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La parabola virale di #TheDress: nascita e morte di un meme

Non vogliamo tornare sugli stessi argomenti di un caso mediatico che l’attenzione di tutto il mondo ha già smaltito da un bel pezzo, vogliamo però trarre da “The Dress” un’ultima riflessione: la velocità con cui un meme nasce, cresce e si propaga, è la stessa con cui muore e viene inghiottito dalla rete.

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Tre settimane fa, la domanda più comune su social network, tra amici o in famiglia, era: “Ma tu di che colore vedi il vestito? Bianco e oro o blu e nero?”. Una valanga di like, commenti, articoli scientifici, di moda e di gossip ha invaso la rete, ma, a distanza di sole poche settimane, sembra che tutto questa attenzione e bramosia si siano vanificate, perdendo molto dell’interesse che aveva così tanto smosso gli animi delle persone, giovani e non.

In un contemporaneo che vive “l’era digitale” di costanti interazioni comunicative da parte dei social network, che spesso vengono subite in maniera passiva, è interessante analizzare da un punto di vista comunicativo la parabola virale che ha scatenato The Dress, scaturita dalla foto di un abito pubblicata dalla cantante scozzese Caitlin McNeill sul suo Tumblr. Il colore del vestito, infatti, è diventato, per intere giornate, l’argomento più discusso sull’intera piattaforma multimediale e non solo, favorendo la nascita di un gioco comunicativo durato poi settimane. Focalizzando l’attenzione non sull’abito in sè, ma sul termine comunicazione e sul suo significato moderno, possiamo constatare che oggi si intende per comunicazione ogni trasmissione di informazione ottenuta mediante l’emissione, la conduzione e la ricezione di un messaggio. Si tratta insomma di un processo socializzato nel quale l’informazione passa tra due interlocutori, attraverso un supporto fisico e mediante un codice. Di conseguenza, si innesca un fenomeno molto complesso che mette in gioco numerosi elementi le cui infinite variabili portano a incipit comunicativi differenti. Il processo comunicativo diviene enormemente articolato quando il messaggio, che parte da una fonte, subisce in brevissimo tempo milioni di variabili tramite lo stesso canale (in questo caso la rete). Quello di The Dress è sicuramente un caso mediatico che porta in luce riflessioni sul significato di ciò che percepiamo e su come la semiotica considera tutti i fenomeni di comunicazione di massa. E’ per questo che è stato considerato, a buona ragione, un meme dei giorni nostri.

E’ bene chiarire che alla base della nascita di questo meme vi è la volontà di giocare sull’ambiguità dell’errore percettivo, legato alla luce e all’ angolazione della foto: il cervello di alcune persone valuta che il vestito sia ben illuminato e poco riflettente, decodificandolo quindi blu e nero, mentre altri rilevano poca luce ambientale e maggiore rifrangenza del vestito, e dunque appare loro bianco e oro.

E’ proprio quello stravolgimento di una realtà condivisa, che dovrebbe essere oggettiva per tutti, che crea il caso mediatico: quando elementi come paradosso, caos e arbitrarietà spiazzano, distruggendo archetipi di realtà collettive. Ma, una volta svelato “il trucco”, ci si rende conto che ci sono molteplici e infinite visioni di una stessa realtà, e non risulta poi così sorprendente che persone diverse possano ricostruire e percepire il mondo circostante in modi differenti. Quello che appare come ossimoro visivo in realtà è una precisa decisione attuata dal nostro cervello, che sceglie tra possibili variabili, interpretando la luce che arriva agli occhi.

Il ritorno alla “normalità” attraverso la spiegazione razionale di quello che si pensava essere un paradosso, crea automaticamente un abbassamento della soglia di interesse, di quella morbosa attenzione per tutto ciò che è ascrivibile alla “non-normalità” e all’“extra-ordinario”, decretando, in sostanza, la stessa morte del meme che, da “re” della viralità diventa un piacevole ma pallido ricordo.

Ciò che è accaduto con The Dress è molto simile a quello che narra un racconto di Georges Perec, Storia di un quadro; al centro della narrazione c’è un cabinet d’amateur, dipinto da un artista, Heinrick Kürz. La tela viene esposta nell’ambito di una collettiva, e la mostra comincia ad avere un insperato successo di pubblico, legato proprio alla curiosità per l’opera di Kürz: essa raffigura il proprietario della tela, mentre contempla le opere che compongono la sua quadreria. Tra queste è visibile anche lo stesso dipinto di Kürz, con minime varianti nella riproduzione delle opere, in mezzo alle quali, ancora una volta, si riconosce il quadro in questione, in un gioco di rispecchiamenti che sembra inesauribile. Anche tutte le altre opere riprodotte in scala sempre minore presentano delle varianti, e presto l’attenzione dei visitatori per queste differenze diventa ossessiva, al punto che la sala dove è esposto il dipinto viene invasa dai visitatori creando un vero e proprio “caso sul quadro”, proprio come l’abito cangiante.

Qui il terreno fertile si è dimostrata essere la sala di un museo, per The Dress, invece, lo è stata la rete. Ma alla base di entrambi vi è una forma quasi ludica di catturare l’attenzione, di dare la sensazione all’osservatore di essere vicino alla scoperta di qualcosa di nuovo e inspiegabile, insospettabile. Però, proprio come le pile di un gioco elettronico una volta esaurita la carica, il meme (che sia il quadro o il vestito) perde tutta la sua energia virale, divenendo il ricordo del “caso mediatico” che fu.

Sasvati Santamaria

 

About the author

Sasvati Santamaria

Nasce il 18/02/1983, a Palermo. Frequenta L’Accademia di Belle Arti nella città nativa. Frequenta un Master allo IED in curatela, facendo la sua prima importante esperienza presso il concorso Talent Prize 2012. Cura diversi progetti, perseguendo sempre l’obiettivo di concentrare l’attenzione sulle pratiche sperimentali di giovani artisti.

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