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“La Grande Madre”: dalle suffragette a Freud, dal femminismo alla maternità scientifica

Pipilotti Rist Mother, Son & the Holy Milanese Garden [Madre, figlio e il santo giardino milanese], 2002/2015

Massimiliano Gioni insegna le donne del ‘900 a Palazzo Reale di Milano, in una mostra/saggio di 400 opere pensata per la Fondazione Trussardi.

Pipilotti Rist Mother, Son & the Holy Milanese Garden [Madre, figlio e il santo giardino milanese], 2002/2015
Pipilotti Rist Mother, Son & the Holy Milanese Garden [Madre, figlio e il santo giardino milanese], 2002/2015
È difficile raccontare le mostre curate da Massimiliano Gioni. È un po’ come cercare di riassumere in un unico discorso un saggio di storia, uno di antropologia, uno di filosofia e uno di storia dell’arte. È difficile anche guardarle, ma fortunatamente il curatore della Biennale 2013 ha un’indole da insegnante. “La Grande Madre”, ultima fatica da lui portata a termine per la Fondazione Trussardi a Palazzo Reale, è accompagnata da una pubblicazione gratuita che somiglia più a un Bignami che a una brochure; ma la completezza con cui il curatore racconta le donne dalla fine dell’800 a oggi riesce incredibilmente a funzionare tanto se gustata in un’ora quanto se studiata per una settimana. Si può decidere di affrontare le 29 sale occupate dalla Fondazione a Palazzo Reale come uno studioso o come un bambino, di pancia o di testa, e comunque si uscirà soddisfatti di quello che si è scoperto. Gioni non si limita a raccontare le madri in senso stretto, ma considera ogni donna come portatrice potenziale di maternità, e la loro evoluzione nel corso del ‘900 è il vero punto centrale della mostra.

La paura della banalità che poteva nascere sentendo i  grandi nomi in mostra sfuggiti prima del tempo alle bocche degli uffici stampa, svanisce appena varcata la soglia della prima sala. Lì ci accolgono due pioniere di fine ‘800, Alice Guy-Blaché per il cinema e Gertrude Kasebier per la fotografia, e una profezia di Magdalena Abakanowicz che con la scultura sospesa Abakan Red I anticipa la sessualità freudiana delle sale successive. I nodi del ‘900 si sciolgono partendo proprio dal padre della psicanalisi, da Edipo e dal suo complesso, dal primo uomo che ha osato discutere di desideri considerati fino a quel momento tabù. Dopo Freud non si poteva parlare che di avanguardie, partendo dal futurismo e da Boccioni, passando per i dada, per arrivare al surrealismo. In queste sale le opere di uomini che siamo abituati a vedere in tutti i musei, si alternano a quelle delle donne della loro epoca. In un gioco di sguardi gli uomini guardano le donne, e le donne guardano loro stesse, raccontando la lotta per l’emancipazione femminile. Si fanno largo, scrivendo i loro manifesti, mettendosi prima davanti e poi dietro all’obiettivo, diventando il sogno e l’oggetto del desiderio, madri delle macchine e della natura sanno di voler decidere, ma rimangono agli occhi dei loro coetanei solo oggetti da desiderare.  Dal controllo delle nascite alle suffragette, dai collage di Hannah Höch alle fotografie di Lee Miller, le donne iniziano a pensare ad alta voce, e per quanto gli uomini cerchino di mantenere il loro patriarcato, la consapevolezza del proprio potere creatore rende il sesso debole sempre più forte.

Keith Edmier, Beverly Edmier 1967, 1998
Keith Edmier, Beverly Edmier 1967, 1998

Il racconto sembra interrompersi dopo i surrealisti, come a volte faceva la storia nelle pagine centrali dei sussidiari, in quei riquadri speciali di colori diversi dal resto del libro. Amazing Grace di Nari Ward opera uno stacco brechtiano,  creando un percorso accidentato e stretto tra 280 passeggini distrutti. Dopo di lui, in una minuscola e angolosa sala, si mostrano le immagini di una maternità sofferta, distrutta dalla guerra  e dalla povertà, che passa da un fotogramma di Mamma Roma per arrivare a una devastante incisione di Kathe Kollwitz, intitolata Donna con bambino morto. Dopo la perdita torna la fertilità con la luccicante Baloon Venus di Jeff Koons, il Senza titolo (fontana) di Marisa Merz e le pin up da sogno di Fellini. Se si è abbastanza fortunati ci si può imbattere anche nella performance ideata da Roman Ondàk, che chiede alle madri di portare qui i loro bambini, per testimoniarne i primi passi. Grosse Fatigue di Camille Henrot è l’inno visivo della rinascita in cui tutti i miti della creazione si fondono in un rap che accompagna le schermate colorate di un Mac.

Passato il dopoguerra e il boom degli anni ‘50 (perché forse, al centro del sussidiario, la storia c’era ancora), gli uomini spariscono lentamente, per lasciare spazio alle grandi donne della seconda metà del secolo. Joan Jonas, Barbara Kruger, Yoko Ono e Louise Bourgeois si inseguono di sala in sala, mostrando la maternità e la sua negazione con i linguaggi della contemporaneità. La video installazione di Pipilotti Rist guarda il pubblico dall’alto: Mother, son and the holy milanese garden, dilata e sacralizza il momento dell’allattamento. Gli uomini stanno perdendo il ruolo di patriarchi,  e riappaiono in sordina come fedeli, come figli e come fratelli. Le ultime sale raccontano le madri di oggi, le famiglie, le case, e in chiusura la maternità diventata genetica e scientifica, con la serie fotografica A child is born di Lennart Nilsson. Untitled (birth to death list) di Matti Mullican è la fine perfetta a questo lungo racconto: un elenco di sensazioni precise e fortissime, la lista che compone la vita di una donna, che è figlia e poi moglie, debole e potente, grande madre nella sua normale vita.

About the author

Elena D'Angelo

Classe 1990, vive da sempre nell’hinterland milanese, e ha studiato
tra la Statale e Brera, dove al momento frequenta il corso di laurea
specialistica in Pratiche Curatoriali. Ha curato diversi progetti
legati al lavoro di artisti emergenti ed è l'editor per la versione
inglese del magazine online Juliet.

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