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Lana Del Rey | Un’estetica pop e decadente

Una “sad girl” da milioni di dischi venduti in tutto il mondo: Lana Del Rey è il caso glam-discografico studiato a tavolino per orde di giovani fan che prediligono (quanto basta) il lato più dark e malinconico del pop.

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Non possiede la sfacciataggine teen di Miley Cyrus (che non perde occasione per mostrare generosamente lingua e fondoschiena) e i suoi testi non parlano di post-sbornie come quelli di Sia (“One, two, three, drink! One, two, three, drink!”). No, no: Lana Del Rey, al secolo Elizabeth Woolridge Grant, è un’icona pop oscuramente più sofisticata. Piace allo stesso target di giovani (e meno giovani), ma ha in sé qualcosa di sfuggente, non categorizzabile in stereotipate casistiche musicali ad uso e consumo dell’adolescente di turno. Certo, anche lei è un prodotto studiato attentamente a tavolino (la sua sofisticatezza sa più di artificiosità che di una contrita scelta di espressione personale) ma l’atmosfera tra il glam e il lunare che le è stata cucita addosso è dopotutto credibile, tanto che non sortisce quell’effetto maldestro di altri casi malriusciti di “popstar a comando“.

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A Lana Del Rey è stato affidato un compito molto più difficile di essere l’ennesima icona pop (e tamarra) di turno. Classe 1985, manifesta sin dall’adolescenza una personalità problematica e sfoga tutta la sua passione nel canto. Trovata la sua strada all’interno di una casa discografica, viene progressivamente e in pochissimo tempo addestrata a diventare la giovane cantante pronta ad esordire nel 2012 con il suo album-successo: Born to die. Già la scelta del titolo (in primo piano su una copertina in cui Lana, in atteggiamento da diva plastica e abbottonata fino al collo, si impone in modo ieratico in tutta la sua prestanza) la dice lunga sulla sua linea stilistica: ok, non c’è più “vera verità” che questa (ovvero che nasciamo per morire), ma un richiamo così diretto alla morte è molto forte e inusuale all’interno della “pop happyness” che caratterizza le compagne di merenda sopra citate.

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La morte e, più in generale, un certo tipo di immaginario dark fanno parte dell’universo di Lana Del Rey in modo costante, tasselli abilmente inseriti per costruire una figura che si destreggia con grazia tra la versione contemporanea della “sad girl” (ricalcando il prototipo della ragazza col broncio e con i tatuaggi di scritte in corsivo, per intenderci) e quella della “bad girl” (anche se decisamente lontana e meno “catttiva” della scena riot americana di qualche anno antecedente).

Una sottile vena nera pervade tutta la sua produzione, soprattutto quella dell’album di esordio: ciò che qualche anno fa le generazioni di adolescenti malinconici cercavano in buona sostanza nella New wave, nello Shoegaze e nel Post punk, i giovani di oggi possono ritrovarlo anche in chiave pop, in una confezione nettamente più edulcorata, scura negli immaginari e nei temi trattati, ma glossy nell’insieme, come lo smalto che Lana usa sulle unghie affilatissime o come i lucidalabbra che passa sulle labbra voluttuose (rifatte, of course, come altre parti del suo corpo, anche se non l’ha mai ammesso pubblicamente).

Lana del Rey - Born to Die

Una specie di bambolina con vestiti ora sottili ora vaporosi e con fiocchi e rose tra i capelli, pronta però a (farsi) esplodere da un momento all’altro. Lana Del Rey non trasmette rassicurazione, ma più una sensazione simile all’inquietudine e all’irrequietezza. E i videoclip realizzati per le sue canzoni giocano molto sul doppio immaginario della deliziosa e brava ragazza che poi, alla fine, tanto deliziosa e brava non è. I video, con i loro scenari americaneggianti e lo stile retrò da Modern Sixties con cui si agghinda Lana Del Rey, richiamano alla mente alcuni aspetti della “gioventù bruciata” alla James Dean, ma il tutto viene mixato attraverso un’accesa contemporaneità, creando mashup visivamente interessanti, difficili da collocare temporalmente.

Voce languida e profonda, testi struggenti e nostalgici, sonorità fumose, gesti lenti e teatrali, primi piani fotografici assolati che “bruciano” la luce del giorno: l’estetica decadente di Lana Del Rey si compone di codici precisi che vengono via via manifestati nei videoclip.

In Born to die la pomposità statica degli interni barocchi e la bellezza statuaria di Lana si accompagnano a bestie feroci stranamente mansuete e scene tragiche di cui la stessa cantante è protagonista in prima persona: poco prima la vediamo scalza e leggiadra con una camicia da notte di seta bianca, poco dopo col volto tumefatto e tutto il corpo ricoperto di sangue tra le braccia del suo uomo, dopo l’incendio (scenografico) dell’auto su cui viaggiavano. Il tutto preannunciato da un climax che ha il suo culmine nella frase pronunciata con tanto di gesto di “taglio alla gola”: “Choose your last words, this is the last time, ‘cause you and I, we were born to die

In Blue Jeans viene messo in scena un pericoloso corteggiamento in bianco e nero, in cui i riferimenti sessuali si sprecano all’interno di una cornice fotografica strepitosamente forte e decadente, avvalorata dall’elemento dell’acqua come fonte di vita e, al contempo, di morte. Il concetto di “Eros e Thanatos”, molto caro ai greci antichi, viene qui riproposto con l’aggiunta di un tono di ferocia animalesca rappresentata dal coccodrillo che nuota nelle acque della piscina.

In Summertime Sadness, un accenno di amore saffico tra le due protagoniste lascia spazio alle scene del loro suicidio, caratterizzato da salti nel vuoto e fragili cristalli che si rompono; mentre in Ride Lana impersonifica una cantante di provincia che è anche la “pupa” di motociclisti attempati, con il testo del ritornello che recita: “I drive fast, I am alone at night, been tryin’ hard not to get into trouble, but I’ve got a war in my mind, so I just ride”. Gli esempi potrebbero essere molteplici su questa scia, fino ad arrivare a National Anthem in cui viene riproposto l’assassinio di J.F.K. con Lana che veste i panni di una nuova Jacqueline Kennedy.

E anche se la tentazione di domandarsi se Lana Del Rey “ci è“ o “ci fa” è forte, forse è irrilevante chiederselo: l’evidenza è che ha incontrato i gusti malinconici di una fetta di pubblico giovanile che in lei vede l’esemplificazione di un immaginario dark, pur rimanendo nel rassicurante mondo del pop. Così, per un adolescente, usare su twitter l’hashtag diffuso dalla stessa Lana Del Rey #happywhenyoucry non risulta poi così triste e depressivo o spaventoso, è un po’ più simile a un gioco, come seguire il tutorial su YouTube per imparare a truccarsi come lei.

Serena Vanzaghi

https://youtu.be/_TQolVbF3kI

About the author

Serena Vanzaghi

Serena nasce a Milano nel 1984. Dopo gli studi in storia dell'arte, frequenta un biennio specialistico incentrato sulla promozione e l'organizzazione per l'arte contemporanea. Dal 2011 si occupa di comunicazione e progettazione in ambito artistico e culturale.

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