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La malinconia come figura di pensiero. Tra Giacomo Leopardi e Walter Benjamin

Il primo appuntamento ha già introdotto nell’atmosfera della serie di incontri organizzati dal Centro di Ricerca “ORFEO Suono, Immagine, scrittura” del Dipartimento di Filosofia, Pedagogia e Psicologia dell’Università degli Studi di Verona che ha avuto inizio il 06 novembre scorso: la malinconia.

Come prima battuta, il Prof. Giorgio Frank, Docente di Estetica presso l’ateneo scaligero, ha sottolineato come il cuore di questi seminari fosse un’interrogazione sulla malinconia come figura di pensiero, prendendo, quale riferimento privilegiato, lo Zibaldone di Giacomo Leopardi e, più in generale, la poetica leopardiana.

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Ciò che piano piano, nel corso del primo incontro prendeva forma, era, come affermato dallo stesso Franck, uno spazio di sospensione, un intervallo, un intreccio tra due poli dove, si potrebbe dire, gli opposti convivono, dando luogo a quella che Walter Benjamin nei “passages di Parigi” chiama un’ inquietudine irrigidita.
E’ con questo efficace ossimoro che si delinea la figura di pensiero che la malinconia è.

Ossimoro a cui Giacomo Leopardi ha dato dimensione e corpo per tutta la sua vita, sospeso tra la chiusura del ripiegarsi in se stesso che richiama il piccolo, il rimpicciolito, condizione esistenziale ed ontologica del essere umano moderno e, dall’altro, l’anelito all’aperto, all’ampiezza.

Ciò che traspare dalla prosa e dalla poesia leopardiana è quindi un’oscillare tra gli estremi di una malinconia dalla quale riluce una poesia del vago, dell’indistinto come nelle “Ricordanze” .

Qualcosa illumina, della sua flebile luce, i versi.
“Che tacito seduto in verde zolla,
Delle sere io solea passar gran parte
Mirando il cielo, ed ascoltando il canto
Della rana rimota alla campagna”.

Facendone una breve parafrasi alla luce di quanto scritto finora, al silenzio di Leopardi sprofondato in se stesso fa da controaltare lo spazio della verde zolla ed il suo essere quindi immerso nella natura.

[…]

E la lucciola errava appio le siepi,
E su l’aiuole, sussurrando il vento,
I viali odorati, ed i cipressi.

La figura di pensiero che la malinconia è, “[…] che dolci sogni mi spirò la vista” ha, a parer mio, la piccola forma di una lucciola, errante intorno alle siepi.

Lucciole che, come scrive il filosofo e storico dell’arte Georges-Didi Huberman nel suo poetico libro “Come le lucciole. Per una politica delle sopravvivenze ”(Bollati Boringhieri, Torino 2010) , sono le immagini: fragili intermittenze, per questo malinconiche. Lucciole dalla flebile luce, riapparsa e di nuovo scomparsa.

Come riappaiono e scompaiono apparizioni, sopravvivenze, fantasmi. Fantasmi come tradizionalmente sono considerate le immagini di pensiero, che riappaiono e scompaiono costantemente , essendo così il cuore pulsante della malinconia.

Obbliarvi non so. Fantasmi, Intendo
Immagini che fanno scrivere, pensare, vivere in cui Leopardi vede “l’aspetto” delle vaghe stelle dell’Orsa, evidenziando quindi come, per tornare all’intreccio dei poli opposti che contraddistingue lo scrivere ed il poetare leopardiano, nel loro essere luminose, richiamano la speranza, la speranza di ciò che appare, che si può quindi considerare come il risvolto felice dell’apparizione, del fantasma che l’immagine di pensiero è.

[…]

“Quante immagini un tempo, e quante fole
Creommi nel pensier l’aspetto vostro
E delle luci a voi compagne […]”.
E qualche verso più in là si è proprio dentro al ritmo ed al controritmo della poesia, nel suo alternato battere e levare di interno ed esterno, luce ed ombra:

[…]

Alla fioca lucerna poetando
Lamentai cò silenzi e con la notte
Il fuggitivo spirto, ed a me stesso,
In sul languor cantai funereo canto.
La lucciola qui è la lanterna, dalla flebile luce intermittente, come quella dell’insetto, il cui lieve chiarore illumina il poetare di Leopardi, non più quindi gaio “in verde zolla” ma rinchiuso nella sua stanza, di notte, a scrivere, lamentando di una felicità passeggera come – usando una bella immagine di Benjamin –“ uno spirito che illumina la notte” (W. Benjamin, “Il dramma barocco tedesco”) che, andando perduto, lascia, quale sua eco, un funereo canto.

[…]

Fugaci giorni. A somigliar d’un lampo.
Son dileguati. E qual mortal ignaro […]”

Walter-Benjamin

Qui si intravede la “vera immagine del passato che guizza via ” cara a Walter Benjamin, enunciata nelle sue “Tesi di filosofia della storia”, dove in ciò che scompare, si estingue, si trovano elementi di critica della contemporaneità.
Franck, durante il seminario proposto, non ha dedicato tempo alla parafrasi delle “Ricordanze”, ma, nel suo accennare ad esse mi ha suggerito qualcosa su cui fermarmi a pensare.
Avrete capito dunque come, prendendo spunto da questo accenno da parte del Docente, io, con il pretesto di parlarvi del Seminario che si è tenuto, abbia di fatto cercato di interrogare quel nodo sfuggente e fondamentale al contempo, che intreccia tra loro vissuto, pensiero e scrittura.

[…]

“Vaghe stelle dell’Orsa, io non credea.
Tornar ancor per uso a contemplarvi
Sul paterno giardino scintillanti,
E ragionar con voi dalle finestre
Di questo albergo ove abitai fanciullo,
E delle gioie mie vidi la fine”

Benjamin e Leopardi qui sembrano rincorrersi.
Il riferimento alle stelle, alle costellazioni, alla speranza della stella della sera che illuminerà la notte – usando parole benjaminiane – che riverbera il suo minimo bagliore, fanno sì che sia il pensatore berlinese che il poeta di Recanati, siano avvolti dalla stessa malinconica felicità, dove il tempo perduto è per entrambi quello dell’infanzia, della giovinezza, passato che non passa di cui lo splendore delle stelle indica l’intima speranza ad esso legata.
Nel suo breve saggio dedicato al poeta recanatese , il pensatore tedesco, scrive che nel poetare leopardiano si ritroval’aura, “l’apparizione unica di una lontananza per quanto possa essere vicina”, la quale è riconosciuta da entrambi gli autori volgendo lo sguardo ai monti.

Scrive Benjamin ne “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” (cit., p. 70).
“Seguire placidamente, in un mezzogiorno d’estate, una catena di monti all’orizzonte oppure un ramo che getta la sua ombra sull’osservatore, fino a quando l’attimo, o l’ora partecipano della loro apparizione – tutto ciò significa respirare l’aura di quei monti di quel ramo”.
A ciò fa eco Leopardi:

“Che dolci sogni mi spirò la vista
Di quel lontano mar, quei monti azzurri […]”.

Riluce in entrambi il ruolo essenziale che ha l’atmosfera.
Atmosfera in quanto aria: di malinconia, di nostalgia, di felicità, che avvolge nel suo involucro luminoso, al contempo, interno ed esterno, in quanto forma, figura di luce di un’esposta interiorità, forma di luce – minima – di un vissuto, la cui leggera profondità, sia Benjamin che Leopardi, cercano di restituire.
Leopardi in quanto poeta del vago, dell’indeterminato che aleggia accompagnando il suo scrivere, avvicina la poesia al vissuto singolare e collettivo nel suo essere, parimenti al vissuto stesso, un’esperienza.
Se c’è un esperienza poetica, essa risiede nello chock, nell’emozione.
Forse la malinconia come figura di pensiero è quest’emozione: riapparsa e di nuovo scomparsa, il cui tremolio leggero ci indica che siamo vivi.

Silvia Migliaccio

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Silvia Migliaccio

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