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Le influenze Felliniane nell’arte di David Lynch

Comprendere il nostro inconscio è probabilmente impossibile, ed appartiene alla sfera del mito e dell’arte nella sua forma più pura.

Chi conosce Lynch sa bene che i termini bellezza e arte, hanno per lui un significato semantico del tutto peculiare.

Lynch ama la fenomenologia organica, ama il disegno infantile e anche quello più concreto, sembra quasi contraddirsi in questi suoi gusti artistici, ma non lo fa realmente.

Gli aspetti del reale e dell’arte, per Lynch, non possono realmente contraddirsi, in quanto figli della stessa madre: la dimensione onirica.

In questo aspetto il grande maestro dell’inconscio, ammette di trovare fonte d’ispirazione nelle pellicole di Federico Fellini, con il quale ha avuto spesso modo di incontrarsi.

Il regista riminese gli avrebbe confessato, nell’ultimo periodo di convalescenza, di essere rattristato all’idea che i giovani si stessero allontanando dal fascino del cinema per inseguire l’attrazione ben più facile e fruibile della televisione.

Lynch si dichiara fortemente legato alle sequenze oniriche tratte da “8 e mezzo”. La famosa scena finale del girotondo dei 152 personaggi al suono della marcia da circo di Nino Rota rappresenta per lui l’apice del lato oscuro, malinconico e “strano” di Fellini.

Il legame che stringe i due maestri si basa inoltre sull’importanza del disegno. Entrambi, nella creazione di una storia, si affidano ad idee visive piuttosto che a sceneggiature o scritture.

Lynch e Fellini, nella loro espressione della parte più profonda dell’essere, si dimostrano “Artisti” prima ancora che registi.

Affascinanti, inquietanti. Le loro pellicole trasudano sogni, desideri, incubi più remoti, contorte visioni e ritrovamenti del passato.

Il risultato è quasi sempre il medesimo, una pellicola che attrae fuggendo il presente, avvicinandosi alla beatitudine del sonno.

Risulta inoltre incredibile, come per entrambi, la figura della donna sia vissuta nel medesimo modo.

Sia essa l’amante ritrovata o la madre perduta, la vittima di abusi o la femme fatale, sembra proprio che al sogno di un uomo sia necessario ed inevitabile associare il sostegno di una donna.

Osservando le lore pellicole è come se, partendo da “La dolce Vita” passando per il “Satyricon”, perdendosi nei meandri di “Eraserhead” e finendo nell’incubo di “Inland Empire” (solo per citarne alcuni), Fellini e Lynch volessero comunicare allo spettatore una sola cosa: “Noi chiudiamo gli occhi. Voi, apriteli”.

 

 

About the author

Vanessa Toma

Appassionata di arte, cinema e messa in scena fin dalla tenera età. Si approccia alla vita teatrale entrando in contatto con maestri, quali Albertazzi. Capirà presto, di preferire la vita affascinata da spettatore a quella di protagonista