Arte e Fotografia

L’eredità di Carla Lonzi in mostra al Museion di Bolzano

Doing Deculturalization è un viaggio sul rapporto tra il femminismo italiano degli anni ‘70 e l’arte e, al tempo stesso, una riflessione sull’arte femminista alla luce del fenomeno di deculturalizzazione, inteso tanto nella sua accezione storica quanto in chiave attuale. La mostra, visitabile fino al 3 novembre 2019 presso il Museion di Bolzano, è un invito a porsi degli interrogativi su quanto e come tale fenomeno possa realmente liberare forme di resistenza e di autonomia, costituendosi come una critica effettiva delle strutture colonizzatrici del potere.

Il filo rosso che guida nel percorso espositivo curato da Ilse Lafer si dipana a partire dalla tesi di Carla Lonzi, critica d’arte ed esponente di primo piano del movimento femminista in Italia, secondo cui l’inclusione delle donne nella società abbia sempre implicato una forma di colonizzazione culturale.

“La deculturalizzazione per la quale optiamo è la nostra azione” scriveva Lonzi in “Sputiamo su Hegel” (1970), il punto di partenza della riflessione storico-filosofica sul ruolo delle donne nella società: non c’è ambito in cui il femminile risulti organizzato autonomamente ma, al contrario, è costante il suo asservimento al modello patriarcale. Ecco che la deculturalizzazione, intesa come “sottrazione dalla norma”, diventa l’unico modo per intraprendere la strada dell’affermazione e del riconoscimento autentici.

“Doing Deculturalization”, Museion, Bolzano. Ph. Luca Meneghel

Le opere in mostra riflettono questo processo attraverso una decostruzione del linguaggio verbale che vira verso nuove forme espressive caratterizzate dalla commistione tra parola e immagine, segno astratto e materiali della quotidianità.

Con grande attenzione, equilibrio e cura per i dettagli, Lafer ha concepito e realizzato un percorso espositivo che si sviluppa tra opere, installazioni e materiali d’archivio: c‘è la ricostruzione storica del periodo di Lonzi e delle artiste attive negli anni ’70-’80, c’è l’iper-contemporaneità dell’oggi, rappresentata da alcune delle esponenti più interessanti nel panorama attuale.

Le opere di artiste quali Carla Accardi, Rosa Panaro, Gina Pane, Ketty La Rocca, Marisa Merz definiscono meglio di qualsiasi descrizione verbale il vuoto generato volutamente dalle artiste per creare una frattura e stabilire un prima e poi nella storia: l’architettura dell’allestimento riproduce, a sua volta, questa frammentazione isolando fisicamente i lavori delle artiste. Muovendosi negli spazi bianchi e luminosi, il visitatore percepisce la discontinuità ricercata con fervore e, al tempo stesso, riesce a cogliere affinità e analogie, sebbene le opere esposte appartengano a filoni artistici ben distinti, dal minimalismo alla video-art.

“Doing Deculturalization”, Museion, Bolzano. Ph. Luca Meneghel

La documentazione della Cooperativa Beato Angelico, raccolta e conservata da Suzanne Santoro e oggi consultabile integralmente presso la Casa Internazionale delle Donne a Roma, racconta un pezzo importante di questo straordinario momento di cambiamento e di presa di coscienza da parte delle undici fondatrici che gestirono lo spazio espositivo di via del Beato Angelico, un momento di svolta e di rottura ma anche generativo di rapporti e di nuove connessioni che si propagano ancora; allo stesso modo, la Collezione Mirella Bentivoglio del MART emerge in quanto pietra miliare delle numerose attività condotte per dare visibilità all’arte femminile.

Tra le opere a noi contemporanee, colpiscono i lavori di Moyra Davey, in particolare il suo Time to Live (2014) un collage di fotografie che l’artista piega a forma di busta e spedisce ad amici e conoscenti; questi oggetti attraversano il mondo ed entrano dunque in contatto con le vite di diverse persone per poi tornare al punto di partenza ed essere assemblati in un reticolato che evoca storie, scenari e in alcuni casi persino ricordi. L’installazione La rivoluzione lentissima (2016) di Margherita Morgantin, concepita per lo spazio della quarta vetrina della Libreria delle Donne di Milano,  è un’opera che condensa una molteplicità notevole significati, da quelli delle scritte scomposte nei singoli sacchetti al materiale stesso la cui trasparenza rende possibile un contatto tra l’interno e l’esterno.

“Doing Deculturalization”, Museion, Bolzano. Ph. Luca Meneghel

Estremamente interessante il lavoro di Nadira Husain, presente con alcuni quadri realizzati utilizzando una tecnica tradizionale indiana, chiamata kalamkari: a seguito di una collaborazione con alcuni richiedenti asilo in Germania, Husain ha realizzato Ici, Riace e Ici, Lewinsky Park, entrambe dedicate a due vicende di integrazione dei migranti nella vita attiva delle comunità in cui sono approdati. Un dittico che fa riflettere e che rivela, ancora una volta, la capacità dell’arte di raccontare l’attualità con efficacia disarmante.

Cristina Cassese

About the author

Cristina Cassese

Classe 1982, tarantina d’origine, cittadina del mondo. Cristina ha studiato storia dell’arte e si è specializzata in antropologia culturale ed etnologia. Di recente ha intrapreso un percorso di approfondimento e ricerca in ambito pedagogico. Insegna discipline storico-letterarie e vive a Roma.

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