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(L)a Cura. Appunti di un curatore | #4 DANIELE OPPI

Un grande pubblicitario, un artista istrionico e irrequieto: il racconto della vita di Daniele Oppi che ha lasciato un segno indelebile nella cultura e nell’arte dal suo eremo. Dall’alto della sua distanza con il mercato dell’arte.

Chi lo ha conosciuto lo ricorda per il carisma, il temperamento indomabile, tipico dei precursori, delle guide spirituali, dei direttori d’orchestra, di chi, insomma, ha creato dove non c’era l’acqua, ha fecondato la sabbia e ne ha generato castelli di roccia.

Pur rimanendo in esilio. Un eremo consapevole e voluto, il suo. Pur tenendosi fuori dal circuito del mercato dell’arte, perché considerato scientemente scannatoio degli inetti. Ho letto il suo nome per la prima volta sul manuale di storia della pubblicità all’università, dando finalmente un volto ad alcune delle immagini creative più esilaranti di sempre. Daniele Oppi era un artista ma soprattutto un grande creativo e un pubblicitario senza eguali.

Oppi inizia a dipingere da ragazzo, le prime vedute in acquerello, ma è nel 1956 che fonda la Dany Pubblicità e crea alcune tra le identità più importanti della storia italiana: Chicco, Pic Indolor, Brooklyn la gomma del ponte intervenendo, per questo progetto, anche sul formato del chewingum che da confetto si trasforma nella tavoletta ancora oggi felicemente masticata, e ancora Lambretta, grappa Bocchino.

Per quasi un decennio ho ignorato la produzione artistica di Oppi, quella profonda e nata nel periodo del suo esilio e fecondata dalla sua utopia geniale e controversa.

Lavoravo per una casa editrice quando conobbi il mio compagno. Nessuna deviazione romantica nei mie lavori critici ma è necessaria questa minima digressione per comprendere il modo in cui conobbi l’arte di Oppi.

Quando il mio compagno mi raccontò dei suoi anni vissuti in una comune poco fuori Milano, in una cascina a Robecchetto con Induno, nel Parco del Ticino, covo di poeti, pittori, intellettuali che si portavano in spalla gli ideali del manifesto della ormai desueta Arte Povera, -pronti al colloquio socratico davanti al peggior vino e alle scorze di pane stantio- pensavo fosse una trovata geniale per imbonire un cuore selvatico come il mio e farlo innamorare al primo incontro.

Invece era tutto vero: non solo passò gli anni in quella comune, vivendo a stretto contatto con l’artista Daniele Oppi ma sposò sua figlia, dalla quale ebbe una figlia. La magia era già scattata alla prima virgola ma questo mi entusiasmò meno rispetto alla possibilità che avevo di farmi raccontare cosa volesse dire VIVERE con un artista, nella comune da lui fondata e dal quale poter imparare il mestiere dell’arte. Se esiste un mestiere dell’arte che si possa insegnare…

Ma dentro a questa storia ci sono troppe storie, facciamo ordine.

 

Daniele Oppi all’apice della sua carriera come pubblicitario, incontra Franca allora sedicenne, per la quale molla moglie, prima prole e azienda, regalandola (letteralmente) al suo socio. Insieme scappano a New York dove entra in contatto con i grandi del momento:  Rauschenberg e Jasper Johns  nella “Factory” di Andy Warhol. Nel 1970 è a San Paolo in Brasile dove espone alla galleria Cosme Velho, riscuotendo altri importanti riconoscimenti (il governatore di San Paolo acquisterà un’opera), altre opere sono state acquisite dal Museo di Arte Moderna MAM di San Paolo, da Ciccillo Matarazzo  e da altri collezionisti.

Ma quello meglio racconta il dna è suo ritorno in patria: con i pochi soldi guadagnati torna in Italia e compra un rudere sul Naviglio nel parco del Ticino. E crea la comune IL GUADO dove intellettuali, poeti, artisti ma anche fuggitivi, eremiti, emarginati e dispersi potevano trovare rifugio e comunione. E’ qui che la sua produzione artistica è ancora custodita come in un tempio senza tempo. Era qui che chi me lo racconta lo vedeva appartarsi per ore per rinchiudersi nel suo studio, seduto davanti all’immensa veranda, dove il prato incontra il naviglio con un colore non ancora classificato e dove tutto si assopisce perché il movimento e la storia di quell’istante entra nella tela, diventando un lasso di tempo infinito, con innumerevoli personaggi, migliaia di passaggi di olio e colore ma anche di qualsiasi cosa capiti a tiro. Del caffè, della cenere, poi un po’ di colore, poi la matita. Nella nevrastenia del produrre, anche i piccoli formati di Oppi, sono stralci che nascondono tavolozze dense.

 

Ma la pittura di Oppi del Guado non è la stessa di quella in America. Le visioni sono più psichedeliche, i mostri sono delineati e i colori spesso meno decisi. Lo studio è più immediato, istintivo. Oppi del Guado medita mesi davanti ad un colore, lo ripassa ossessivamente percependone, solo lui, le minime differenze di tono.

E ancora chi me lo racconta ne parla come una guida assoluta e assolutistica. Il Guado, nonostante fosse una comune, era la sua creazione più nitida di cui erano chiari a tutti, regole e allineamenti: anche in questo caso, era lui a gestirne le pennellate.

Che il suo rifiuto della società per una vita ritirata fosse dettato dall’unico vero utopistico istinto di sopravvivenza come artista puro? Abbandonare la ricchezza per vivere d’arte è una scelta che lo rende remoto e antiquato eppure cristallino, senza compromessi e mercenarismo .

Vige, nelle sue opere, un senso di corsa o rincorsa costante, vortici ossessivi, geometrie che si sfaldano e si ritrovano, come la speranza che la comune potesse sopravvivere agli anni 80. E il gesto di chi sapeva raccontare un prodotto industriale attraverso un logo, attraverso un nome che illuminasse senza tergiversare: quella maestria di pochi eletti di saper raccontare tutto con due o tre movimenti di pennino.

Chi lo guardava vedeva quelle mani muoversi come se tutto fosse chiaro ai più, come se tutti potessero capire: ostinata convinzione di chi è un genio esule. Di chi si stupisce che gli ascoltatori non capiscano e non agiscano nello stesso modo. Chi mi narra di quegli occhi fieri anche nell’abisso della povertà, quando ogni cosa era ricompensata con un’opera, lo fa come si racconta di una divinità di passaggio. Quante opere donate da Oppi, fanno parte di collezioni sconosciute? E anche questo dimostra la sua purezza: cosa può ripagare più dell’anima artistica di un genio. Cosa c’è da donare che per lui abbia più valore?

Opere come Entrata avventurosa (1979), Germinazioni di quadri (1990), Tchaikovsky incontra Wagner (1993), La caccia (2000) sono pugni negli occhi, stridono come lamine di coltelli, da questi pertugi si intravede tutta la bile, tutto il nero e la superiorità di un uomo acre, denso di sé tanto da rifiutare il mondo, con la mente aperta su dimensioni visive differenti, oltre lo spazio. Di chi sa che dopo di lui, nessuno più. Sono visioni di colori, fuggevoli paesaggi inesistenti di attimi gioiosi eppure pregni di una sensazione che evoca l’impercettibile.

La produzione dagli anni ’90 differisce con la precedente proprio per questo stridore, per la tersa atmosfera di confusione che rimanda superficialmente al Futurismo per la dinamicità ricercata e al Surrealismo per i soggetti rappresentati. In realtà è un movimento nuovo e solo suo.

In Scorcio (1954) o in In campagna d’ottobre (1967) si avverte la stessa padronanza dei colori che poi si stabilizzerà nella produzione futura ma una visione d’insieme più esanime, in attesa. Una pace che attende, forse quella pace ritrovata nella Comune, alimentata dai piacevoli scambi con gli intellettuali del gruppo: Emilio Tadini, Franco Manzoni, Ernesto Treccani, Rossana Bossaglia e molti altri. Nella sua produzione è ancora vivo il disperdersi degli ideali della Comune, trasformatasi poi nella Cooperativa Il Raccolto con la quale ha creato circa 80 testate comunali e diversi progetti culturali con alcune delle più rappresentative realtà culturali milanesi.

Nel 2002 riceve la Medaglia d’Oro di Civica Benemerenza del Comune di Milano, L’Ambrogino D’oro. Un riconoscimento importante… ma il mercato dell’arte lo ignora. Non gli artisti che con lui hanno vissuto quel periodo di stasi, di attesa felice che la Comune rappresntava.

E’ Oppi che ha rifiutato il mercato dell’arte, andando a costruirsi il suo paradiso artificiale da cui poteva osservare tutto da una finestra, con un occhio sempre vivido. Era da lì che lui guardava il mercato dell’arte, forse ripugnandolo, ridendone.

I suoi quadri sono ancora lì. Nel suo studio alla cascina GUADO. Custoditi da Franca e i figli che portano avanti la Cooperativa Raccolto cercando di non stravolgere l’ordine voluto dal padre. Ma per eseguire il compito dato da un maestro ci vuole tenacia e forse Daniele Oppi voleva che il suo Museo rimanesse lì e non in altre gallerie, e non in altri musei. Ma solo e sempre al GUADO.

A me resta il fascino di una storia che mi è stata raccontata da chi più amo e stimo, la magia di amare la figlia del mio compagno, nipote di Oppi, che porta nel sangue quella luce bizzarra e ha gli occhi di brace. E il sogno, l’utopia di portare in mostra la produzione Oppi e spostare, solo per poco, per un momento, il genio dal suo studio, per poi riportarlo lì, da dove i colori che vedi non sono mai gli stessi e il prato con l’erba si incontra in un monito dalle tinte inesplose. Dove tutto è come in nessun altro luogo.

Daniela Ficetola

A Matilde.

Grazie Alessandro.

www.raccolto.org

About the author

Daniela Ficetola

Daniela Ficetola studia Scienze dei Beni culturali all'Università Statale di Milano. Lavora da 15 anni nella comunicazione: ufficio stampa per Rai e La7, gestendo progetti editoriali innovativi come Gaz Magazine, Extra, Zero, La Piazza, Il Diario del Nord Milano, per poi approdare come libera professionista nel mondo della formazione e dell’arte. Nel 2009 crea NOlab Academy, innovativa accademia dedicata alle arti e ai mestieri. Nel 2012 fonda Who Art You? contest artistico internazionale annuale organizzato in collaborazione con il Comune di Milano, portando il progetto anche in Europa. Nel 2016 fonda Artbahnhof a Londra, agenzia di mediazione artistica che eroga consulenze organizzative ad artisti, musei e gallerie. Dal 2017 tiene il corso di Curatela e organizzazione eventi artistici.
www.artbahnhof.com / www.whoartyou.net
www.nolabacademy.com / www.nolab.it

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