Arte e Fotografia

“Le case dell’uomo”: un’antropologia del contemporaneo

Si è conclusa ieri, domenica 24 maggio, a Pistoia la sesta edizione del Festival di Antropologia del Contemporaneo “Dialoghi sull’uomo” che riconferma il successo di una manifestazione di grande interesse culturale. Grandi nomi e grandi temi per una tre giorni all’insegna del dialogo, dello scambio, della condivisione.

SCIANNA - Mostra abitanti - pistoia 2015 mariadipietro_14

Il tema scelto quest’anno come linea guida dal Festival  è stato “Le case dell’uomo – Abitare il mondo“: un argomento attuale e di indubbio interesse per le molteplici sfumature a cui ha dato vita. La cerimonia di apertura ha visto l’inaugurazione di un’importante mostra composta da una selezione di fotografie dell’ Agenzia Magnum, scelte personalmente da Ferdinando Scianna, noto fotografo che per l’occasione si è “vestito” da curatore della mostra.

L’esposizione è nata con l’intento di raccontare attraverso le immagini “l’abitare”, perché la propria casa, o dimora o “nido”, è di per sé l’abitare “vero”, che racconta di noi più di quello che le parole potrebbero fare. 40 fotografie che raccontano questo tema su una scia comune: lo sguardo.

Grandi nomi e grandi temi per una tre giorni all’insegna del dialogo, dello scambio, della condivisione

La kermesse di incontri ha visto interventi di nomi quali Francesco Remotti che ha parlato delle case come “nidi in cui proteggerci”, e anche di come la “socialità” abbia cambiato il nostro modo di vivere gli ambienti domestici: fonte di risorse e nello stesso tempo anche di stress, insidie e pericoli, la socialità non coinvolge solo la nostra vita al di fuori  delle pareti di casa, ma anche all’interno delle nostre stanze.

scianna incontro- Dialoghi sull'uomo - pistoia 2015 mariadipietro

È per questo che gli esseri umani, anche nella propria casa, ricercano sfere di intimità in cui rifugiarsi. E l’intimità, a sua volta, può essere una trappola mortale, se ricercata e vissuta in maniera totalitaria. In questo dibattersi tra socialità e intimità, tra esterno e interno, tra scambio e appropriazione, possiamo intravedere uno dei significati dell’abitare umano, oscillante tra il sostare “qui” e l’andare “altrove”.

Tra gli ospiti anche l’ex calciatore Lilian Thuram che, portando la sua esperienza in prima persona, ha focalizzato l’interesse su come combattere ogni forma di razzismo, sviluppando una profonda riflessione sulle diverse forme in cui può manifestarsi e sulla possibilità, spesso in contesti marginali e periferici come le banlieux parigine, di con-vivere insieme al di là delle differenze.

Giuseppe Scaraffia ha incantato il suo pubblico raccontando le case degli scrittori, a metà tra collezionismo e arredamento. Ha raccontato della casa povera di Balzac, per poi passare a Pierre Loti, attore famosissimo, che portava il nome di un uccellino esotico e di cui si racconta amasse indossare scarpe con i tacchi per via della sua altezza minuta, truccarsi e parlare con una strana voce… La sua casa non poteva che rispecchiarlo: sventrata e trasformata completamente, Loti ne ha ricostruito all’ interno l’Oriente che amava tanto. Loti, da un certo punto in poi della sua vita, fece della sua casa l’unico ambiente in cui vivere: non riuscendo più ad adattarsi all’esterno, si ritirò completamente in quel mondo bizzarro. La sua diventò presto una mania di collezionismo, capace di strappare l’oggetto al suo valore originario, per donargliene un altro tutto personale e intimo.

Sul filo conduttore dell’abitare ritroviamo in un “simpatico” dialogo stavolta tra Ferdinando Scianna e lo scrittore e saggista Marco Belpoliti. La scena si apre con una considerazione di Scianna sull’ “abitare”: questa è una connotazione semantica di cui un fotografo non può trovare riscontro, poiché non si può fotografare l’ abitare bensì gli abitanti.

SCIANNA - Mostra abitanti - pistoia 2015 mariadipietro_3

Subito ci s’interroga su quale sia il potere delle immagini oggi, essendone il mondo dominato. Belpoliti spiega che, ormai, abitiamo due mondi: quello della realtà concreta e quello della realtà virtuale, essendo così chiamati ad abitare entrambe le dimensioni contemporaneamente.

Scianna, dal canto suo, ripercorre i punti salienti della fotografia, soffermandosi su uno dei monumenti di maggior successo che ha realizzato: l’Album di famiglia, espressione culturale dell’epoca moderna, in quanto, prima dell’avvento della macchina fotografica, gli infanti di famiglia venivano ritratti dai pittori. La riflessione di Scianna si allarga anche al nostro presente: tutti fanno fotografia, oggi, tutti fanno “selfie”, in quantità industriali e spesso senza motivo o qualità, ma questo è in fondo anche un perdere il senso di ciò che è la realtà, di ciò che è vivere gli istanti, perdere quelle che son le immagini, la loro essenza più vera.

La fotografia è un istante di tempo alla quale si dà un particolare valore: se si fotografano tutti i momenti in modo indistinto, nessuno di quelli risulterà privilegiato rispetto ad altri, appiattendo così la soglia dell’emozione.

Altro momento di profonda riflessione e confronto su quello che è un tema attualissimo, visto il modo di vivere contemporaneo, è stato il tema che ha trattato Daniel Miller: “interni domestici off-line e on-line”, a dimostrazione di cosa significa vivere in un mondo fatto di tecnologia, ma soprattutto di come si vive questo mondo ormai del tutto mutato.

Miller, partendo dal suo ultimo libro “Cose che parlando di noi”, ha fatto una panoramica su cosa siano gli oggetti, ovvero, quale sia il nostro legame con essi e in che modo noi “gestiamo” le cose quando ci ritroviamo ad affrontare per esempio un lutto, come lo elaboriamo attraverso di essi.

Tra le pagine del libro, viene raccontata la storia di Elia, una donna che ha perso la mamma e la zia e che si ritrova sola, con una valigia piena di loro abiti, che, solo a distanza di anni inizia a tirare fuori e a farne omaggio alle persone che a suo parere sono meritevoli di quel dono. Gli abiti evocano il senso di perdita. E l’esperienza di Elia testimonia come possiamo, tramite anche una sostituzione materiale, essere capaci di fare i conti con la morte stessa.

Gli oggetti svolgono un ruolo cruciale. E gli oggetti delle case ancora di più per il semplice fatto che raccontano di noi, nell’arredo di una casa, nel perché ci sia quel “qualcosa” proprio lì e non da un’altra parte.

vinicio.dialoghi.mariadipietro

Il tutto proiettato anche in chiave social: in un mondo dove la tecnologia la fa da padrona e dove si caricano migliaia e migliaia di foto sui social, di una “parte” di casa o di una banalità del contesto quotidiano, a dimostrazione di come la rete sia anche specchio della propria realtà.

La chiusura del Festival ha visto Vinicio Capossela e Marco Aime analizzare “l’eterno ritorno tra mito e racconto”.

Capossela ha inseguito il mito, il racconto omerico, le voci che vengono da dove la storia cede all’eternità delle storie. Non ha mai smesso di raccontare le distese immaginarie di un paese, sperimentatore di linguaggi, poeta della notte.

Le sue riflessioni incontrano quelle di Marco Aime che indaga amichevolmente sui processi che animano la vita dei paesi, i paesaggi, tuffandosi in un passato che altro non è che un presente diverso, trasformato, spesso trascurato.

Le ultime battute di questo Festival hanno incontrato le parole di uno scrittore oltre che un cantautore, che ha emozionato la folla che alla fine di questa sesta edizione si è data già appuntamento al prossimo anno, per rivivere momenti di condivisione e confronto che non si limitano ad assistere ad uno spettacolo, ma che anzi sono il punto di partenza per riflessioni personali e condivise.

Felisia Toscano 

Foto di Maria Di Pietro

 

About the author

Felisia Toscano

Laureata in Scienze Turistiche, è impegnata nella realizzazione di eventi culturali e turistici.
Appassionata all’arte e alla scrittura, si dedica alla recensione e al racconto di mostre, viaggi, eventi culturali che le permettono di esprimere al meglio le sue emozioni.

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