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Le più brutte cover di album degli ultimi 20 anni. Una crisi irreversibile?

Parliamo di dischi. Non del loro contenuto musicale ma dell’aspetto estetico, la copertina per la precisione. Quanto sono in grado di colpire e restare impresse nella memoria  le cover degli album dell’ultimo decennio rispetto a quelle di anni fa?

A cura di Sandra Branca e Angelo Rizzo

Quanti di voi si ricordano, senza googolare, la copertina dell’ultimo disco dei Coldplay o di Drake? Tutti, o quasi, ricorderanno immediatamente l’immagine del bimbo in acqua di Nevermind dei Nirvana. Paul Simonon dei Clash che distrugge il suo basso al Palladium di New York nel 1979 richiama subito alla mente la copertina di London Calling. E chi non ha presente la celeberrima copertina di Andy Warhol per i The Velvet Underground & Nico, con una banana gialla in primo piano ovvero la raffigurazione in copertina della pop art?
Il momento più alto nella storia delle cover è sicuramente rappresentato dalle celebri creazioni di Storm Thorgerson per gli album dei Pink Floyd: immortale il Prisma di Dark Side of The Moon, iconica la Mucca Lulubelle III di Atom Hearth Mother, forse più di Algie, il maiale gonfiabile nella copertina di Animals; psichedelica la ricorsività abissale del ritratto dei Pink Floyd nella copertina di Ummagumma.

La copertina di un album, a partire dai vinili negli anni cinquanta, è diventata fondamentale o quantomeno lo era, per l’immagine, per il lancio di un album, per la sua permanenza nella memoria storica di intere generazioni.
Quando provocatorie e ultra censurate, come Yesterday and Today dei Beatles, Lovesexy di Prince o, arrivando agli anni ’90, Come to daddy di Aphex Twin, solo per nominarne alcune.

La copertina di un album è stata molte volte una copertina d’arte. È di domenica scorsa un interessante articolo di Vincenzo Trione apparso su La Lettura sulle copertine realizzate da artisti per il mondo della musica. Spiccano la bellissima Power, Corruption and Lies dei New Order, una riproduzione di A basket of Roses di Henri Fantin-Latour; Keith Hering per Without You di David Bowie; tanto essenziale quanto forte l’immagine della mosca su una pillola, di Damien Hirst per I’m with you dei Red Hot Chilli Peppers, così come l’attimo di rottura di un uovo, copertina di Urs Fisher per It’s Blitz! degli Yeah Yeah Yeahs.
Altre volte invece la cover di un album è in totale a-sintonia con i brani all’interno, come in 20 Jazz Funk Greats dei Throbbing Gristle. Oppure l’immagine ha colpito così tanto il pubblico da essere risultata significativa per le vendite dell’album, come accadde per le opere di Barry Godber (l’uomo schizoide del ventunesimo secolo e il re Cremisi) per The Court of King Crimson, dei King Crimson, per cui molti comprarono il disco per la copertina senza neppure conoscerne il contenuto o l’autore.

L’impressione è che oggi qualcosa sia cambiato e che le copertine non siano più belle o toccanti o scioccanti come un tempo. Le motivazioni di questa tendenza nelle attuali creazioni discografiche, che tocca trasversalmente ogni genere musicale, sono molteplici. In primis commerciali, ca va sans dire. Il crollo inarrestabile del mercato “fisico” musicale, cd su tutti, ha portato le case discografiche a limitare all’osso il budget dedicato alla copertina. Lo streaming o il download della musica digitale non riserva nessuno spazio adeguato all’immagine e il passaggio dal formato della copertina del Vinile all’anteprima su uno smartphone serve da solo a spiegare tale involuzione. Segue poi la poca voglia di rompere gli schemi, di creare uno shock visivo forte.
Tempo fa Peter Saville, graphic designer e art director, cofondatore della Factory Records e responsabile di copertine come Unknown Pleasure o Closer dei Joy Division, come di molte altre dei New Order, ha dichiarato “the Album cover is dead”, aggiungendo che quando era quindicenne le copertine degli album avevano rappresentato per lui una finestra su un altro mondo mentre oggi si assiste a un declino della cover art. E basta guardarsi attorno per trovare difficile dargli torto.

Se volessimo stabilire dei criteri minimi per capire cosa sta succedendo nel mondo delle copertine musicali, potremmo trovare tre o quattro aspetti imprescindibili da cui partire: la ricerca artistica di una copertina, la vicinanza tra l’identità dell’album e i tempi in corso, un’ idea forte e nuova alla base. Su questi aspetti possiamo catalogare le copertine degli ultimi anni in tre macro-categorie:

1) Brutte che funzionano

La copertina di Mainstream di Calcutta è oggettivamente brutta, ma furba e volutamente provocatoria. La sciarpa Mainstream agitata a mò di ultrà in mezzo a una folla di turisti in Vaticano è molto hype, lascia il segno, pur essendo all’interno di un contesto visivo disturbante.
Nel brutto che funziona rientra a pieno titolo la cover di Blonde, secondo album di Frank Ocean. L’ansia da prestazione, l’animo timido e problematico dell’artista americano si riflette bene sia nel contenuto musicale che nella copertina. Ci troviamo di fronte a un prodotto esteticamente discutibile ma che centra l’obiettivo.

2) Belle ma manieriste

Molto più ampia questa seconda categoria. In un panorama musicale dove la ricerca sonora è ai minimi termini e si rivisitano pedissequamente generi e stilemi del passato, il discografico si allinea perfettamente a questa tendenza. Cosa dire delle copertine dal gusto retro-wave di Tycho o di Bonobo, che ritornano su uno schema iconografico che dagli anni settanta in poi non ci dice niente di nuovo. La cover dell’ultimo dei Tame Impala potrebbe essere tranquillamente la copertina di un disco di un qualsiasi gruppo progressive ’70. In ambito indie anche una copertina ben riuscita, come quella dell’ultimo dei Real Estate, strizza l’occhio al passato e richiama l’immaginario indie alternative americano dei ’90. Il celebrato esordio di Florence And The Machine (Lungs 2010) è ricco di citazioni musicali, da Kate Bush al classic blues 60’s e la copertina non è scevra da riferimenti vintage.
Dove c’è un minimo di ricerca il risultato è sicuramente gradevole, come in Nothing’s Real di Shura, ma le citazioni del celebre video di Take on me degli A-ha sono evidenti e per inciso i riferimenti agli 80’s sono presenti in tutto il disco. Quando poi troviamo cover album ben fatte, come Every open eye dei Chvrches, non possiamo non notare il riferimento o l’omaggio a classici del passato come il già citato disco dei New Order.

3) Brutte-Brutte

Cover piatte, colori fluo per attirare l’attenzione, copertine in generale didascaliche e poco fantasiose. Il concept visivo è spesso limitato alla banalissima sequenza titolo dell’album-nome dell’artista-foto dell’artista. Gli esempi che rientrano in questa categoria sono diversi: Summer 08 (Metronomy),  Lemonade (Byonce), St Vincent  (St Vincent),  Another one (Mac de Marco),  Starboy (The Weeknd), 48:13 (Kasabian) ,  junk (m83),  The Bride (Bat for lashes).

4)Eccezioni

Può risultare finalmente interessante ritrovare una identificazione tra artista, ambito musicale e copertina come nel caso del sudafricano Felix Laband con l’album Miss Teardrop. Si discostano poi da quanto detto finora la cinematografica copertina di Sky Blue Sky di Wilco o l’enigmatica immagine del cammello su un balcone in Wilco (The Album). Sul versante italiano spicca, ed è una boccata d’aria per le cover nostrane, l’illustrazione punk fluo di Alberto Becherini per Pedate dei Sex Pizzul, uscito solo qualche mese fa.

Quale futuro quindi per le cover degli album? Drasticamente nessuno? Il ritorno del vinile sulla scena, dati alla mano, non aiuta. Nonostante nel Regno Unito le vendite del 2016 siano tornate a livelli del 1991, con una crescita del 50% costante annua, parliamo comunque di briciole (3,2 milioni di vinili venduti) rispetto allo streaming digitale: solo Spotify ha 40 milioni di abbonati premium nel mondo e 100 milioni di utenti attivi; per non parlare della fruizione musicale digitale sotto altre forme: Youtube, Deezer o Vimeo, ad esempio.

Le copertine degli album saranno probabilmente, e purtroppo, destinate a restare un feticcio per una nicchia di persone appassionate della musica anche nel suo aspetto estetico, della sua copertina. Dovremo forse arrenderci, secondo la tendenza generale degli ultimi tempi, a vedere copertine dai colori ipersaturi, banali patterns grafici o paesaggi iper-realistici o, peggio ancora, foto che sembrano copiaincollate da shutterstock; a questo punto tanto vale abolirle del tutto e sostituirle con i loghi di piattaforme streaming.

About the author

Sandra Branca

Delle parole amo la sintesi, il nonsense e le immagini.
Prima scrivo, poi faccio anche altro.

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