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L’amore, gesto etico-politico

Il gesto d’amore nelle sue risonanze pubbliche e private, come elemento fondante della sfera morale, politica e d estetica. Uno stato di bisogno che si manifesta come volontà di apertura al mondo.

 

Scrivere d’amore è sempre difficile. Questo leitmotiv dell’esistenza è, infatti, spesso affrontato in modo banale, scontato, retorico.

Emarginato dal discorso filosofico proprio per la sua delicata evanescenza, oppure, quale rovescio della medaglia, deriso, sfruttato venendo così depotenziato della portata critica che porta in sé.

L’amore, non essendo spiegabile, afferrabile concettualmente, sfugge ad ogni tentativo di trattazione filosofica.

Forse, allora, si tratta più di descrivere un gesto, un gesto etico-politico, in cui  l’amore possa essere inteso in quanto tale,  qualcosa che si rivela, come direbbe Giorgio Agamben, dopo l’atto[1], qualcosa che si può quindi considerare come quella maturità postuma di cui scrive Walter Benjamin nel suo saggio “Il compito del traduttore”[2].

Non si tratta  quindi di dire cos’è l’amore, ma trovare come l’amore si manifesta, seguendo il sentiero tracciato da Walter Benjamin, il quale, nel suo breve ma intenso saggio intitolato “Dialogo sull’amore” scrive che “l’amore non ha alcun diritto di proprietà, l’unico suo diritto è la manifestazione […]alla disponibilità della manifestazione”[3].

Quindi come si manifesta l’amore? A questa domanda si correrebbe il rischio di rispondere con un elenco, cosa che preferisco di gran lunga evitare, avvalendomi piuttosto dell’illustrazione di un aspetto fondamentale ad esso legato, quello di gesto d’amore, nelle sue risonanze pubbliche e private.

Ora l’esperienza che si ha dell’amore, credo, sia altrettanto fuggevole quanto delicata, solitamente intima e riservata al vissuto interiore di ciascuno, ma comunque, traducibile in gesti, aventi un risvolto comune in quanto tutti,  tramite essi,  abbiamo o non abbiamo amato, siamo stati o non siamo stati amati.

Ciò che può accomunare dimensione pubblica e privata riguardo all’amore credo sia il fatto che esso possa essere considerato un bisogno che si può tradurre in un atto etico-politico postumo: qualcosa che si rivela dopo, in quanto, amando, ci accorgiamo troppo tardi di ciò che ci accade e di come, per dirla con Benjamin, quello spreco della nostra esistenza che contrassegna l’amore ci getta nelle braccia dell’Esserci (W. Benjamin, Hascisch a Marsiglia, in “Immagini di città” cit., p. 101) essendo quindi apertura al mondo, nonché alla trama di cose e persone che lo costituiscono.   

Perché amare è un bisogno che deriva da uno stato di bisogno: dalla fragilità ontologica comune, che la solitudine dei nostri momenti di pausa totale ci ricorda. A questo abbandono nel mondo ed alla paura di essere abbandonati, fa fronte la necessità di uno stare al mondo insieme ad altri esseri umani.

Pur senza mai riferirsi espressamente all’amore, quest’apertura al mondo legata al bisogno emerge, in tutta la sua valenza socio-politica oltreché individuale nello splendido libro “La bellezza della persona buona” (Diabasis, La Ginestra, 2009), della filosofa nonché esponente della Scuola di Budapest Agnes Heller, la quale ne  “La teoria dei bisogni in Marx” ha offerto una significativa rilettura del pensiero marxista a partire dal tema dei bisogni e della rivoluzione della vita quotidiana, giungendo ad elaborare una teoria dei bisogni la quale può anche essere veicolo di critica sociale, che l’autrice in questo libro riprende ponendo l’accento sull’etica, senza mai perdere di vista il momento dell’incontro con l’altro, rifuggendo così dal rischio insito ad ogni individualismo: ripiegarsi in se stesso.

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Ed è qui che piano singolare e piano comune si sovrappongono facendo sì che l’amore, così intimo in certi frangenti, crei una breccia nel suo velo, aprendo una costellazione di pensieri ed intuizioni di cui tutti abbiamo fatto, seppur ciascuno a modo proprio, esperienza:  tutti infatti ci siamo trovati di fronte, in contesti pubblici, a persone con bisogni e caratteristiche differenti a cui rispondere, o a dover esprimere i nostri bisogni a persone con caratteristiche diverse, sperando in una risposta corrispondente, o almeno vicina, alla nostre esigenze, quelle che per Agnes Heller sono i bisogni socio-politici.  

Scrive Heller:

“Il bisogno è una categoria sociale. Uomini e donne “hanno” bisogni in quanto “animali politici (zoon politikon), in quanto esseri o attori socio-politici. Eppure i loro bisogni sono sempre individuali” (La bellezza della persona buona, cit., p.28)

Ecco  quindi che, leggendo l’amore alla luce dell’ottica helleriana, lo si intende in quanto bisogno, così esso viene esposto, non più lasciato all’ombra del privato, bensì immesso nella sfera morale, politica ed anche estetica, infatti, prosegue Heller:

“[…] non c’è bellezza senza la percezione di essa […] l’amore è un’emozione, o piuttosto una disposizione emozionale. La bellezza suscita questa disposizione emozionale, e l’amore può anche dare preferenza a un oggetto bello piuttosto che a un altro” (Ivi, p. 131) […] può dipendere dai costumi di una particolare cultura […] Se si attribuisce la dimensione estetica dell’atto alla personalità dell’agente più che alla sua cultura e alla sua abitudine morale, con tutta probabilità si apprezzerà l’agente non solo come persona buona, ma anche come anima bella […] Il suo atto susciterà nell’osservatore non solo apprezzamento ma anche piacere. Anche se si fosse incontrato l’agente solo una volta e non si sapesse nulla delle sue precedenti azioni si sarebbe comunque ancora inclini ad approvare il suo carattere come fonte del suo tatto, della sua intelligenza spirituale, della sua delicatezza, con il risultato che si penserebbe a lui come a qualcuno amabile. ”(Ivi, p. 132).

Heller qui fa riferimento ad un aspetto del comportamento umano, tanto caro anche a Walter Benjamin, sebbene da lui solo accennato in alcuni ma significativi scritti come ad esempio “Piccolo uomo di Londra”[4]: l’amabilità, benché intesa, dal pensatore e dalla pensatrice in questione, in due modi diversi ma tuttavia complementari

Benjamin infatti pone l’amabilità accanto alla semplicità di chi, senza troppe pretese, vive una vita tranquilla, pur abbandonandosi talvolta a sogni ad occhi aperti per sfuggire alla grigia noia del quotidiano, mentre Heller scrive che l’amabilità è sì legata alla delicatezza dell’anima bella che agisce, ma: “certi caratteri possono anche essere amabili se la loro vita emozionale non è bilanciata. Tali caratteri aspirano all’assoluto, all’incondizionato, a qualcosa che è infinito, per esempio un amore assoluto e incondizionato o una libertà assoluta e incondizionata. Non sono sensibili. Possono formulare giudizi ingiusti in nome di una fiducia ingannata e malriposta, e possono con noncuranza accusare persone sagge. Sono coraggiosi: rifiutano appassionatamente ogni dipendenza o soggiacenza a costrizioni sociali, anche al buon senso comune. Possono pentirsi, possono confessare i loro sbagli. Non conoscono odio, fanatismo, e non vogliono ferire nessuno […] (Ivi, cit., p. 136)”.

Citando ancora una volta il benjaminiano“Dialogo sull’amore” si potrebbe suggerire l’assunzione di quell’impegno etico di un “[…] amore che alberga senza desiderio nel nostro petto, come obiettivo forse, non come anelito”.

Quindi, l’obiettivo di chi agisce, l’amore in quanto gesto etico-politico, atto postumo è –  sia per il pensatore tedesco che per la filosofa ungherese –  la manifestazione di atti dotati di bellezza e – come afferma Heller – “la bellezza presuppone un certo tipo di visibilità” (Ivi, p. 130).

Questo manifestarsi, apparire è ciò che accomuna i gesti gli atti in cui essi si realizzano, ai fenomeni siano essi interni a noi, come le emozioni in cui rientra l’amore, sia esterni, ossia le cose che appaiono nel mondo, tra le cui braccia, benjaminianamente parlando, siamo gettati nell’amare.

L’amore quindi, forse, è un medium, l’infra che s’interpone tra il prima ed il dopo di un’azione: un’esitazione che fa rilucere, in seguito, tutta la visibile bellezza dell’atto compiuto da chi è amabile. Amabilità che si espone e ci espone, rivelando ciò che è: la bellezza etico-politica del nostro stato di bisogno.

Silvia Migliaccio

 

[1] G. Agamben, Mezzi senza fine. Note sulla politica,  Bollati Boringhieri, Torimo passim.

[2]   W. Benjamin, Angelus Novus. Saggi e frammenti, Einaudi Torino 1995, p..43.

[3]  W. Benjamin, “Dialogo sull’amore” in Opere complete, vol. I, tr. It. Einaudi Torino 2008.

[4]  W. Benjamin,  “Piccolo uomo di Londra” in Opere complete, vol. V, tr. It. Einaudi Torino 2003.

 

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