cospargere di fiori la tomba di Aphra Behn, che si trova assai scandalosamente, ma direi giustamente, nell’abbazia di Westminster, perché fu lei a guadagnare loro il diritto di dar voce alla loro mente(Virginia Woolf – Una stanza tutta per sé.)

Più avanti, in terra anglosassone, Virginia Woolf ci ricorda nel magnifico saggio del 1929 “Una stanza tutta per sé”, che la letteratura femminile inglese fu ancora una volta generata da una donna. Aphra Behn, nata a Canterbury nel 1640, fu infatti la prima donna inglese a scrivere per denaro. Anche in questo caso si tratta di una situazione-limite, dato che Behn, rimasta vedova durante le guerre con l’Olanda, si ritrovò nel 1666 ad Anversa come spia del governo a lavorare sottopagata e in condizioni deplorevoli e così spinta dal bisogno iniziò a scrivere per guadagnare soldi. Nel corso della sua vita scrisse commedie, romanzi e poesie, oltre a qualche traduzione, ma la sua fama risiede nel corpus di opere teatrali. La figura di Aphra Behn fu sempre molto controversa per la tendenza a toccare tematiche scabrose e oscene come la prostituzione e la violenza sessuale, l’impotenza e soprattutto l’omosessualità, tema centrale in tutta la sua produzione. Anche l’aver dato ampio spazio alla condizione marginale e subalterna della donna nella società la rese vittima di ostilità e pregiudizi da parte degli ambienti intellettuali della middle-class britannica. La sua opera più nota, “Oroonoko, or the Royal Slave”, trae ispirazione dall’incontro con un principe africano in schiavitù conosciuto durante una visita a una colonia inglese in Venezuela; quest’opera è ancora oggi considerata il primo romanzo antischiavista e “abolizionista” mai scritto prima da una donna, la cui grande modernità è nel delicato equilibrio di ragionamenti che Aphra Behn imbastisce su una tematica estremamente complessa come quella dello schiavismo di epoca coloniale, e che la porta infine a conclusioni di sconcertante attualità.

Ancora in ambito editoriale, nel Novecento grandi grandissime cose fece la casa editrice La Tartaruga, prima casa italiana specializzata in letteratura femminista e prime traduzioni di grandi opere della letteratura mondiale. La sua fondatrice Laura Lepetit si fece le ossa di editore nella Milano degli anni Sessanta frequentando Carla Lonzi e altre personalità legate alla libreria Milano Libri, che avrebbe poi acquistato salvandola dal fallimento; nel 1975 si rese conto che l’opera “Le tre ghinee” di Virginia Woolf (1938) non era mai stata tradotta in italiano e da lì nacque l’idea di fondare La Tartaruga, che esordì proprio con la Woolf. Nel 1998 la Tartaruga fu ceduta a Baldini e Castoldi, ma resta tuttora una splendida testimonianza di editoria italiana per il ruolo strategico che ebbe nella diffusione del pensiero femminista e nella scoperta e riscoperta di talenti femminili sia italiani, come Anna Banti, e sia stranieri, di cui Virginia Woolf, Gertrude Stein, Doris Lessing e Alice Munro.

Milan, Italy, December the 13rd, 2009. Laura Lepetit, who founded ‘La Tartaruga’, the most important literary editions in feminine and feminism. © Leonardo Cendamo

Laura Lepetit ama definirsi una “femminista distratta” (tanto da battezzare così la sua autobiografia edita da Nottetempo) nel senso che in principio era una donna e mamma come tante altre, e anche più tardi nelle vesti di editore ha saputo amalgamare la freschezza dei piccoli momenti casalinghi e quotidiani con l’amore per la sua professione, per la ricerca e le attività intellettuali. D’altronde per Laura Lepetit l’editoria è un mestiere femminile, e “per fabbricare un libro ci vogliono cure e pensieri come per un figlio, bisogna inventarlo, prepararlo, seguirlo fino a che esce di casa e poi trepidanti seguire i suoi successi o insuccessi: un lavoro perfetto per una donna.”*

Insomma, la storia della Letteratura è una grande mappa densa di itinerari tracciati da molte donne antiche, moderne e contemporanee: scrittrici, poetesse, critiche, saggiste, giornaliste, drammaturghe, sceneggiatrici , editrici e così via. Dopo il tramonto della letteratura classica antica, che aveva più a cuore la poesia d’amore, la narrazione epica e i temi della quotidianità, più tardi impugnare una penna e scrivere significò per le donne un atto di coraggio, una forte esigenza di rompere le regole, un tentativo di minare le barriere culturali, sociali, politiche e mentali del proprio tempo. E il fatto che in molti momenti della storia ricorrano ciclicamente figure innovatrici, dall’età antica fino agli anni Duemila, che ogni “prima volta” fosse un nuovo salto nel buio rispetto al passato, fa riflettere. La sensazione è che le fondamenta della parità di genere siano state eternamente destinate a sgretolarsi e risorgere sulle proprie ceneri fra un tempo e l’altro della storia. La supremazia maschile è ancora oggi tangibile in molte, troppe, culture del mondo ma il problema non è mai soltanto degli uomini. Sempre in “Una stanza tutta per sé” Virginia Woolf parla del sesso femminile come di “specchi magici e deliziosi” per gli uomini che amplificano la loro immagine, ne rinforzano il potere e li fanno sentire forti, superiori, marmorei, giganteschi. Però Christine de Pizan, Aphra Behn, Laura Lepetit e molte altre autrici del passato e del presente hanno frantumato quello specchio e dall’impatto sono nati cento milioni di frammenti che da schegge si sono fatti penne. Marzo è il mese che chiede di impugnare quelle penne e scrivere, di raccogliere quelle schegge e rompere. Regole, muri, maledizioni, tradizioni, preconcetti e specchi. Gli specchi degli altri, di chi non riesce a ribellarsi e denunciare, ma prima ancora lo specchio dentro di noi.

*(tratto da “Laura Lepetit” di Cristina Carnelli su Enciclopedia delle Donne)

Michela Bassanello 

In copertina: Sappho and Erinna in a Garden at Mytilene, Simeon Solomon, 1864, Tate Britain, Londra

About the author

Michela Bassanello

Nata nel mese di marzo del 1990. Ha studiato lingue al liceo e poi Scienze dei Beni Culturali e dello Spettacolo all’università Statale. Dal 2015 lavora come assistente di galleria (da gennaio 2017 per Galleria PACK di Milano) e nel tempo libero scrive online di arte e fotografia.

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