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La diversità è un valore. Parola di Pasolini, Calvino e Pessoa

L’omologazione come fattore culturale: dove è finito il valore della diversità che ci rende unici? Attraverso le voci di Pasolini, Calvino e Pessoa, un omaggio alla libertà creatrice di pensiero.

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Le spietate logiche del potere hanno creato fenomeni di omologazione. Le dittature di matrice culturale che si sono succedute negli ultimi decenni, anche in Italia, hanno contribuito a creare una forma egualitaria di sapere che, nei fatti, si è tramutata in non-cultura in quanto intrisa di ripetitività, di meccanismi che si reiterano nel tempo della quotidianità, facendo venir meno ogni eccezionalità, pezzi di realtà nuovi, non consueti. La via dell’ “unicità” si è persa dinanzi ai nostri occhi, costretti a guardare un televisore in balia del meccanicismo,  della distorsione delle immagini e delle forme, ma, soprattutto, dinanzi a noi stessi che miriamo all’essere-come, senza soffermarci sulla irripetibilità e, quindi, sulla nostra diversità intrinseca, cioè il nostro valore.

Eppure, non sono mancate voci fuori dal coro, che hanno avvertito e messo in guardia da questa tendenza degenere, ma che spesso sono rimaste inascoltate.

Pier Paolo Pasolini pubblica negli anni 70 alcuni articoli sul Corriere della Sera, il giornale per eccellenza “della borghesia”, poi raccolti nei famosi Scritti Corsari. Il giornalista nelle sue riflessioni ripercorre la storia politica e sociale del nostro Paese, descrivendone le dinamiche che hanno contribuito ad alterare i valori sacri di una realtà a lui coeva, ma da lui ritenuta ormai passata e dimenticata.

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Pier Paolo Pasolini

La diversità per Pasolini fa parte di questa realtà perduta, scavalcata dai mezzi di comunicazione di massa, come la televisione, e intrisa di ipocrisia. La stessa che ha pervaso le classi sociali, in primis la borghesia, a cui ormai confluiscono anche i meno abbienti, attraverso la scuola pubblica, trampolino di lancio per l’ascesa sociale della classe proletaria desiderosa di acquistare un proprio status sociale. Ma questo desiderio, purtroppo, si è rivelato un’azione di omologazione, una triste realtà che per Pasolini comporta, in questi ceti ambiziosi, solo invidia e frustrazione.

La stessa frustrazione che investe i padri di Affabulazione (1966), una tragedia pasoliniana di recente messa in scena a Milano dal regista Lorenzo Loris: qui i padri, intrappolati nel conformismo proprio della loro classe sociale, provano rabbia verso i loro figli che tentano, invece, di liberarsene riuscendo ad esprimere il loro diniego. In Lettere Luterane, Pasolini espone il tema della droga, la considera un bisogno che investe letterati e artisti, che si drogano per riempire non tanto “un vuoto di cultura” bensì “un vuoto di necessità e di immaginazione“: la tendenza a vivere secondo parametri di abitudine, normalità, serialità, non consente, infatti, di esprimere se stessi, di essere liberi, di andare oltre.

Ne Il vuoto del potere ovvero l’articolo delle lucciole Pasolini fa un parallelo tra il tema del divenire delle classi politiche e della scomparsa delle lucciole, riconducendoli al fenomeno dell’industrializzazione che ha provocato una perdita di ciò che è naturale, in favore dell’artificio. Le lucciole sono solo un ricordo del passato, ormai non esistono più dal momento in cui c’è stato l’insediamento di un sistema capitalistico e consumistico, cioè dell’edonismo. È venuta a mancare quella bellezza naturale che non riesce più a essere percepita poiché appannata da tutto ciò che è artificiale.

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Italo Calvino

Anche Italo Calvino torna su questo tema: Marcovaldo confonde il giallo del semaforo con la luna. L’artificiale qui oscura ciò che è naturale, ciò che è puro, omologando addirittura la stessa percezione della realtà. In La follia del mirino del 1955 e in Avventura di un fotografo del 1970, Calvino, alla stregua di Pasolini, denuncia il fenomeno dell’omologazione sociale della società post bellica: la fase della ricostruzione ha portato allo sviluppo economico, cioè ad un miglioramento della vita materiale e non ad un progresso culturale; con la televisione viene imposto un linguaggio unico che non tiene assolutamente conto delle tante diversità e particolarità folcloristiche presenti in Italia (per esempio, in Italia erano correntemente usati i dialetti). C’è la fase della cosiddetta modernizzazione, anche nell’ambito della fotografia: l’istantanea, capace di cogliere la realtà in maniera indiscriminata, senza produrre alcun tipo di riflessione. Calvino crea un parallelismo tra il fotografo dilettante che, come lo scrittore neorealista, fornisce inizialmente piccoli spaccati di realtà quotidiana, di vita, da un punto di vista descrittivo, e il fotografo professionista che, invece, come lo “scrittore vero”, si occupa di narrare. Il protagonista del racconto si rende conto che non ha senso fotografare la realtà, dal momento occorre smascherare la sua natura fallace facendo fotografie di fotografie, ovvero tentare di estrarre il vero dalla ciò che è falso, disturbante.

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Come asseriva Fernando Pessoala letteratura, come tutta l’arte, è la confessione che la vita non basta“: la verità può essere scoperta e letta solo attraverso l’arte e altre forme di cultura, in grado di superare l’apparenza e lo stereotipo, il luogo comune, e di condurre a quella che Frisch definisce utopia, essendo “una menzogna che ci aiuta a comprendere la verità“.

Il romanzo, soprattutto quello realista, mirava a trasmettere la realtà nelle sue sfaccettature più vere e più crude, talvolta drammatiche come  in Emile Zola, in cui la verità è tangibile nella drammaticità, nel dolore, negli individui esclusi dalla società: le prostitute, gli operai, gli emarginati, i comunemente detti “diversi”,  sono indice imprescindibili della verità della realtà, in quanto non stereotipati. Non rappresentano e non  significano niente per molti,  ma sono loro che meglio identificano ciò che Roland Barthes definisce come “effetto di reale”.

In questi ultimi decenni si è perduta ogni matrice realmente valoriale, in un mondo dove si crede solo a ciò che si vede e che viene mostrato come “vero”, attendibile, quando, invece, oltre queste apparenze, esistono sostanze nascoste, essenze percepibili solo da chi non cede agli inganni, alla omologazione e lotta per affermare la sua identità, la sua diversità, la sua libertà.

Alessandra Bonifacio

 

About the author

Alessandra Bonifacio

Nata a Roma nel 1991. Studentessa di Lettere e amante della musica. Appassionata di arte, cinema, letteratura, fotografia.

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