Arte e Fotografia

La rivincita degli artisti di Chicago Gli imagisti dell'Illinois in mostra da Fondazione Prada

Chicago: la capitale dell’Illinois, terza città per popolazione degli Stati Uniti,  punto di riferimento mondiale per il Blues e metropoli  multietnica dal forte immaginario urbano. Eppure, negli anni in cui il mondo dell’arte si concentrava sugli Stati Uniti, tutti parevano interessati unicamente a ciò che avveniva a New York, che con l’espressionismo astratto diveniva la capitale artistica del “mondo libero”.

La scena di Chicago si sviluppava così in modo autonomo, del tutto incurante di quanto avveniva nella grande mela. Ma è anche grazie a questa indipendenza che a Chicago si sviluppa un’arte differente che anticipa per certi versi quello che sarebbe avvenuto nel giro di pochi anni nel resto del paese.

Giovani attivisti, beatnik e capelloni disincantati e ribelli,  riuniti in piccoli collettivi rimaneggiavano le avanguardie pittoriche traendo ispirazione tanto dal surrealismo quanto dai fumetti e dalla cultura di massa. Ispirati dai corsi di Don Baum, insegnante e curatore che mirava a proiettare gli artisti di Chicago sulla scena internazionale, divengono noti come Chicago Imagists, nome che racchiude numerosi artisti e diversi collettivi come Roger Brown, Art Green, Jim Nutt, Ed Pashke, Hairy Who e molti altri,  fino ad arrivare ai Monster Roster in cui militavano fra gli altri Leon Golub e H.C Westermann.

A questi artisti è dedicata la grande mostra che Fondazione Prada a Milano, con la curatela del celebre  Germano Celant, presenta fino al 15 Gennaio 2018.  Una mostra “una e trina”, tre mostre che si concentrano su un abbondante ventennio, quello che dal dopoguerra porta alla fine degli anni ’70,  traghettando l’arte lungo un periodo caratterizzato da disprezzo per la guerra e anticonformismo, psichedelia, critica al consumismo e desiderio di culture alternative.

Leon Golub (Chicago, 1922; New York, 2004)  è l’artista che apre questo trittico espositivo, con ben due ampi spazi a lui dedicati: la galleria sud e quella nord dell’elegantissima fondazione. Artista nato a Chicago nel 1922 e attivista antimilitarista, l’immaginario di Leon Golub è profondamente segnato dalla guerra. Una guerra vista in modo crudo, senza eroismi e senza magnificenza, evidenziata nei suoi lati più spregevoli: aguzzini e vittime, il gioco di potere che porta a infierire sui prigionieri, dipinto in modo secco, senza abbondanza di particolari ma anzi attraverso pennellate veloci di acrilico opaco. Le scene sembrano svolgersi in uno spazio neutro, puramente abbozzato. Non è il mondo il protagonista ma solo i soggetti umani contano in queste immagini, un’umanità colta in uno dei suoi lati peggiori: la volontà di sopraffare il più debole in tutta la sua drammatica tragicità. La navata sud è un continuo susseguirsi di queste scene, un monotematico carosello di tele di grandi dimensioni graffiate dalla pittura di Golub, i cui stilemi son di chiara provenienza dall’art Brut tanto amata dall’artista.

Dipinti che ci richiamano alla mente le famose foto degli abusi da parte dei soldati americani nella prigione di Abu Ghraib, segno che quest’indole è scolpita nella brutalità di ogni guerra, di ogni tempo. E se la cruda realtà inizia ad affacciarsi nelle ultime due sale della galleria sud, attraverso due grandi stampe fotografiche, è nella galleria nord che la realtà ci investe per davvero. Solo due dipinti in questa sala, circondati da decine di immagini fotografiche stampate su carta trasparente di guerre, scattate dal vero o riprese dai dipinti, ma l’orrore è tutto attorno a noi in tutta la sua violenza, carica del realismo della fotografia. Installazione matura, tipica dei suoi ultimi anni di vita, si avverte la necessità di andare oltre la pittura per coinvolgere più attivamente la partecipazione emotiva del fruitore.

Qui siamo  ben lontani dal “non luogo” della guerra espresso dai dipinti più giovanili, anzi troviamo al muro un elenco che ci riporta le guerre realmente intraprese nel mondo negli ultimi anni, alcune delle quali ancora in corso, catapultandoci così nell’inevitabile presa di coscienza che la guerra non è un ricordo, un’immagine del passato, ma qualcosa di attuale e contemporaneo a noi, con i suoi numeri e i suoi morti.

Anche Westermann, artista contemporaneo di Golub a cui è dedicato il piano superiore del locale “Podium”, sembra esser turbato dalla morte. L’opera di H.C. Westerman (Los Angeles. 1922; Danbury 1981) è in prevalenza scultorea e l’esposizione si sviluppa in un ampio open space nel quale 53 sculture elegantemente disposte fan mostra di sé, con una ventina di lavori su carta alle pareti a completare il quadro allestitivo. Abilissimo artigiano, le sue sculture sono realizzate con estrema pulizia formale e presentano assemblage di oggetti curiosi e ambigui basate su giochi di parole a volte macabri a volte giocosi, in cui traspare con forza la radice surrealista.

E i surrealisti sono evidente fonte di ispirazione per molti degli artisti presenti nell’ultima mostra, “Famous Artists from Chicago, 1965-1975”, che chiude idealmente il percorso espositivo. Al piano terra del “Podium” troviamo una coloratissima sala collettiva e 5 salette individuali dove possiamo facilmente renderci conto dell’influenza variegata che questi giovani artisti hanno avuto e hanno lasciato. In alcune opere intravediamo rivisitazioni in chiave pop di De Chirico, tele fumettistiche e soggetti sgargianti, un tripudio di estetica low-brow che sfiora la psichedelia e si immerge nella vita colorata e giovanile di chi ha vissuto gli anni della contestazione con un approccio diverso da quello di Westermann o Golub, meno impegnato e più disincantato ed evasivo.

Luogo essenziale per questi artisti è stato l’Hide Park Art Center di Chicago,  centro d’arte ma soprattutto luogo di aggregazione,  uno spazio espositivo privilegiato per presentare il proprio lavoro senza il filtro del mondo galleristico. E in anni in cui ai galleristi interessava l’astrattismo espressionista, l’auto-organizzazione delle mostre era non una scelta, ma una necessità.

Stefano Pellizzari 

About the author

Stefano Pellizzari

Nasce a Milano negli anni '80, studia psicologia, arte e curatela, collabora a mostre e si occupa di società e cultura visuale in modo rigorosamente inter-disciplinare (perché se dovesse scegliere un'unica disciplina andrebbe nel panico!)

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