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(L)a Cura. Appunti di un curatore | #4 Può l’arte essere trasmessa sul web?

Riflessioni attorno all’edizione 2017 del Festival della Mente di Sarzana.

La Rete, il tema dell’edizione di quest’anno del festival culturale di Sarzana, mi ha intrappolata in una kermesse interessante, certo, ma a tratti agghiacciante che mi ha a aiutata a riflettere sulla percezione dell’arte attraverso il web, sui limiti dell’osservazione passiva e sul potenziale miglioramento della trasmissione dell’arte attraverso la rete.

Un vero e proprio pellegrinaggio verso Sarzana che quest’anno trattava una tematica assai cara alla mia quotidiana analisi antropologica sulla percezione dell’arte attraverso il web: La Rete.

Dalle analisi effettuate in questi anni si è evidenziata una maggiore ampiezza del raggio d’azione mediatico attraverso il web a sfavore delle fruizione fisica, corporea, terrena, e quindi sensibile dell’arte. Non solo musei e gallerie si sono aperti alla realtà virtuale, digitale e spesso aumentata ma anche il fruitore ha abbandonato il suo corpo fisico a favore di una più confortevole canalizzazione culturale attraverso l’internet, in modo passivo e spesso inconsapevole. Una rete, certo, che, per natura, ingabbia e vincola, agevolando e favorendo un’apertura modulare ed espansa della propria conoscenza e che, di contro, se pur avvicinando virtualmente diversi saperi, allontana fisicamente da ciò che altrimenti non potrebbe essere fruito. Un dibattito che divide ma che fa emergere una chiara e definita richiesta di maggior competenza nella trasmissione delle conoscenze attraverso internet.

L’opera d’arte può e deve essere accessibile in rete e deve permettere, in maniera sempre più capillare, di essere percepita come se dal vero. I device tecnologici che ormai appartengono a questa terra, anche se ancora considerati alieni per molti preistorici dell’arte, possono solo aiutare l’arte a sviluppare sapere concreto anche quando si parla di etere.

Il problema si ripete: può questo bisogno essere supportato dall’imperativo di competenza tecnologica e quindi da mezzi sufficienti ad eguagliare la visione dal vero?

Durante la sua conferenza  al Festival di Sarzana, Luciano Floridi ha cercato di spiegare ad un pubblico over 50, le caratteristiche principali del Pensare in Rete e della conseguente comunicazione attraverso di essa senza escludere la necessità che questa venga connessa in modo consapevole alla filosofia dell’apprendimento, alla didattica avanzata, allo studio interattivo ma soprattutto alla vita di tutti i giorni. Termini ancora sconosciuti da una categoria dirigente vetusta, devono entrare nel groviglio -e non per nulla eravamo tutti a Sarzana- di conoscenze e competenze che permea le principali attività culturali.

Insomma: la risposta non eguaglia la domanda se ancora nel 2017 siamo riuniti ad un festival a spiegare ad una generazione di prepensionati i dogmi intellegibili del web.

Parlare di archivi digitali, consultabili attraverso una banca di dati incrociati accessibili a più utenti e fruibili mostrando una qualità di archiviazione pari, se non superiore, a quella indiscussa della possibilità di sfogliare un libro miniato del V secolo, deve diventare reale.

E’ una condizione di disagio non solo del nostro Paese ma che si avverte e si accentua soprattutto durante Festival come quello di Sarzana, dove ancora si denota l’assenza superba della nuova generazione di start upper e micro imprenditori del futuro. E proprio la sensazione di stupore e meraviglia nell’ascoltare filosofi che si sforzano di raccogliere in micro conferenze di 50 minuti, tesi confutate in millenni di studio a favore del futuro della cultura, raccontando una storia che in Europa e nel mondo di racconta da almeno 20 anni, agghiaccia chi, come me, è lì per scrivere e parlare del futuro della cultura. E scegliere nel 2017 un tema come la RETE è quanto mai dimostrazione di un ritardo nella percezione della classe dirigente assolutamente da debellare.

Il 65% di studenti dei licei artistici di Milano e Provincia frequenta un museo ogni 5 mesi  (Dati raccolti da una ricerca Artbahnhof a campione nel 2017) e il più delle volte solo perché  spinto dalla gita scolastica, anch’essa ormai avventura rara.

Il 58% di iscritti alle facoltà artistiche universitarie di Milano sceglie un indirizzo tecnologico e multimediale  a sfavore di quelli storici (Dati raccolti da una ricerca a campione nel 2017 Artbahnhof). Quelli citati sono dati a strettissimo raggio e quindi da prendere in considerazione solo come specchio di una ormai avviata ricerca sulla percezione e sulla fruizione artistica da parte di chi l’arte e la storia dell’arte le studia e – in futuro- vorrebbe pure lavorare nel circuito culturale.

 

Sembra evidente che esiste una deriva che il nostro sistema scolastico e culturale rifiuta di affrontare, ancora criticando improduttivamente le nuove generazioni, senza però rendere accessibile e interessante, attraverso device digitali, quanto viene rifiutato perché lontano dai nuovi trends di interesse. Le divisioni generazionali e culturali non possono separare e basta. E’ necessario trovare il mezzo migliore per dialogare sulla cultura adattandosi ai mezzi in uso. La Rete, appunto. Studiare Storia dell’arte potendo avere accesso a opere che non tutti possono permettersi di vedere de visu perché in Musei di città non sempre accessibili per costi o distanza, è una necessità sempre più viva. Visitare il Louvre è un pellegrinaggio senza tempo e magia, il passaggio obbligato. Ma poter analizzare le sue opere anche attraverso archivi ad altissima definizione che possano permettere tour virtuali e studi analitici nei suoi codici, sarebbe un’apertura al sapere comune che oggi è quanto mai carente di verità assoluta e conoscenza pura.

Nell’analisi che ho condotto dalla fine del Festival di Sarzana ho cercato documenti attraverso la rete, sfogliando, banalmente, più di 150 siti web di gallerie italiane e circa 50 musei di media e alta importanza a livello nazionale.

 

Quanto riscontrato è trascrivibile in tre semplici assi di analisi: il 70% dei siti di gallerie visitati non presenta neppure una foto degli artisti che cura; il 15% presenta foto rappresentative ma non di ottima qualità; il restante 15% presenta diverse privazioni che non rendono incasellabile la propria esistenza nella rete: siti non adattabili alla visione mobile, testi non aggiornati, immagini di bassa qualità, approssimazione dell’identità della galleria.  

Per i Musei o le Fondazioni i risultati sono nettamente migliori, si tratta pur sempre di luoghi aperti al pubblico, e i contenuti sono sicuramente più corposi seppure con due principali punti da analizzare: la leggibilità di questi siti, spesso svantaggiata dall’esemplarità della sola immagine grafica e iconografica d’impatto; la qualità dei contenuti di approfondimento: o prolissi e inefficaci anche per posizione all’interno del sito, o troppo superficiali a favore di una leggerezza grafica più ammiccante.

L’analisi che dovevo condurre al festival era la costruzione di un parallelismo di quanto accade appunto in Rete con l’arte. E quello che mi è capitato di vedere e percepire durante i seminari della manifestazione è lo specchio di quanto si vive ancora in Italia nel mondo dell’arte.

Purtroppo un evento che si prefigge di fungere da esploratore della mente, non può, per il bene di quella tanto bistrattata tematica scelta, presentarsi come un contenitore di grandi idee affrontate con altrettanto grande superficialità. Un esubero di grandi incontri e di nomi altisonanti  ha svantaggiato l’approfondimento, l’analisi, la profondità e quindi anche la qualità degli interventi.

Nel web accade la stessa cosa con l’arte: invece di favorire la percezione visiva e l’immagine , stavolta intesa come qualità di foto, documenti, particolari da mostrare per catturare l’interesse e agevolare lo studio, si predilige una secchezza, spesso confusa con la pulizia del minimalismo, che poi altro non è che povertà di contenuto. Di contro non è con l’opulenza che si mostra l’efficacia del web nel sapere artistico. Esistono però mezzi digitali e figure competenti nel campo che devono essere impiegate per rendere la Rete un luogo di ricerca di pari levatura dei Musei. L’arte è fatta per essere fruita, guardata, ascoltata, osservata e i luoghi sacri di queste attività di contemplazione esistono nella loro magnificenza. È necessario creare i non luoghi del sapere, dello stesso sapere, per tutti coloro che non possono recarsi in quei musei o in quelle gallerie ma che necessitano degli stessi diritti dei visitatori fisici. Non penso solo a disabilità legate alla vista o alla mobilità. Penso in larga scala, a tutti. Perché il sapere è di tutti ed è un dovere partire da una divulgazione veritiera, corretta, inconfutabile…anche attraverso la rete. Oggi che siamo bersagliati dalle fake news, chi amministra il sapere storico ha il dovere di proteggerlo ma non solo occultandolo.

In un Festival dove si millantano migliaia di visitatori, anche internazionali, ma poi le conferenze sono per il 98% in italiano e senza sottotitoli, vista l’assenza totale degli stranieri; un festival in cui le vere celebrità sono i relatori che gettano perle incuriosendo ma poi abbandonando con innumerevoli dubbi visti i limiti di tempo per ciascuna conferenza; in un festival in cui il dialogo tra ascoltatore e relatore è ridotto al minimo – tanto poi se vuoi ti compri almeno 4 libri e potrai risolvere ogni dubbio -;  ecco in un festival italiano tanto pieno di aspettative quanto di finanziamenti dello stato, forse ci si aspetta che l’approfondimento non divaghi.

Ed è esattamente quello che ci si aspetta nel settore dell’Arte. Che non si divaghi, che non si appaia sempre troppo poco performanti rispetto all’Europa, che si aprano luoghi per accogliere ma anche  i loro cloni nel web per includere, dando le medesime informazioni, con la medesima competenza.

Tralasciando spiacevoli arringhe facebookiane su una Kermesse all’italiana, l’analisi da cui si parte è più concettuale di quanto s’immagini. L’arte contemporanea – l’arte in generale- ha bisogno indiscutibilmente di luoghi idonei alla sua fruizione, sembra un concetto primitivo se slegato alla problematica e all’attuale esigenza di aprire anche i non luoghi dell’arte ad essa. Non è un sopruso bensì un nuovo bisogno interpretativo a cui non si può sottrarsi per quel senso di appartenenza ed elitarismo che tanto invecchia e increspa le rughe degli operatori dell’arte. L’esigenza -perché è giusto chiamarla con il suo nome- di aprire spazi inconsueti all’arte è evidente e ormai realtà nel mondo già da ventenni. E quando si parla di LUOGO non si può non considerare la rete come tale, ridandole il compito per cui è nata: la divulgazione della conoscenza. Che non è mai sprecata come invece alcuni galleristi e curatori fanno credere quando centellinano le parole con i giornalisti o quando selezionano i propri invitati. La tendenza a pensare che l’arte sia per pochi deriva solo dal fatto che è un’attività con un nobile scopo, di non facile lettura, certo, e che implica mero scambio emotivo e interpretativo di sapere: di per sé, di fatto, il fruitore si auto seleziona quando non coscientemente capace di tali missioni. Ma questo non rende gli altri, coloro che, invece, comprendono profondamente, degli eletti, bensì dei divulgatori, dei conoscitori che possono avvicinare, non solo cambiando atteggiamento ma anche servendosi della rete come luogo di condivisione.

E’ questa stessa distanza che il Festival innesca con il pubblico, senza dargli tempo di riflettere tra una conferenza e l’altra e senza un dialogo effettivo con il relatore, e che si ripropone nel mondo digitale dell’arte acuito da quella già presente nel mondo fisico. E allora forse questa esperienza ha aperto un varco ben più ampio rispetto all’analisi sull’arte: che sia questo il problema della cultura in Italia? Che allontani invece di unire? Che crei disagio e frustrazione anziché illuminare? Che sembri sempre proposta dall’alto e mai troppo vicina?

Finché la Rete resterà un argomento di cui parlare senza considerare che ci sono generazioni che trovano sia già primitivo, la mente resterà ferma alla convinzione che possa bastare. Che possano bastare 50 minuti per affrontare un argomento di filosofia o scienza, che possa bastare una sola foto di un’opera sul sito per parlare di un artista, che possa bastare un luogo e nessun altro per parlare d’arte o di cultura.

Durante il pellegrinaggio, allora, ho creato una rete diversificata di saperi e pareri intorno a me e la voce più significativa è stata quella di una volontaria del  festival: una ragazza siciliana, universitaria a Roma, futura sociologa, un’entusiasta del sapere, matura e impegnata che ha dovuto affrontare quest’esperienza in compagnia di volontari, come lei, ma provenienti da licei della provincia perché costretti dal programma di alternanza studio lavoro voluto dalla scuola. Una massa di ragazzi disinteressati e disinformati sulle attività effettive del Festival: eccole le nuove generazioni che si fa presto ad accusare. La colpa però è da cercare in coloro che hanno pensato di usare un servizio gratuito che fornisce il sistema scolastico a discapito di lavoratori, senza coinvolgerli, senza formarli, senza farli sentire parte integrante di una rete, appunto. Nessuna agevolazione per loro, neanche una borsa in tela in regalo, non un ringraziamento ufficiale, non una cena di fine evento. Bensì un’esperienza formativa al lavoro…che appunto ha mostrato quanto la cultura in Italia viva di elitarismi piccoli e infimi, sempre esclusivi.

Non è elegante introdurre polemica e sarcasmo in una rubrica che si riserva di parlare d’arte e cultura in modo analitico seppur critico. Ma ho cenato con la volontaria universitaria e ho visto nei suoi occhi un interesse e una sete di sapere che mi hanno allarmata. E la rete che noi abbiamo innescato, piccola piccola, tra noi, è servita ad entrambe per  riflettere sul concetto di Rete in quanto scambio e ricircolo di informazioni e conoscenza. I nostri pareri, coadiuvati dai nostri saperi, hanno creato quel dialogo che tanto speravo di trovare al Festival della Mente e che potesse aiutarmi a concludere che la rete è tra noi ma anche sopra di noi. Che ci sono delle  limitazioni imposte di dialogo ancora troppo forti in Italia per permettere che la conoscenza sia trasversale anche accettando il digitale, il virtuale come mezzo indispensabile per arrivare  non a tutti, sarebbe utopistico e superficiale, ma,  in maniera più incisiva e soprattutto inclusiva,  a molti.

E l’arte non è salva da questa decadenza che sta trasformando la nostra cultura sempre più elettiva. Potrebbe sembrare un modo per difenderla e proteggerla dall’evidente discesa della qualità del sistema scolastico, formativo e divulgativo, in realtà è solo un modo per chiudersi e non impegnarsi e non impegnare fondi nello studio di nuovi sistemi inclusivi di interazione tra culture.

L’arte deve cambiare atteggiamento. Anche in Italia, che è la sede del magma artistico culturale del mondo, la vera rete, da quella dei pescatori a quella che sta nella mente di ognuno, deve iniziare a funzionare per come è nella sua natura: una serie di nodi che si stringono e si allentano, in un moto perpetuo di scambio paritario e consapevole.

Grazie alla volontaria e al Festival: la sua funzione, infine, era quella di generare riflessioni e aprire la mente.

Daniela Ficetola 

About the author

Daniela Ficetola

Daniela Ficetola studia Scienze dei Beni culturali all'Università Statale di Milano. Lavora da 15 anni nella comunicazione: ufficio stampa per Rai e La7, gestendo progetti editoriali innovativi come Gaz Magazine, Extra, Zero, La Piazza, Il Diario del Nord Milano, per poi approdare come libera professionista nel mondo della formazione e dell’arte. Nel 2009 crea NOlab Academy, innovativa accademia dedicata alle arti e ai mestieri. Nel 2012 fonda Who Art You? contest artistico internazionale annuale organizzato in collaborazione con il Comune di Milano, portando il progetto anche in Europa. Nel 2016 fonda Artbahnhof a Londra, agenzia di mediazione artistica che eroga consulenze organizzative ad artisti, musei e gallerie. Dal 2017 tiene il corso di Curatela e organizzazione eventi artistici.
www.artbahnhof.com / www.whoartyou.net
www.nolabacademy.com / www.nolab.it

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